Di Lorenzo Bianchi

Nella Libia dilaniata dalle fazioni il ministro dell’interno Fathi Bashaga è uscito miracolosamente illeso da un assalto a colpi di arma da fuoco sferrato da una milizia fedele al premier Fayez al Sarraj. Il suo convoglio percorreva la strada per Janzour, il quartiere della periferia occidentale di Tripoli nel quale abita, quando è finito sotto il tiro di uomini a bordo di un’auto blindata. Le sue guardie del corpo hanno ucciso un assalitore, ne hanno ferito un altro e ne hanno arrestati due. Un agente della scorta di Bashaga è stato colpito da un proiettile. Solo dopo ore si è saputo che i protagonisti dell’assalto erano uomini dell’”Apparato di sostegno alla stabilità” creato da Fayez al Sarraj, premier del Governo di Accordo Nazionale, il 18 gennaio. A capo del nuovo corpo armato, che risponde solo ad al primo ministro al Sarraj, è stato insediato Abdelghani al-Kikli aka, capo della potente brigata tripolina Busleem Ghenewa. Il suo braccio destro Ayuob abu Ras è l’uomo di punta delle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli. Bashaga progettava di sciogliere tutti i gruppi armati e di farli confluire in un solo corpo nazionale di polizia sotto il suo comando. L’ambasciatore statunitense a Tripoli Richard Norland ha espresso “L’indignazione degli Stati Uniti per l’attacco a Bashaga”.

L’incidente turba una fase delicatissima della vita del Paese. Sotto l’egida delle Nazioni Unite è nato un governo transitorio vigorosamente appoggiato dalla Turchia, la potenza che con le sue armi ha salvato Tripoli dall’assalto scatenato nell’aprile del 2019 dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica sostenuto dai russi. Il nuovo premier Abdul Hamid Dbeibah, eletto dai 75 delegati dal “Forum di dialogo politico libico” voluto dall’Onu, si è precipitato a concedere un’intervista all’agenzia di stampa ufficiale turca “Anadolu” per ribadire che “la Turchia è un alleato, un amico, uno stato fraterno e ha capacità enormi per aiutare i libici a raggiungere gli obiettivi”. Il premier, nato nel 1959, ha studiato a lungo in Canada prima di diventare un magnate delle costruzioni a Misurata e a Sirte quando comandava Muammar Gheddafi. Il cugino Ali era vicino al Rais. Ma quando esplose la rivolta del 2011 contro il dittatore Dbeibah non esitò a finanziare i ribelli.

Il nuovo presidente del Consiglio Presidenziale Mohammed Menfi, 44 anni, è originario di Tobruk ed è sempre stato considerato un fiero avversario di Haftar. Il governo di Tripoli lo aveva nominato ambasciatore in Grecia. Menfi si è dimesso dopo gli accordi fra la Libia e la Turchia che il 27 novembre 2019 hanno delimitato i rispettivi confini marittimi tagliando in due il Mediterraneo orientale. Il nuovo numero uno del Consiglio Presidenziale ha anche un secondo titolo di merito: appartiene alla tribù di Omar al Mukhtar, l’eroe della resistenza contro l’occupazione italiana. Entrambi sono ritenuti molto vicini ai Fratelli Musulmani, i grandi protetti del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Gli sconfitti del voto sono stati i favoriti della vigilia ossia il ministro dell’interno di Tripoli Fathi Bashaga e il presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh. Assieme ai due vicepresidenti Abdullah al Lafi, di Zawija, una città a ovest di Tripoli, e a Musa al Koni, un tuareg di Ubari che rappresenta il Fezzan, Dbeibah e Menfi dovranno ottenere la fiducia della Camera dei Rappresentanti di Tobruk entro il 26 febbraio. Il passo successivo saranno le elezioni del 24 dicembre, che però dovranno essere precedute da un referendum sulla nuova costituzione del Paese. Per organizzarlo, secondo gli esperti, sono necessari almeno sette mesi.

