Di Lorenzo Bianchi

Quattro anni di carcere si abbattono sul capo di Aung San Suu Kyi, 75 anni , la “Lady” birmana capofila della resistenza al dominio degli uomini con le stellette, la giunta militare protagonista di un golpe che ha estromesso dal potere gli eletti dal popolo. Secondo un portavoce degli uomini in divisa Aung è stata condannata a due anni “per incitamento al dissenso” e ad altri due perché durante la campagna elettorale del novembre 2020 non avrebbe rispettato le restrizioni imposte per arginare il Covid-19. Era stata arrestata il primo febbraio per la risibile accusa di avere importato illegalmente 12 telefoni walkie talkie. A stretto giro di posta si è aggiunta l’imputazione di aver accettato un pagamento illegale di 600 mila dollari e di 11 chili d’oro. A quattro anni è stato condannato anche l’ex presidente birmano Win Myint. Ma durante l’udienza del primo marzo, con una procedura giudiziaria a dir poco sbrigativa, ad Aung è stata notificata l’accusa  di “violazione della legge sulle comunicazioni”  Il 2 aprile le è piovuta fra capo e collo la contestazione di aver infranto i segreti di stato. Una modifica del codice penale introdotta dai militari golpisti consente ora la detenzione senza la convalida di un giudice. In concreto la “Lady” rischia di essere privata della libertà a vita.

La giunta militare birmana continua a falciare dimostranti e accende il fuoco della guerra civile travolgendo il fragile cessate il fuoco di 30 giorni concordato con i gruppi armati dei movimenti separatisti. Sabato mattina le forze delle tre “Fratellanze di organizzazioni armate”, le truppe dell’”Esercito dell’Arakan”, dell’”Esercito Nazionale Democratico Alleanza Kokang Myanmar” e dell’”Esercito di Liberazione Nazionale Ta’ang” hanno attaccato una stazione di polizia a Naung Mon, a 25 chilometri da Lashio, sull’autostrada che collega Lashio a Mandalay, la seconda città del Paese. Otto poliziotti hanno perso la vita. Una delle vittime sarebbe il capo del distaccamento. Dal primo febbraio, il giorno del golpe militare, le vittime sono più di 700.  A Bago, 65 chilometri a nordest di Yangon, usando armi pesanti i militari “hanno sparato anche alle ombre”, riferiscono i residenti. I morti potrebbero essere 80. L’attacco è cominciato alle 5 della mattina di venerdì. Cinquantasette cadaveri sono stati trascinati dai soldati nella pagoda Zeyar Muni, il loro quartier generale in città. Tre sono all’obitorio. Un caduto è stato immediatamente cremato. Le notizie sono state riferite al quotidiano “Myanmar Now” da Ye Htut, uno dei leader della protesta. A Tamu, nella regione Sagaing, i soldati sono caduti in un’imboscata. Gli abitanti del posto imbracciavano tradizionali fucili da caccia Tumi a colpo singolo. Sono morti tre militari e un civile. Nello stato di Kachin l’esercito cerca i capi della rivolta anche con irruzioni nelle chiese cristiane, nei templi e nei monasteri buddisti. Diciannove persone sono state condannate a morte per aver ucciso un soldato (17 sono ancora ricercate). A Yangon, la città più popolata del Myanmar, è esplosa una bomba davanti alla filiale di una banca di proprietà dei militari. Un uomo della sicurezza  è stato ferito dai frammenti dell’ordigno.

