Di Lorenzo Bianchi

Dopo quasi venti anni cala il sipario sul conflitto che il presidente americano Joe Biden definisce “la più lunga guerra americana”, quella in un Afghanistan. Il martoriato Paese continua a contare i morti giorno dopo giorno.  I Talebani  ora si trovano a fare i conti con la spietata concorrenza nella crudeltà del sedicente Califfato Islamico.  Nella serata del 17 aprile tre poliziotti sono stati uccisi da un loro collega a un posto di blocco nel distretto di Muqur, a nord di Qala-e-Naw. L’assassino è sparito con le armi e le munizioni della postazione. Si pensa che si sia unito ai Talebani.  Nella stessa nottata gli “studenti del Corano” avrebbero falciato tre agenti facendo esplodere un’auto imbottita di esplosivo nel distretto di Zinda, provincia occidentale di Herat, quella nella quale sono schierati i militari italiani. Nella provincia settentrionale di Takhar sono caduti quattro membri delle forze di sicurezza afgane. I Talebani hanno attaccato un posto di blocco nella periferia di Taloqan. A queste vittime si è aggiunta la strage di una famiglia, 8 persone che partecipava alle preghiere per il Ramadan in una moschea di Jalalabad. L’orrore in questo caso sarebbe stato motivato da una antica disputa su alcuni terreni. Quattro membri di un solo nucleo famigliare hanno perso la vita nel distretto di Jalriz della provincia di Wardak per mano delle forze del governo di Kabul. Nella stessa provincia un colpo di mortaio sparato da una unità governativa ha distrutto una casa nel distretto di Sayed Abad e ha ucciso tre civili della stessa famiglia. Sette poliziotti di guardia a una miniera di rame sono stati freddati dai talebani nella provincia di Logar proprio mentre il comandante della Nato in Afghanistan Scott Miller annunciava i primi preparativi per il ritiro dei 9600 soldati della missione “Resolute Support”. Habiba Sorabi, membro della delegazione afgana che a Doha, la capitale del Qatar, che da mesi sta negoziando con gli “studenti coranici” ha ottenuto solo la sibillina promessa che i diritti delle donne saranno garantiti “secondo la legge islamica”. Il “Charhrar Institute”, un centro studi cinese, ipotizza e teme “un aumento dell’attività militare statunitense nel Mar cinese meridionale e nella penisola cinese-indocinese”. In Cina nel 2018 Pechino ha già addestrato una brigata afgana di montagna. Il giornale di Hong Kong “South China Morning Post” cita “esperti” convinti del fatto che “se la situazione della sicurezza dell’Afghanistan rappresentasse una minaccia significativa, la Cina potrebbe inviare truppe di mantenimento della pace”.

Il presidente Biden ha annunciato la sua scelta in un discorso alla Nazione: “Non possiamo continuare il ciclo di espansione della nostra presenza militare in Afghanistan sperando di creare le condizioni ideali per il nostro ritiro, aspettandoci un risultato diverso. Sono il quarto capo di stato americano a presiedere una presenza di truppe americane in Afghanistan. Due repubblicani. Due democratici. Non passero’ questa responsabilita’ a un quinto”. Biden ha ricordato il tributo di sangue di Washington del suo Paese, 2400 soldati uccisi. Il ritiro comincerà il primo maggio e sara’ completato entro l’11 settembre, vent’anni esatti dall’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle di New York. La Nato ha tenuto a far sapere che “qualsiasi attacco talebano contro le truppe alleate riceverà una risposta forte”. Il presidente degli Stati Uniti si è trovato a fare i conti con il parere contrario di suoi consiglieri di rango al Dipartimento di stato e al Pentagono. Fra i militari che si sarebbero opposti il capo di stato maggiore Mark Milley e il responsabile del Central Command Frank McKenzie, gli stessi che avevano messo i bastoni fra le ruote anche a Donald Trump. La missione “Enduring freedom”, ribattezzata “Resolute Support”il primo gennaio del 2015, era cominciata  il 7 ottobre del 2001. Torneranno a Roma anche 800 militari italiani schierati a Herat e nella capitale Kabul. Secondo l’osservatorio “Milex” Roma ha speso in tutto 8.418 milioni di euro e 320 milioni per la cooperazione civile. La Brown University ha calcolato che dal 2001 al 2019  gli Usa hanno profuso in Afghanistan 975 miliardi di dollari, prendendo in considerazione solo i fondi messi a disposizione del Dipartimento della difesa. Fino al mese di maggio del 2020 i militari della coalizione guidata dagli americani che hanno perso la  vita sono stati 3.502. Cinquantatre sono italiani. Secondo studi dello stesso ateneo e della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (l’Unama) le vittime civili, pur difficilmente calcolabili, sarebbero almeno 35000.

Daoud Naiji, consulente politico del Consiglio di Sicurezza Nazionale afghano,pur ribadendo le capacità delle forze di sicurezza del suo Paese di difendere il territorio da possibili offensive talebane quando le truppe internazionali avranno lasciato il Paese, ha sottolineato che sarà in ogni caso un “difficile” compito.  Mir Rahman Rahmani, numero uno della Wolesi Jirga, la Camera bassa del Parlamento di Kabul, teme che “Il ritiro delle forze straniere nella situazione attuale potrebbe peggiorare la situazione e portare a una guerra civile” . Il 4 marzo, quasi tre mesi dopo aver trucidato la giornalista di Enikass tv Malalai Maiwand l’Isis ha fulminato tre impiegate della stessa emittente in due attacchi quasi contemporanei a Jalalabad, la capitale della provincia orientale afgana di Nangarhar. Alle 16 sono state uccise Mursal Wahidi e Shahnaz Raufi. Stavano tornando a casa dopo il lavoro. Pochi minuti dopo un uomo armato ha freddato Saadia Sadat nel distretto di polizia numero 4. Le tre giovani, di età compresa fra 20 e 26 anni, lavoravano per l’emittente da quattro anni. Il proprietario di Enikass, l’ingegnere Zalmay Latifi, ha detto di aver informato l’intelligence nazionale circa le minacce ai suoi collaboratori. L’Isis ha rivendicato i tre assassinii. Mercoledì 4 marzo l’IsKp, l’autoproclamato Stato Islamico nella Provincia di Khorasan, si è attribuito l’uccisione di una ginecologa, Sadaf, con un ordigno magnetico piazzato sotto un risciò. Secondo i jihadisti la vittima era “un’apostata dell’intelligence afgana”..

