VEDI I VIDEO “Padre mio” ,  Ritratto per immagini del poetaLeonardo Sinisgalli con Giuseppe Ungaretti alla mostra del Mantegna a Venezia (1961) , Le macchine, estratto video dalla collana “Scienza e Poesia” diretta da Sinisgalli , “Monete rosse”

Firenze, 3 febbraio 2024 – Ricordando che il 31 gennaio ricorreva l’anniversario della morte del poeta lucano Leonardo Sinisgalli (Roma, 31 gennaio 1981) e segnalando la recentissima, pregevolissima pubblicazione in due volumi (il primo dedicato ai saggi e agli articoli, il secondo alla cronologia, le opere, gli indici e i documenti) dal tutolo Il labirinto di Leonardo Sinisgalli di Biagio Russo, edita dalla Fondazione Leonardo Sinisgalli.

In un affascinante testo in prosa di grande impegno dal titolo Intorno alla figura del poeta, Sinisgalli in riferimento alle sue antiche poesie scrive: «Sono cose di trent’anni fa; sono una curiosità archeologica». Ma ecco, a smentire autorità e autorevolezza dell’auctor e a mettere nel contempo in crisi facili, naturalistiche nozioni di cronologia, proprio queste splendide pagine: pagine in cui è possibile ritrovare – assieme all’esemplificazione sensibile teoricamente fornitane nel saggio Modernità di Leopardi – la maggiore incidenza novecentesca di Leonardo Sinisgalli, e con tutta probabilità la sua maggiore provocazione, ad un incrocio sensibile: al nodo in cui la parola per sole immagini e la tensione al discorso in lui si affrontano.

Tra presente, passato e futuro, al passo con il motto «Ricordare, sentire, indovinare», emblematico di quelle possibilità che precocemente costringono il poeta a un’«incantata immobilità», qui già si annuncia – cronologia su cronologia, o volendo all’interno di una sincronica cronologia del senza tempo – l’importante futura Avvertenza al lettore di Dimenticatoio. Qui già si certifica, quasi diaristicamente: «Ama molto, da qualche tempo, cancellare le tracce del suo passaggio, e infine nascondersi il più possibile».

Se L’età della luna prevederà per suo conto il perfezionamento esemplato su modelli di una poesia dell’appostamento (secondo il dettame «Non c’è bisogno di far chiasso per trovare la verità. La verità come le streghe fugge via a colpi di scopa. Per trovarla bisogna star quasi immobili»), è nell’Avvertenza che conclusivamente si potrà leggere: «Per scrivere poesie non c’è strategia più sicura di quella che consiglia di star fermi, non muoversi».

In queste testo lo scrittore alternerà ai nudi dati di cronaca e al giudizio della sua attualità di poeta il ricordo, il recupero alla luce dei difficili eppur fattivi settant’anni del suo passato. «Come mi sembravano limpidi a distanza — constaterà e quasi esclamerà — gli ingenui scritti giovanili: il flusso delle parole era senza scorie, pulito, fresco come il sangue». Poi solo il tempo, con energia indefettibile, sarebbe trascorso rapido, ungarettianamente distruttivo, ma anche non avaro di distese specularità ammonitrici e di bisticci, se in Pasqua 1952 quel tempo fissatosi in titolo avrebbe consegnato ai versi del poeta di ritorno ai cari luoghi (ai lari, a Montemurro, alla Lucania, al Sud), assieme all’obbligo della clausura nelle stanze, la rintracciata figura corporea, tra il focolare e la latrina, di un mitico padre dal «sangue greve», immobile e doloroso: «Lo caricheranno sulle spalle i miei nipoti / e un giorno, un tiepido giorno di là da venire, / lo porteranno alla vigna».

Così, per via di rispecchiamenti e sconfinamenti, circolarità ed eterni ricorsi, anche il domani all’aria aperta dovuto al padre e da lui accarezzato nei movimenti soccorsi della sua tarda età avrebbe infranto, come sempre avviene nella poesia, logiche e cronologie. Sarebbe tornato ad inglobare, diciamo pure avrebbe ereditato, il passato del figlio: un figlio pronto a svolgere il suo umano incarico di poeta ispirato, di poeta obbediente a Muse viste tra i campi lucani, appollaiate sulle querce, in quei vasti e assolati scenari da miraggi.

Marco Marchi

Padre mio

Padre mio che sei
sulla loggia dopo cena
e sonnecchi. Ti scuoti
al rumore dell’ acqua
che dal barile è calata nei secchi.
Anna innaffia la terra
delle fucsie materne.
Poi con la mano ti scaccia
i moscerini dalla faccia.

(da Vidi le Muse, 1943)

Leonardo Sinisgalli

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