Zaw Min Tun, portavoce della giunta che ha messo a segno il colpo di stato del primo febbraio, ha dichiarato al network statunitense “Cnn” che lo stato di emergenza di un anno potrebbe essere prolungato di “sei mesi” e che le nuove elezioni potrebbero essere organizzate “entro due anni”, uno in più rispetto alle promesse fatte a caldo dal capo della giunta, il generale Min Aung Hlaing. Dalla fine di marzo l’informazione della resistenza si è spostata da internet, bloccata dalla giunta quasi ogni giorno, alla vecchia carta stampata. Gli attivisti distribuiscono le riviste nelle strade e nei mercati come durante la rivolta del 1988. Fra i primi titoli ad apparire “Towards”, “The Voice of Spring”, “The milestone” e “Molotov”.  Il 24 marzo a Mandalay è stata uccisa a sangue freddo una bimba di sette anni. Si chiamava Khin Myo Chit. Si era rifugiata sulle ginocchia del padre U Maung Hashin Bai dopo che i soldati avevano sfondato a calci la porta della sua casa, riferisce il quotidiano “Myanmar Now”. La perquisizione si è conclusa con l’arresto del fratello, 19 anni. Di notte le forze di sicurezza hanno  tentato di trafugare la salma della piccina, ma i genitori l’avevano già portata in un altro posto. La casa è stata distrutta dai soldati. Il 27 marzo è stato il giorno più sanguinoso della rivolta. Se sono giusti i calcoli del giornale “Myanmar Now”, sono stati fulminati 114 civili, 27 a Yangon e 40 a Mandalay (dove le forze dell’ordine hanno abbattuto una ragazzina di 13 anni nel quartiere residenziale Meikhtila). Per Sasa, un leader dell’opposizione, il 27 marzo le forze armate hanno consegnato alla storia “il giorno della vergogna”.

Come se vivesse su un altro pianeta, l’Esercito ha celebrato il settantaseiesimo anniversario della resistenza contro l’invasione giapponese (capeggiata dal padre di Aung San Suu Kyi), dopo che la tv di stato aveva invitato i cittadini a “non morire per nulla, imparando la lezione da chi è deceduto brutalmente”. Il capo della giunta Min Aung Hlaing ha parlato per 30 minuti alle truppe schierate. Alla cerimonia hanno partecipato una delegazione  cinese e una rappresentanza russa guidata dal viceministro della difesa Aleksander Fomin. L’uomo di Mosca ha incontrato Hlaing e ha dichiarato che il suo Paese è “impegnato a sfruttare al massimo il potenziale esistente per approfondire la cooperazione tecnico -militare nello spirito del partenariato strategico”.

Il quotidiano britannico “The Guardian” ha raccontato il mortale contrappasso inflitto a Zaw Myat Lynn, 46 anni, un professore universitario di letteratura giapponese che aveva osato  definire “terroristi” e “cani” i militari della giunta golpista. L’8 marzo la sua lingua è stata letteralmente sciolta con soda caustica o con un getto di acqua bollente che gli ha anche frantumato i denti. Lynn era un militante della Lega Nazionale per la democrazia guidata da Aung San Suu Kyi. Tutto iI suo corpo è un unico livido interrotto solo da una coltellata all’addome.  Sulla sua pagina Facebook condivideva video di soldati che sparano su civili inermi. I militari sono andati a casa sua e lo hanno costretto a salire su un camion. Il giorno dopo la moglie Phyu Phyu Win è stata convocata all’ospedale militare Mingarlardon per l’identificazione della salma. I responsabili della struttura sanitaria le hanno consegnato un referto che ha attribuito il decesso alla caduta del docente dall’altezza di 9 metri su una recinzione metallica affilata. Così si sarebbe concluso un tentativo di fuga del consorte. Qualche giorno prima era stato trovato senza vita in carcere Khin Maung Latt, 58 anni, presidente della Lega Nazionale per la Democrazia a Yangon. Aveva una ferita alla testa e lividi in tutta la schiena.

Il 16 marzo mattina è cominciata una fuga di massa dal quartiere Hlaing Tharyar di Yangon (nella foto un dimostrante tenta di recuperare un compagno colpito), una grande area industriale. Gli abitanti cercavano di tornare nei loro villaggi di origine in sella a bici, a moto o su tradizionali carretti tuk tuk stracarichi. Secondo l’Associazione per l’assistenza ai prigionieri politici (in sigla inglese Aapp) nella circoscrizione il 15 marzo sono state uccise 20 persone dopo che individui armati di sbarre di ferro, di asce e di taniche di benzina hanno danneggiato un albergo e altre 10 strutture di proprietà cinese, per lo più fabbriche o magazzini di abbigliamento. Il 14 marzo su Hlaing Tharyar, sul vicino quartiere Shwepyitha e su altre 4 circoscrizioni era calata la mannaia della legge marziale. Chiunque sia arrestato rischia da un minimo di tre anni di carcere fino al massimo della pena capitale.   Non si ha più nessuna notizia di centinaia di persone, compresi molti bambini. La “Whitecoat Alliance of medics” riferisce che i sanitari finiti dietro le sbarre sono una cinquantina. E stato rinchiuso in cella anche Paing Takhon, 24 anni, uno dei più celebrati attori del Paese. Molte categorie professionali e i dipendenti pubblici di ogni settore sono in sciopero.