Regge ancora la tregua firmata a Ginevra il 23 ottobre fra Haftar e Sarraj. L’accordo aveva congelato l’attacco degli uomini in armi di Tripoli a Sirte e alla base aerea di al Jufra, 450 chilometri a sud di Sirte, occupate dai miliziani del “Signore” di Bengasi. Secondo il giornale “Libya Observer” la “Sala operativa Sirte-Jufra” dell’esercito controllato dal Governo di Unità Nazionale guidato da Fayez al-Sarraj il 23 dicembre ha osservato “fortificazioni e rinforzi” sia a Sirte sia a al-Jufra. Sarebbero state scavate trincee,  disseminate mine terrestri e mobilitate forze dotate di mezzi pesanti. Dallo scorso ottobre in Cirenaica con 12 voli sarebbero stati trasferiti  mercenari siriani. Il ministro turco della difesa Hulusi Akar accompagnato da diversi alti ufficiali, dopo aver ispezionato le truppe del suo Paese ha sparato ad alzo zero: “Il criminale di guerra, l’assassino Haftar e le sue truppe debbono sapere che saranno considerati obiettivi legittimi in caso di attacco alle nostre forze”. Dopo sei anni è sbarcata per la prima volta nella capitale libica anche una delegazione dell’Egitto che aveva sostenuto apertamente Haftar fino al fallimento della conquista di Tripoli.

Il capo dell’intelligence egiziana Emad al-Trabelsi  ha incontrato il ministro dell’interno libico Fathi Bashaga, originario di Misurata, un ex ufficiale dell’aeronautica appoggiato da Ankara, dal Qatar e dagli Usa e fresco protagonista di una resa dei conti aspra e velenosa con Fayez al-Sarraj, 60 anni, ingegnere, figlio di sostenitori della monarchia.  La motivazione ufficiale sarebbe stata “un’inchiesta amministrativa su permessi e autorizzazioni” e sulle “dichiarazioni del titolare dell’interno a favore dei manifestanti” che in agosto hanno protestato nella capitale e in altre città contro la corruzione, i ritardi nel pagamento degli stipendi degli statali, l’erogazione della corrente elettrica a singhiozzo e il crollo del dinaro libico. I membri della brigata “Nawasi” fedele a Sarraj hanno sparato sui contestatori e li hanno feriti. Per Bashaga gli uomini in armi hanno “esploso colpi alla cieca con munizioni vere, usando anche i mitra e l’artiglieria” e hanno “sequestrato i cittadini”.

Con il decreto numero 562 del 2020 Sarraj gli ha dato 72 ore di tempo a partire dal 28 agosto per rispondere alle accuse. Al suo rientro dalla Turchia all’aeroporto di Tripoli Bashaga ha proclamato che “sopra a tutto deve esserci la legge (in arabo kanun)”. Il suo braccio armato a Tripoli è la milizia Rada, guidata dal barbuto salafita (musulmano ipertradizionalista) Abdul Rauf Kara, fiero avversario del cartello, numericamente più consistente, della Tripoli Joint Force. Dal 2018 aderiscono all’unità oltre alla “Nawasi”, forte di 700 uomini, in gran parte salafiti madkhaliti  (che non contestano il potere costituito), la brigata “Martiri di Abu Salim”, il carcere nel quale finivano gli oppositori di Gheddafi, le “Brigate rivoluzionarie di Tripoli” e quelle di “Bab Tajoura, un quartiere della capitale”.

