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Firenze, 2 febbraio 2018 – Ricordando che il 2 febbraio 1885 nasceva a Firenze Aldo Palazzeschi.

La letteratura si profila subito per Aldo Palazzeschi (quell’Aldo Giurlani che già nella scelta di uno pseudonimo assunto al momento del debutto tende a nascondersi e ambiguamente ad esibirsi), come una grande finzione rivelante, come scena delle dislocazioni dell’io in figure e personaggi, come nuova biografia fantastica di progressivo, liberatorio superamento di quella che lo scrittore avrebbe poi definito, retrospettivamente, «una giovinezza turbata e quasi disperata». Tutto questo all’insegna di un autobiografismo delle possibilità che intreccia autobiografismo della mimesi e del rispecchiamento e autobiografismo del desiderio: dell’alterità avvertita come potenzialità rimasta tale e invece, in scrittura, assolutizzata, resa protagonistica, viva, in sintonia con la verità impavidamente espressa da uno dei celebri motti di Oscar Wilde: «Chi ha più di una volta vissuto, deve più di una volta morire», e in accordo con André Gide – quell’André Gide di cui peraltro è tramandato un giudizio singolarmente lusinghiero su Sorelle Materassi –, quando nel suo La tentative amoureuse, poi raccolto in Le retour de l’enfant prodigue sosteneva: «I nostri libri non saranno infine il racconto fedelissimo di noi stessi, ma piuttosto i nostri inconsolati desideri, l’anelito ad altre vite per sempre vietate, a tutti i gesti impossibili».

La letteratura, la scrittura, l’arte come uno spazio alternativo per maschere dell’impossibile o del creduto tale, per definizioni e incarnazioni di ciò che l’io avrebbe voluto essere e non è stato, per stratagemmi sostitutivi e riparatori di un io profondo cui la vita non ha concesso quella realizzazione di potenzialità nascoste, biograficamente vietate o rese difficili ma esistenzialmente sensibilissime: un teatro immaginario di parole che surroga la vita e insieme la completa, fino, concorrenzialmente, a sostituirla, a prenderne il posto.

Paradossalmente nel libro di versi del debutto poetico palazzeschiano, I cavalli bianchi, del 1905, l’io di chi con le sue parole vorrebbe rivelarsi è grammaticalmente assente, non dice affatto – come sarebbe lecito aspettarsi – di sé, liricamente di sé. Alla soggettività mortificata ed annientata fa invece riscontro il protagonismo in chiave collettiva e impersonale di un altro personaggio: «la gente» (quella gente, diciamo pure, che pone problemi all’io, che, intimidatoria e potente, impone divieti, contrasta il suo libero espletamento espressivo fino a soffocarlo).

Eppure quei testi in cui l’io, sistematicamente vessato e prevaricato, latita ci si rivelano presto, tra inibizione e turbamento di una giovinezza solitaria e «quasi disperata», testi sensibilmente tramati di autobiografismo, o meglio di quella più complessa, occulta «autobiografia del profondo» – secondo una definizione di Luigi Baldacci – disposta a dichiararsi, se non attraverso un io grammaticalmente assunto, attraverso altre risorse della scrittura, specialmente della scrittura poetica: immagini, iterazioni, parole chiave, sonorità, una versificazione che è sostanzialmente una ritmica ossessiva, volta esprimere anch’essa un sostanziale bloccaggio dell’io, una costrizione paragonabile alla circolarità e alla chiusura di immagini ricorrenti, dei movimenti stessi inscenati in quel teatro senza parole dalla gente che va e viene, circolarmente come in un opprimente girone dantesco senza fine.

Gente che guarda, che spia ed inesorabilmente perseguita un io non espressamente dichiarato e reso libero di dichiararsi, impaurito a tal punto, potremmo dire, atterrito, da occultarsi del tutto, da lasciare agli sguardi persecutori di chi lo vorrebbe ininterrottamente scrutare, criticare, condannare, soltanto vaghi indizi della propria presenza, tracce ambigue e misteriose del proprio essere passato di lì, lui braccato, dolorante e in fuga, prima della scomparsa.

In seguito, tuttavia, la scoperta del comico avrebbe risarcito Palazzeschi, ridefinendo a sufficienza per lui gli spazi per sofferenze, inibizioni e conflitti. Come accade esemplarmente nei versi di questa dolorante e insieme esilarante Fontana malata: una sorta di autobiografica proiezione dell’io in una cosa ritratta e sonoramente ascoltata nella sua voce, tra riconosciute disfunzioni dell’esistente e rivincite dell’arte.

Marco Marchi

La fontana malata

Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchette,
chchch…
È giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,
un poco
si tace…
di nuovo.
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il cuore
mi preme.
Si tace,
non getta
più nulla.
Si tace,
non s’ode
rumore
di sorta
che forse…
che forse
sia morta?
Orrore!
Ah! no.
Rieccola,
ancora
tossisce,
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
chchch…
La tisi
l’uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene,
ma tanto….
Che lagno!
Ma Habel!
Vittoria!
Andate,
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo
eterno  tossire!
Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire,
magari…
magari
morire.
Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai,
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch...

Aldo Palazzeschi

(da Poesie)