Di Lorenzo Bianchi

Millecinquecento militari di truppe d’assalto russe nel poligono Bretsky sul confine con la Polonia. Sono per ora l’assicurazione migliore sulla sopravvivenza politica di Aleksander Lukashenko. L’operazione “Fratellanza Slava” è cominciata regolarmente lunedì 14 settembre. I soldati della 76° divisione aerotrasportata di stanza a Pskov sono dotati di “speciale tecnologia da combattimento” e resteranno in Bielorussia fino al 25. Avrebbero dovuto partecipare anche i serbi, ma la Ue li ha convinti a desistere. Il ministro della difesa russo Serghej Shoigu ha annunciato nuove manovre militari in ottobre. Rientrano in un pacchetto di 130 attività congiunte. “Purtroppo – si è rammaricato il responsabile delle forze armate di Mosca – il programma è stato eseguito solo al 30 per cento. Abbiamo bisogno di arrivare al 70 entro la fine dell’anno”.

Il presidente bielorusso non ha motivi per lamentarsi. Il Cremlino per ora è dalla sua parte. Il direttore del servizio russo di intelligence per l’estero (in sigla Svr) Serghej Naryshkin ha diffuso la notizia che l’opposizione ha ricevuto 20 milioni di dollari attraverso le organizzazioni non governative fra la fine del 2019 e l’inizio del 2020. In un’intervista al sito ucraino Ib.ua La leader del movimento di protesta contro il voto presidenziale del 9 agosto Svetlana Tikhanovskaja ha garantito al capo dello stato bielorusso che, se accetterà una transizione pacifica del potere, la sua sicurezza sarà assicurata.

Lukashenko è ringalluzzito dal faccia a faccia con Putin a Sochi. Al presidente russo aveva sollecitato l’aiuto che si deve “a un amico in difficoltà”. Ha ottenuto un prestito di un miliardo e mezzo di dollari e tutte le rassicurazioni militari che sono già operative. Putin però ha pronunciato una frase sibillina. “Gli stessi bielorussi – ha detto – debbono risolvere la situazione in modo calmo e con il dialogo”.  Gli osservatori a Mosca ipotizzano che sul lungo periodo stia puntando su una figura fedele alla Russia, ma accettata anche dall’opposizione. L’ appiglio formale potrebbe essere la riforma della Costituzione, l’unica concessione di Lukashenko.

Sul piano interno per ora nessun disgelo. Maria Kolesnikova è l’ospite più illustre del Centro di detenzione preventiva numero 1 di Minsk, capitale della Bielorussia. L’8 settembre aveva evitato di essere deportata in Ucraina stracciando il suo passaporto a poche decine di metri dal valico di Aleksandrovka. Il 9 settembre i soliti uomini mascherati del regime hanno prelevato anche Maxim Znak, membro del Presidium del Consiglio di Coordinamento dell’opposizione. Domenica 13 settembre decine di migliaia di persone (nella foto una dimostrante), 150 mila secondo il centro per i diritti umani Vyasna,  hanno invaso di nuovo le piazze e i viali di Minsk per dare vita alla “marcia degli eroi” e hanno ritmato lo slogan “non permetteremo a Lukashenko di svendere il Paese”. Per duecentocinquanta persone sono scattate le manette.

L’unica componente del vertice del Consiglio rimasta a piede libero è la premio Nobel per la letteratura (nel 2015) Svetlana Alexievich. L’accusa che accomuna tutti i componenti del Presidium del Consiglio di Coordinamento dell’Opposizione risale al 20 agosto.  Secondo il Procuratore generale Aleksander Konyuk avrebbero “tentato di prendere il potere statale causando danni alla sicurezza nazionale”. Sono quindi imputati di aver violato l’articolo 361 del codice penale. Rischiano 5 anni di carcere. La stessa norma ha portato in cella anche Ilya Salei, il primo difensore di Maria Kolesnikova. La giovane, 38 anni, flautista e insegnante di musica, è una delle tre mogli di dissidenti che avevano sfidato il capo dello stato bielorusso nella campagna elettorale per la presidenza. Il marito Viktor Babariko  era il presidente di Belgazprombank, il braccio bancario locale della Gazprom russa. Il 12 maggio si era dimesso per partecipare alla consultazione del 9 agosto. E’ stato arrestato il 19 giugno.

 

“Voleva scappare dalla sorella in Ucraina” è stata la malevola e falsa ricostruzione del presidente Aleksander Lukashenko. Il vice ministro dell’interno di Kiev Anton Gheraschenko lo ha smentito: “Non era una partenza volontaria, ma una deportazione forzata”. Dalle 10 e 13 del 7 settembre si erano perse le tracce della dissidente.

Alle 11 dello stesso giorno hanno smesso di suonare anche i portatili  di Anton Rodnenkov, portavoce del Consiglio di coordinamento dell’opposizione e del suo segretario Ivan Kravtsov. Un quarto membro dell’organismo, l’ex ministro della cultura Pavel Latushko, è fuggito in Polonia. I servizi segreti gli hanno detto chiaro e tondo che sarebbe stato incriminato se fosse rimasto a Minsk. Da martedì 8 settembre  non si sa più nulla di Antonina Konovalova, fiera avversaria del capo dello stato.