A Mandalay Ma Kyal Sin, una ragazza di 19 anni, è stata trafitta al collo da un proiettile. Indossava una maglietta sulla quale aveva scritto “tutto andrà bene”. Come se avesse avuto un presentimento aveva affidato a Facebook l’indicazione del suo gruppo sanguigno e aveva disposto la donazione dei suoi organi. Postava video dei suoi passi di danza, selfie dei suoi abiti e foto con il padre. A novembre Kyal e il genitore avevano scattato istantanee delle loro dita macchiate di inchiostro viola. Avevano appena partecipato alle elezioni stravinte dalla Lega Democratica Nazionale (in sigla Ldn) di Aung San Suu Kyi. Di notte e con il pretesto di sottoporre il corpo della giovane a una autopsia, diversi individui sono entrati nel cimitero nel quale era sepolta. La sua tomba è stata riempita di cemento. I profanatori hanno lasciato sul posto lamette da barba,  stivali di gomma, pale, camici da chirurgo e un guanto insanguinato.

L’ambasciatore della Birmania alle Nazioni Unite Kyaw Moe Tun è stato licenziato dalla giunta per “alto tradimento”. In un discorso al Palazzo di Vetro aveva condannato il putsch dei generali chiedendo “l’azione più forte possibile della comunità internazionale per porre fine immediatamente al colpo di stato militare e all’oppressione di persone innocenti, per restituire il potere statale al popolo e per ripristinare la democrazia”.  Alla fine dell’intervento il diplomatico ha alzato la mano con le tre dita centrali tese.  Anche il suo successore Tin Maung Naing, ha rinunciato all’incarico.

L’ambasciatore di Pechino in Myanmar Chen Hai ha dichiarato che il suo Paese “ha relazioni amichevoli sia con la Lega Democratica Nazionale (il partito di Aung San Suu Kyi) sia con i militari”.  “La situazione attuale – ha tenuto a precisare – non è assolutamente quella che la Cina vorrebbe vedere”. A Pechino sta a cuore “la stabilità politica e sociale” del Paese nel quale ha investito capitali ingenti e dal quale importa preziose terre rare necessarie per gli smartphone e per i sistemi di difesa missilistica. Nel golfo del Bengala vorrebbe realizzare il porto di Kyaukphyu con una annessa Zona Economica Speciale che è già costata oltre 7 miliardi di euro.

Lo scalo marittimo garantirebbe l’accesso diretto all’Oceano Indiano (dalla provincia cinese dello Yunnan) e svincolerebbe la “via della seta” dalla necessità di attraversare lo stretto di Malacca presidiato dagli Stati Uniti e dai loro alleati asiatici. L’Occidente ha battuto un colpo. Il presidente americano Joe Biden ha cancellato aiuti per 42,4 miliardi di dollari e ha congelato i beni negli Usa e l’accesso ai fondi statunitensi a tre società e a dieci esponenti dei vertici militari birmani in servizio o in pensione. Il dipartimento del tesoro americano ha applicato misure restrittive contro la Myanmar Gems Enterprise, una società del governo che sovrintende a tutte le attività di lavorazione delle pietre preziose. La Birmania è il primo produttore del mondo di giada e di rubini.. Londra ha deciso sanzioni contro Min Aung Hlaing, contro altri 5 alti ufficiali e a carico della “Myanmar economic holdings”, un importante conglomerato guidato da militari. A tutti ha vietato l’ingresso nel suo territorio e gli affari con società britanniche. La Ue progetta misure contro 11 ufficiali birmani che stanno guidando la repressione. Nell’elenco è incluso il generale Min Aung Hlaing.