Di Lorenzo Bianchi

Aleksander Lukashenko, l’uomo che ama farsi chiamare “bat’ka”, “padre”, continua a stringere il pugno di ferro. Dopo la quindicesima domenica di manifestazioni le solite retate a strascico hanno portato in cella altre 345 persone a Minsk. Il centro per i diritti umani “Vjasna” segnala che il 16 novembre è stato raggiunto il record assoluto di arresti, 1200 in un solo giorno . Quello precedente, i 713 fermati dell’11 ottobre è stato polverizzato. Il Comitato per la sicurezza dello stato ha incluso Stepan Putilo e Roman Protasevich, i fondatori del canale “Telegram Nexta”, una voce dell’opposizione, nell’elenco delle persone “impegnate in attività terroristiche”. Entrambi sono riparati in Polonia. Ai funerali del poeta dissidente Roman Bondarenko, la cui morte è stata provocata  da uomini mascherati, sono apparsi i “Tikhar”, civili in borghese che appoggiano la polizia.

La manipolazione dei risultati del 9 agosto, l’80,23 per cento dei voti a Lukashenko, è una ferita che non si rimargina. L’opposizione l’ha denunciata sulla base di un campione di cento sezioni. A urne appena chiuse un video mostrò una scrutatrice carica di schede intenta a calarsi da un seggio su una scala a pioli retta da un poliziotto. A Brest furono trovati frammenti bruciacchiati del materiale in dotazione a una sezione elettorale.

Durante le manifestazioni contro il risultato delle elezioni presidenziali sono state uccise, secondo il ministero dell’interno, 4 persone. Giovedì 12 novembre all’elenco delle vittime si è aggiunto il poeta Roman Bondarenko, 31 anni. Si era avvicinato a un  agente il cui volto era coperto da un passamontagna. Il poliziotto stava tagliando i nastri bianchi e rossi, i colori della rivolta, annodati a una recinzione. Un passante ha cominciato a inveire contro l’appartenente alle forze dell’ordine. Bondarenko a sua volta è intervenuto.  L’uomo mascherato lo ha preso a violenti spintoni fino a fargli sbattere il capo contro lo scivolo di un parco giochi. A bordo di un minibus l’artista è stato portato alla centrale della polizia. Dopo due ore è stato trasferito all’ospedale. E morto il 13 novembre. Nella stessa giornata le autorità bielorusse hanno ordinato alle banche di sequestrare 1 milione e 400 mila rubli locali (400 mila euro) raccolti a Londra dal fondo “By_help” costituito da Andrei Leonchik, per soccorrere le vittime della repressione, in particolar modo i feriti e chi ha subito multe particolarmente salate. Alla rivolta sembra essersi associata anche la centrale nucleare di Astraviyets che sorge a poche decine di chilometri dal confine con la Lituania. L’impianto, inaugurato in pompa magna il 7 novembre dallo stesso autocrate di Minsk è stato chiuso il giorno dopo per una serie di esplosioni che hanno danneggiato, secondo il sito Tut.by, “i trasformatori di voltaggio”.

L’Europa ora minaccia nuove sanzioni dopo quelle del 6 novembre a carico di Aleksander Lukashenko, del figlio Viktor, 15 anni, e di altri tredici alti papaveri del regime. Bruxelles non considera “né libere né eque” le elezioni del 9 agosto. Il 12 ottobre il viceministro dell’interno bielorusso Gennady Kazakevic (nella foto un uomo mascherato arresta due donne) ha annunciato che la polizia potrà usare anche “armi letali contro i dimostranti”. Nella stessa giornata i ministri degli esteri dell’Unione Europea avevano deciso di inserire anche il presidente Aleksander Lukashenko nell’elenco delle “persone sanzionabili”, ossia degli individui che non possono entrare negli Stati della Ue e che nella stessa area sono sottoposti al congelamento dei beni personali.

Dieci giorni prima l’Unione Europea aveva approvato le stesse  misure restrittive contro 44 figure di rilievo del regime. Il più alto in grado era il ministro dell’interno Juri Khadzimuratavic Karaeu. Le restrizioni erano state estese anche ai suoi vice, ai capi di diverse sezioni della polizia e dell’intelligence e a componenti della Commissione elettorale centrale.

Il 23 settembre per Aleksander Lukashenko, 65 anni, il sesto giuramento da presidente della Bielorussia è stato una cerimonia top secret e blindata. Il centro di Minsk era chiuso al traffico, il palazzo del capo dello stato era circondato e vigilato dalle forze dell’ordine. Solo a cose fatte Il popolo ha saputo e ha riempito di nuovo le strade della capitale e di altre città del Paese. “E’ stata una farsa – ha tuonato la leader dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaja, 37 anni, costretta a fuggire in Lituania, insegnante di inglese e moglie del blogger dissidente Serghej recluso dal 29 maggio – da oggi per noi Lukashenko è andato in pensione. Le sue direttive alle forze dell’ordine non sono più legittime e neppure eseguibili”.