Aleksander Lukashenko, 65 anni, al potere da 26, in una conferenza stampa alla quale ha potuto partecipare solo un gruppo di media russi selezionati da lui ha ammesso di essere rimasto al potere “un po’ troppo”. Il 9 settembre ha innalzato l’ennesima cortina fumogena. In un’intervista a Russia Today  ha detto che si potrebbero tenere nuove elezioni presidenziali, ma solo dopo la convocazione di un’Assemblea del popolo. Nei giorni precedenti dovrebbero elaborare proposte su una nuova Costituzione consigli di rappresentanti della società civile e di organi di governo.

La Ue ha nei suoi cassetti un elenco di 31 alti funzionari del regime di Minsk ai quali dovrebbero essere applicate sanzioni. Nella lista figurerebbe anche il responsabile del dicastero degli interni Yuri Karayeu. ». l’Alto rappresentate dell’Unione per la politica estera, Josep Borrell, ha chiesto la “liberazione immediata di tutte le persone detenute per motivi politici, arrestate sia prima che dopo le elezioni presidenziali falsificate del 9 agosto”.

La manipolazione dei risultati elettorali è una ferita che non si rimargina. Domenica 6 settembre, a 29 giorni da voto che ha confermato per la sesta volta Aleksander Lukashenko al vertice dello stato con l 80,23 per cento delle preferenze, un fiume di persone ha invaso le strade di Minsk per ore. Secondo l’agenzia russa Interfax erano 100 mila. L’obiettivo era far arrivare la “Marcia dell’Unità” fino al palazzo dell’Indipendenza, la residenza del capo dello stato. All’incrocio fra il viale dell’Indipendenza e la grande arteria stradale intitolata a Lenin era attestato un massiccio schieramento di polizia antisommossa. Un muro invalicabile.  Per la prima volta si è sentito uno slogan antirusso: “No all’integrazione con Mosca”. Nel corteo c’era anche Maria Kolesnikova. Nella retata successiva, in tutto 633 fermi, sarebbero incappati anche due giornalisti.

Nei giorni precedenti il capo dello stato bielorusso aveva messo nel mirino la stampa straniera. Aveva disposto il ritiro degli accrediti di Tatjana Melnitchuk, voce e volto della Bbc a Minsk, di un reporter della stessa emittente e di quattro corrispondenti di nazionalità russa, due dell’agenzia statunitense Associated Press e due dell’emittente televisiva tedesca Ard. Il 27 agosto i giornalisti fermati sono stati una cinquantina. Fra loro c’erano anche un corrispondente della Deutsche Welle, una squadra di cameramen del canale televisivo germanico Zdf e reporter delle agenzie Reuters, France Presse e della Tass russa. Tutti sono stati rilasciati il giorno dopo. Il due settembre erano scattate le manette ai polsi di decine di studenti universitari.

I primi due esponenti del “Consiglio di coordinamento dell’opposizione” a finire in cella sono stati Olga Kovalkova e Serghej Dilevsky, 30 anni, leader sindacale carismatico della fabbrica di trattori di Minsk “Mtz”. L’avvocata Olga Kovalkova è una stretta collaboratrice della leader dell’opposizione costretta a fuggire in Lituania Svetlana Tikhanovskajia, 37 anni, insegnante di inglese e moglie del blogger dissidente Serghej che è recluso dal 29 maggio. Il 9 settembre uomini dei servizi di intelligence l’hanno portata al confine con la Polonia e l’hanno espulsa.

Le manifestazioni contro il risultato delle elezioni presidenziali hanno portato a 6700 arresti e sono costate la vita a sei persone. Elena German, fidanzata di Alexander Taraikovsky, morto a Minsk il 10 agosto durante gli scontri con la polizia, ha smentito la notizia che stesse lanciando un ordigno contro gli agenti. “Aveva una fila di punti sul petto – ha detto – all’ Associated Press. Il foro della pallottola che lo ha fulminato era stato chiuso, ma attorno ho notato un livido nero. Le sue mani e i suoi piedi erano intatti, neppure un’ecchimosi. E’ ovvio che gli hanno sparato”.

Alexander Vihor, 25 anni, fermato il 10 agosto a Gomel, la seconda città del Paese,  è morto in ospedale. La madre ha riferito a “Radio Liberty” che stava andando a trovare la fidanzata e che soffriva di cuore. La polizia lo ha fermato e lo ha caricato su una camionetta. Il mezzo è rimasto a lungo in coda mentre tentava di raggiungere la prigione. Alexander si è sentito male. In un primo momento lo hanno ricoverato in un ospedale psichiatrico. “Penso che lo abbiano picchiato selvaggiamente”, ha detto la donna all’emittente, “me lo hanno fato vedere solo all’obitorio”.

Il Paese ha trovato il coraggio del dissenso. Nella radiotelevisione pubblica Beltelradio è andato in onda per qualche minuto un divano vuoto. Era il simbolo della protesta di 100 dipendenti su 1500 per il fatto che l’emittente aveva ignorato la grande manifestazione che il 16 agosto ha invaso il viale dell’Indipendenza srotolando un lungo striscione con i colori della bandiera bielorussa prima del dominio sovietico. Gli orchestrali della filarmonica di Minsk hanno incrociato le braccia. Li avevano preceduti i dipendenti dell’impianto petrolchimico Naftan, della fabbrica di fertilizzanti Belaruskali, del produttore di mezzi militari Mzkt, del mobilificio Yavid,dell’acciaieria Bmz, della fabbrica di auto Maz e del colosso dei trattori Mtz, pilastri di un’economia le cui leve sono all’80 per cento nelle mani dello stato. Perfino la stella del calcio Ilya Shkurin, attaccante bielorusso del Cska di Mosca ha annunciato che non indosserà più la maglia della nazionale fino a quando il presidente resterà al suo posto.