È stato Gabriele Tadini il primo a proporre di lasciare i forchettoni inseriti quando la funivia era in servizio. Un dato, questo, che il suo legale, Marcello Perillo, definisce "pacifico". La responsabilità del capo operativo dell’impianto di risalita che unisce Stresa al Mottarone va quindi al di là dell’esecuzione materiale dell’intervento contestato dalla procura di Verbania. "Non era sereno quando metteva i forchettoni", precisa ancora il suo difensore, ma la primogenitura dell’idea fu sua. E non a caso, forse, Perillo ha dichiarato che oggi, nell’udienza di convalida del fermo davanti al gip, non farà chiamate in correità, non parlerà delle posizioni degli altri fermati: Luigi Nerini, proprietario delle Ferrovie del Mottarone, la società che gestisce la funivia, ed Enrico Perocchio,...

È stato Gabriele Tadini il primo a proporre di lasciare i forchettoni inseriti quando la funivia era in servizio. Un dato, questo, che il suo legale, Marcello Perillo, definisce "pacifico". La responsabilità del capo operativo dell’impianto di risalita che unisce Stresa al Mottarone va quindi al di là dell’esecuzione materiale dell’intervento contestato dalla procura di Verbania. "Non era sereno quando metteva i forchettoni", precisa ancora il suo difensore, ma la primogenitura dell’idea fu sua. E non a caso, forse, Perillo ha dichiarato che oggi, nell’udienza di convalida del fermo davanti al gip, non farà chiamate in correità, non parlerà delle posizioni degli altri fermati: Luigi Nerini, proprietario delle Ferrovie del Mottarone, la società che gestisce la funivia, ed Enrico Perocchio, direttore dell’esercizio. Ma gli inquirenti confermano che, al di là dell’input, la scelta fu condivisa da tutti e tre, a differenza di quanto sostenuto in questi giorni da Andrea Da Prato, legale di Perocchio. Ieri sono stati sentiti altri due dipendenti delle Ferrovie del Mottarone e, spiega Roberto Cicognani, comandante dei carabinieri di Verbania, "gli elementi raccolti hanno permesso di escludere responsabilità di persone diverse da quelle in stato di fermo".

Il piccolo sopravvissuto: "Zia, dove sono mamma e papà?"

Responsabilità delle quali Tadini è assolutamente consapevole: "È pentito – fa sapere il suo legale, che ieri lo ha incontrato nel carcere di Verbania –. Si è reso conto di avere vittime sulla coscienza e sta cercando di superarla con la fede. Mi ha detto: ‘Sono nelle mani di Dio’". Tadini è pronto ad ammettere, oggi davanti al gip, di aver disattivato il sistema frenante con la scelta di lasciare inseriti i forchettoni per evitare il blocco della cabina. Una scelta fatta nella totale convinzione che mai e poi mai si sarebbe potuto verificare il cedimento del cavo. "Ho corso il rischio – ha detto al suo avvocato – ma l’ultima cosa al mondo che pensavo è che si potesse rompere il cavo traente". "Non è un delinquente – dice il legale, che oggi per il suo assistito chiederà i domiciliari –. È una persona per bene, preparata, lavora da 38 anni nel settore, è credente".

Ma 14 vite perse sono e restano 14 vite perse. E ora Tadini potrebbe dover rispondere anche di falso. Il capo operativo della funivia, infatti, ha detto al suo difensore di aver fatto delle prove nel periodo in cui la funivia era ferma a causa delle restizioni imposte dal Coronavirus. Ha detto di aver "messo i forchettoni" un paio di volte, in quel periodo, con la cabina vuota. Prove dovute ad alcuni rumori "che non lo convincevano". E quei rumori sospetti si sono sentiti anche il giorno prima e il giorno stesso dell’incidente, il 22 e il 23 maggio, stando a quanto emerge dalla richiesta con cui la procura chiede che Tadini resti in carcere. Eppure, "malgrado un rumore riconducibile alla presumibile perdita di pressione del sistema frenante della cabina, che si ripeteva ogni 2-3 minuti", Tadini, lo scorso weekend, ha annotato "nel registro l’esito positivo dei controlli".

L’inserimento dei forchettoni resta una concausa dell’incidente. L’altra è il cedimento della fune trainante. E a tal proposito, nelle ultime ore tra gli inquirenti si sta facendo largo un’ipotesi nuova: il problema all’origine del disastro non sarebbe la fune in sé, ma una mancanza di pressione e quindi di tensione lungo la stessa. Dalle prime analisi del consulente nominato dalla procura emerge, infatti, che la fune è sfilacciata in più punti. Questi sfilacciamenti potrebbero essere il segno di piccole ma ripetute carenze di tensione che avrebbero infine causato il cedimento della fune. Da qui le anomalie riscontrate nelle settimane precedenti al gravissimo incidente di domenica. Al consulente della procura verificare l’ipotesi, ma sotto la lente finirà il sistema idraulico che regola la pressione della fune. Su questo punto nelle ultime ore sono arrivate, tra l’altro, telefonate alla caserma dei carabinieri di Stresa da parte di ingegneri del settore.