Sabato 19 settembre centinaia di appartenenti al gentil sesso si erano radunate vicino al mercato Komarovski di Minsk per contestare la rielezione dell’immarcescibile presidente. All’altezza del centro commerciale Iceberg sono state caricate a decine sui cellulari della polizia. Nina Baginskaia, 74 anni, balzata agli onori delle cronache come la “bisnonna della protesta”, è stata fermata e rilasciata. Dal 1988 partecipa a tutti i cortei che contestano il potere. Ha risposto “sto passeggiando”, in bielorusso “Ya guliayu”, a un poliziotto che le chiedeva che cosa stesse combinando in  piazza. Ogni mese le sequestrano metà della pensione, ossia 140 euro, perché lo stato le ha comminato multe per un totale di14 mila euro. Il giorno dopo un nuovo fiume di persone ha invaso le strade della capitale. I dimostranti hanno reclamato “pulizia” e invitato Putin a “tirar fuori la forchetta dalla patata bielorussa”. La reazione è stata la solita. Centocinquanta arresti secondo le stime del centro per i diritti umani Vjasna , 100 a Minsk e 50 in altre città. Le porte del carcere si sono aperte anche per Oleg Moisseev, membro del Consiglio  di coordinamento degli avversari del presidente bielorusso e stretto collaboratore  di Svetlana Tikhanovskaja,

Millecinquecento militari delle truppe d’assalto russe schierati nel poligono Bretsky, sul confine con la Polonia, sono stati per ora la migliore stampella politico – militare di Lukashenko. L’operazione “Fratellanza Slava” è cominciata lunedì 14 settembre con l’arrivo dei soldati della 76° divisione aerotrasportata di stanza a Pskov, dotati di “speciale tecnologia da combattimento”. Il ministro della difesa russo Serghej Shoigu ha annunciato nuove manovre militari che rientrano in un pacchetto di 130 attività congiunte. “Purtroppo – si è rammaricato il responsabile delle forze armate di Mosca – il programma è stato eseguito solo al 30 per cento. Abbiamo bisogno di arrivare al 70 entro la fine dell’anno”.

Il 14 settembre con Lukashenko ha incontrato Putin. Al presidente russo aveva sollecitato l’aiuto che si deve “a un amico in difficoltà”. Ha ottenuto un prestito di un miliardo e mezzo di dollari e le operazioni militari decantate da Shoigu. Putin però ha pronunciato una frase sibillina. “Gli stessi bielorussi – ha detto – debbono risolvere la situazione in modo calmo e con il dialogo”.

Sul piano interno non si è aperto il minimo spiraglio di disgelo.  Maria Kolesnikova, 38 anni, flautista e insegnante di musica, una delle tre donne che hanno tirato i fili della cosiddetta  “rivolta delle mogli”, continua ad essere l’ospite più illustre del Centro di detenzione preventiva numero 1 della capitale bielorussa. L’8 settembre aveva evitato di essere deportata in Ucraina stracciando il suo passaporto a poche decine di metri dal valico di Aleksandrovka. Alle 11 del 7 settembre hanno smesso di suonare i portatili  di Anton Rodnenkov, portavoce del Consiglio di coordinamento dell’opposizione e del suo segretario Ivan Kravtsov. Un quarto membro dell’organismo, l’ex ministro della cultura Pavel Latushko, è fuggito in Polonia. I servizi segreti gli hanno detto chiaro e tondo che sarebbe stato incriminato se fosse rimasto a Minsk. Da martedì 8 settembre  non si sa più nulla di Antonina Konovalova, un’altra avversaria del capo dello stato. Il 9 settembre i soliti uomini mascherati del regime hanno prelevato anche Maxim Znak, membro del Presidium del Consiglio di Coordinamento dell’opposizione.

I primi due esponenti del “Consiglio di coordinamento dell’opposizione” a finire in cella sono stati l’avvocata Olga Kovalkova, una stretta collaboratrice di Svetlana Tikhanovskajia, e Serghej Dilevsky, 30 anni, leader sindacale carismatico della fabbrica di trattori di Minsk “Mtz”. Dilevsky è stato rilasciato il 18 settembre. L’accusa che accomuna tutti i componenti del Presidium del Consiglio di Coordinamento dell’Opposizione risale al 20 agosto.  Secondo il Procuratore generale Aleksander Konyuk avrebbero “tentato di prendere il potere statale causando danni alla sicurezza nazionale”. Sono quindi imputati di aver violato l’articolo 361 del codice penale. Rischiano 5 anni di carcere. La stessa norma ha portato in cella anche Ilya Salei, il primo difensore di Maria Kolesnikova. La cestista Yelena Leuchanka, 37 anni, già stella della nazionale e della Nba, condannata a 15 giorni di reclusione per aver sottoscritto il manifesto di 600 atleti che hanno chiesto nuove elezioni, ha raccontato a “Tribuna.com” la sua esperienza in carcere: “Per tredici giorni la mia compagna di cella ed io abbiamo dormito su fredde sbarre di metallo. Non avevamo acqua calda. Sono stati bloccati gli scarichi del gabinetto. Così mi si è sviluppata un’infezione genitale e la mia malattia è peggiorata”. Era stata arrestata all’aeroporto di Minsk. Ha dichiarato che voleva curare all’estero un’ernia spinale.