 Malalai Maiwand era stata crivellata dai proiettili mentre stava raggiungendo gli studi di Enikass Tv. Alle 7 e 10 del 10 dicembre scorso un commando l’ha fermata per sempre assieme al suo autista. L’agguato è stato rivendicato dall’Isis che spiega di averla giustiziata perche “era vicina al regime di Kabul”. Malalai (nella foto i suoi funerali) era anche impegnata nella difesa dei diritti delle donne. Esattamente come la madre fulminata cinque anni fa, uno dei tanti delitti rimasti impuniti. Nel solo mese di novembre hanno perso la vita altri due giornalisti. Ilias Dayee di Radio Free Europe/ Radio Liberty, 33 anni, il 12 novembre è stato dilaniato da un ordigno collocato nella sua auto. Cinque giorni prima con la stessa tecnica è stato ucciso Yama Siawash, un ex conduttore di “Tolo tv” passato alle dipendenze della Banca centrale afgana. Dieci mesi prima in un’intervista allo stesso canale Malalai aveva denunciato “minacce alla sua sicurezza”. “I proiettili del nemico non ci metteranno in ginocchio, siamo preparati a ogni tipo di sacrificio”, giura Hamad, fratello della giornalista trucidata. Humaira Rafi, segretario del consiglio provinciale del Nangarhar, spara a zero sul governo centrale: “Se l’esecutivo non ha la capacità di rilevare queste reti terroristiche, dovremmo aspettarci la fine della libertà di stampa in Afghanistan”. Nel 2018  Zalmay Latifi era stato rapito da banditi che hanno incassato un riscatto.

 

Il 21 novembre dell’anno scorso ventotto razzi katiuscia erano caduti nella cittadella fortificata delle ambasciate e della Presidenza afgana, la Green Zone, nel centro e nella periferia di Kabul, 10 vittime, 50 feriti. Una raffica di missili sparati a 360 gradi.  Uno si è schiantato  a pochi metri dall’edificio principale dell’ambasciata iraniana. Il ministro degli esteri della teocrazia di Teheran Said Khatibzadeh non ha perso l’occasione per dichiarare che “l’attacco è un tipico esempio di guerra per procura degli Stati Uniti”. Già prima della rivendicazione dell’Isis i talebani si erano detti estranei all’azione di guerra: “Non siamo soliti sparare alla cieca su aree abitate”. Su Telegram l’Isis si è attribuito la paternità del fitto lancio di missili: “Soldati del Califfato hanno preso di mira la green zone … dove si trovano l’edificio della presidenza afgana, le ambasciate dei Paesi crociati e il quartier generale delle forze afgane”. Un rapporto delle Nazioni Unite datato 15 febbraio registra che sono stati uccisi nel periodo compreso fra il primo gennaio 2018 e il 31 gennaio 2021, 32 militanti dei diritti umani e 33 addetti alla comunicazione di massa.  Una mattanza.

Nell’Afganistan ancora grondante sangue a Ghazni, una città dell’est, sarebbe morto nella settimana fra il 9 e il 15 novembre dell’anno scorso per cause naturali, ossia “complicazioni legate all’asma aggravate dall’impossibilità di aver acesso a cure regolari” il numero uno di al Qaida, l’oculista egiziano Ayman al Zawahiri, 69 anni. L’ultimo suo video risale all’11 settembre scorso. Sul suo capo pendeva una taglia di 25 milioni di dollari promessa dal governo americano La notizia è stata pubblicata dal quotidiano saudita in lingue inglese“Arab News” che cita quattro fonti anonime diverse, afgane e pachistane. Una è un funzionario della sicurezza pachistana attivo nelle zone tribali. La settimana scorsa la stessa informazione era stata data da Hassan Hassan, direttore del Center for global policy che cita “Hurras al Din”, “Organizzazione dei guardiani della religione”un gruppo di combattenti qaidisti che hanno partecipato alla guerra civile in Siria.

Per la successione di al Zawahiri circola il nome di Saif al Adel, già studente di economia all’Università Shibin Elkon di Menufiya, ex colonnello delle forze speciali egiziane, militante della prima ora nelle file della Jihad islamica nel suo Paese, sospettato di aver addestrato i membri del commando che mise a segno l’attentato alle Torri Gemelle l’11 settembre del 2001. Adel sarebbe anche stato il regista della fuga di un gruppo di qaidisti in Iran dove fu arrestato nel 2003. Secondo il “New York Times” nel settembre 2015 fu rilasciato assieme ad altri quattro miliziani qaidisti in cambio della liberazione di un diplomatico statunitense preso in ostaggio dal “Al Qaida nella penisola arabica” in Yemen due anni prima. Nell’agosto del 2018 il Dipartimento di stato degli Usa ha aumentato da 5 a 10 milioni la ricompensa per informazioni che siano utili alla sua cattura.