Bashaga è stato un pilastro della resistenza nei 14 mesi dell’ inutile e sanguinoso assedio a Tripoli tentato da Haftar. Non solo. Nell’estate del 2016, durante la battaglia per cacciare l’Isis da Sirte, ha intrecciato rapporti stretti con la Cia e con i servizi segreti britannici. Di sicuro non è stato estraneo al patto che ha fermato l’assedio di Sirte (nella foto mezzi concentrati ad Abu Qurain) e della base aerea di al Jufra, i capisaldi occupati dalle forze di Haftar, l’uomo che, secondo Sarraj, “ha le mani sporche di sangue libico” e che “ha commesso violazioni che equivalgono a crimini contro l’umanità”.  Dopo il  ritiro delle forze di Haftar da Tarhouna è stata trovata una fossa comune che ora è al centro di un’inchiesta  della Corte Penale Internazionale. Il “Libya Observer” ha pubblicato la notizia che il 23 dicembre la terza missione della squadra di investigatori nominata dal procuratore Fatou Bensouda ne ha scoperte altre due.

Dietro le quinte i registi del precario cessate il fuoco sono stati Ankara, la Russia e l’Egitto . Lo stop è stato gradito anche agli Stati Uniti e alla Germania. Si sono accodati l’Italia (e l’Eni), l’Onu e, a malincuore, gli Emirati Arabi Uniti. Fayez al-Sarraj e il presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh, 76 anni, considerato una scialba controfigura di Haftar, avevano annunciato la fine dei combattimenti, una riforma costituzionale e nuove elezioni del presidente e del Parlamento entro il mese di marzo del 2021

Nel testo licenziato da Sarraj si legge che il primo passo sarà la smilitarizzazione di Sirte e di al Jufra, la base aerea nella quale Mosca ha schierato cacciabombardieri Mig e Sukhoi. Saleh sul punto tace. Oltre ad aver occupato Sirte e Jufra, Haftar controlla la mezzaluna petrolifera. In particolare il terminale strategico di Es Sidra è nelle mani di uomini della compagnia russa di sicurezza “Wagner”, il cui proprietario è vicino al Cremlino, di miliziani originari della Siria e di “janjaweed” sudanesi. Il generale ha tentato di recuperare qualche spazio di manovra sbloccando la produzione di greggio e di gas.

La Turchia ha chiesto e ottenuto di sfrattare gli italiani dall’ospedale da campo vicino all’aeroporto allestito nel 2016 per assistere i feriti della sanguinosa offensiva contro Sirte, all’epoca roccaforte del Califfato islamico. Andranno in un’altra zona “più funzionale” (il virgolettato è di un comunicato del ministro della difesa Lorenzo Guerini), ma dovranno esibire un lasciapassare. Misurata, città martire della rivolta contro Gheddafi nel 2011, ospiterà un grande base turca. Erdoğan ha ottenuto anche l’uso dello scalo aereo di al Watiya in Tripolitania.

All’inizio di luglio l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi ha incontrato Sarraj e ha ottenuto garanzie sulla continuità del giacimento di Bouri. Al summit ha partecipato anche il numero uno della National oil Company libica Mustafa Sanalla. L’amministratore delegato della compagnia italiana ha lodato le pressioni“di Noc per cercare di risolvere il blocco della produzione  dei campi di petrolio on shore libici, tra i quali quelli partecipati dall’Eni (El Feel e Abu Attifel)”. Eni è il principale produttore di idrocarburi in Libia, con 170 mila barili di petrolio equivalente al giorno.

Fra gli scarponi inviati sul terreno da Recep Tayyip Erdoğan molti sono siriani che hanno un passato di guerrieri per il jihad, letteralmente lo “sforzo per  la guerra santa islamica”. A Tripoli il presidente turco ha mandato i miliziani dell’  ”Esercito Libero Siriano” che nel dicembre del 2017 si è ribattezzato “Esercito Nazionale Siriano” (in sigla inglese Sna). Nella prima Legione di questa armata sono confluiti gli uomini in armi di “Ahrar al Sharqiya”, gli ex qaedisti di “Jabhat al Nusra” e di “Ahrar al Sham” che il 13 ottobre 2019 sull’autostrada M 4 hanno ucciso a sangue freddo la regista della diplomazia curda Hevrin Khalaf. Per le Nazioni Unite è stato un “crimine di guerra”.