Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia del Mottarone, esce dal carcere (Ansa)
Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia del Mottarone, esce dal carcere (Ansa)

Verbania, 29 maggio 2021 - Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia del Mottarone, agli arresti domiciliari. Mentre Il gestore dell'impianto, Luigi Nerini, e il direttore di esercizio, Enrico Perocchio, tornano liberi ed hanno lasciato il carcere di Verbania. La decisione è stata presa dal gip di Verbania Donatella Banci Buonamici, al termine di una giornata di interrogatori.

I tre erano stati fermati nella notte tra martedì e mercoledì in merito all'incidente alla funivia che domenica scorsa ha causato 14 morti. "Palese è al momento della richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare la totale mancanza di indizi a carico di Nerini e Perocchio che non siano mere, anche suggestive supposizioni", si legge nell'ordinanza del gip di Verbania che parla di "scarno quadro indiziario" ancora "più indebolito" con gli interrogatori di ieri.

 

Donatella Bonci Buonamici scrive ancora che Tadini ha ammesso di aver piazzato i forchettoni per disattivare i freni e ha sostenuto che Nerini e Perocchio avevano avallato la scelta, sapeva bene che "il suo gesto scellerato aveva provocato la morte di 14 persone" e per questo avrebbe condiviso "questo immane peso, anche economico" con le "uniche due persone che avrebbero avuto la possibilità di sostenere un risarcimento danni". Per questo ha chiamato "in correità" i "soggetti forti del gruppo", per attenuare le sue "responsabilità".

Dalle dichiarazioni dei dipendenti della funivia del Mottarone, tutte riportate nell'atto, "appare evidente il contenuto fortemente accusatorio nei confronti del Tadini", perché "tutti concordemente hanno dichiarato che la decisione di mantenere i ceppi era stata sua, mentre nessuno ha parlato del gestore o del direttore di servizio". Il gip nell'ordinanza spiega ancora che quelle dichiarazioni "smentiscono" la "chiamata in correità" fatta da Tadini.

Un dipendente accusa Tadini

Un dipendente della funivia, interrogato come teste nelle indagini svolta dai pm di Verbania, ha dichiarato che sarebbe stato Tadini a "ordinare" di mettere "i ceppi" per bloccare i freni di emergenza della cabina e la loro installazione era "avvenuta già dall'inizio della stagione", il "26 aprile", quando l'impianto tornò in funzione dopo le restrizioni anti-Covid. Il dipendete spiega ancora che il tecnico ordinò di "far funzionare l'impianto con i ceppi inseriti", a causa delle anomalie al sistema frenante non risolte, "anche se non erano garantite le condizioni di sicurezza necessarie".

Gli interrogatori

Tadini ha ammesso l'uso del forchettone. Mentre gli altri due hanno invece negato di sapere del blocco del freno d'emergenza. Nerini nel suo interrogatorio si è difeso sostenendo che la sicurezza e le manutenzioni dell'impianto non sono responsabilità dell'imprenditore, ma delle ditte a cui vengono affidate, quindi al caposervizio e al direttore di esercizio.

Il procuratore capo di Verbania, Olimpia Bossi, ha commentato: "Contro Nerini e Perocchio il giudice ha ritenuto le prove non sufficienti ritenendo le parole di Tadini non credibili". E le indagini continuano: "Noi abbiamo accertamenti nelle indagini programmati e che proseguiranno, gli indagati restano gli stessi e manca l'accertamento sul perché la famosa fune si è rotta". Inoltre la procura, lette le motivazioni del gip, farà valutazioni "ed esistono semmai strumenti di impugnazione". Il magistrato ha spiegato: "Bisogna accertare tutte le responsabilità di chi ha concorso a causare questo terribile incidente e da lunedì riprenderemo con tutti i passi tecnici che dovremo fare".

Tadini, Nerini e Perocchio escono dal carcere

Accompagnato dal suo legale Marcello Perillo in macchina, Tadini non ha potuto rilasciare dichiarazioni come prevede il regime cautelare. Giacca rossa e buste con effetti personali in mano è salito a bordo della vettura del legale. "Non si è reso conto dopo una giornata devastante - ha detto l'avvocato Perillo -. Per me professionalmente è una soddisfazione. La questione del blocco frenante è colpa sua e su questo aspetto è indifendibile. Mi sembrava offensivo chiedere la libertà".

"Sono contento di tornare dalla mia famiglia, ma sono disperato per le quattordici vittime", ha detto Enrico Perocchio lasciando il carcere di Verbania. "L'errore è stato mettere i forchettoni per ovviare ad un problema che si sarebbe risolto - ha aggiunto -. Se avessi saputo che erano stati messi non avrei avvallato la scelta, in carcere stavo male per le persone mancate e per la mia famiglia". Perocchio, parlando con i cronisti, ha spiegato che non riesce a darsi una spiegazione su cosa sia successo alla fune che si è spezzata. "Tutte le manutenzioni sono state fatte - ha aggiunto - ora vedremo dalle analisi, io quel giorno sono partito immediatamente appena ho saputo della strage, mi sono sentito morire quando ho saputo delle accuse dei pm, ho sentito come un macigno addosso".

Perocchio ha chiarito che "fisicamente non toccava a me guardare" se i forchettoni sui freni erano rimasti inseriti. "Non so perché Tadini abbia detto che io ho avvallato la sua scelta", ha proseguito spiegando ancora che "questa tragedia la ricorderò tutta la vita". Perocchio ha detto inoltre di non avere "mai ricevuto da Nerini pressioni per mantenere la funivia aperta".