Di Lorenzo Bianchi

Nel sud della Libia controllato dal generale Khalifa Haftar l’Isis semina di nuovo morte a un posto di blocco di Sebha, 750 chilometri a sud di Tripoli. Un kamikaze a bordo di un motofurgone a tre ruote ha ucciso due agenti delle forze di sicurezza e ne ha feriti altri cinque. L’incidente si inserisce in un quadro di difficoltà per l’uomo forte della Cirenaica al quale secondo le Nazioni Unite e il settimanale di divulgazione “New scientist” in marzo hanno dato un contributo importante i droni turchi Kargu – 2 prodotti dall’azienda turca “Stm” di proprietà dello Stato. Il velivolo è un quadrimotore sostanzialmente autonomo. Il suo meccanismo di azione si basa sostanzialmente solo sul primo comando dato dal suo pilota.  Dopo che l’addetto ha inserito all’interno del Kargu-2 le coordinate di attacco o dell’obiettivo viaggia in maniera del tutto indipendente dai comandi del pilota e piomba sull’obiettivo esplodendo a pochi metri dal suolo. La Turchia lo ha presentato ufficialmente all’esposizione Defense and Security Equipment International di Londra nel settembre 2019. L’8 marzo 2021 gli esperti dell’Onu in Libia hanno segnalato al Consiglio di sicurezza con una lettera che il Kargu-2 era entrato in azione contro un convoglio di forze fedeli ad Haftar. Il drone pesa sette chili e può volare per circa mezz’ora a più di 70 chilometri all’ora fino a 5 chilometri dal punto del decollo. Può essere parte di uno sciame o comportarsi come un kamikaze facendosi deflagrare sull’obiettivo o anche su un individuo singolo grazie a un software di riconoscimento facciale. Israel aerospace industries (Iai)  ha sviluppato il “Mini harpy”, simile ai droni turchi, che volteggia in aria in attesa che il bersaglio appaia per poi attaccare e distruggere la minaccia in pochi secondi. Frank Slijper, esperto dell’organizzazione olandese “Pax”,  rileva che negli ultimi dieci anni il numero dei Paesi che producono “armi autonome” è molto aumentato con “Cina, Russia, Polonia e Turchia che guidano la graduatoria dei capitali investiti e che hanno superato il livello degli Stati Uniti e di Israele”.

Il nuovo governo di unità nazionale guidato da  Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh , 59 anni, originario di Misurata, ingegnere, laureato in Canada, amministratore delegato della Libyan Investment Development Company, di sicuro non sarà un ostacolo. Subito dopo la prima designazione  del “Forum di dialogo” voluto dall’Onu si è esibito in un’intervista all’agenzia di stampa ufficiale di Ankara “Anadolu” per ribadire che “la Turchia è un alleato, un amico, uno stato fraterno e ha capacità enormi per aiutare i libici a raggiungere gli obiettivi”. Dbeibeh ha fama di essere un uomo pragmatico.  Ai tempi di Gheddafi era un magnate delle costruzioni a Misurata e a Sirte. Il cugino Ali era vicino al Rais. Ma quando esplose la rivolta del 2011 contro il dittatore  non esitò a finanziare i ribelli.

Il nuovo governo di unità nazionale si è materializzato nella Libia dilaniata dalle fazioni in armi. Il parlamento l’ha votato in via eccezionale a Sirte, la città che si è trovata a essere la linea di fronte fra le forze della Tripolitania a quelle del generale Khalifa Haftar. L’hanno approvato 121 deputati su 132. “Grazie all’unità porteremo in salvo la nostra terra”, ha dichiarato a caldo il primo ministro. Avrà il difficile compito di traghettare il Paese alle elezioni in calendario per il 24 dicembre e di facilitare l’espulsione di circa 20 mila mercenari stranieri. La consultazione dovrà essere preceduta da un referendum sulla nuova costituzione. Dbeibeh ha deciso di liberare, dopo appena 5 mesi di carcere, il potente el-Bija, 32 anni, al secolo Abdel Rahman Milad, padrone assoluto dei commerci  che gravitano attorno al porto di Zawja fino a quando nel giugno del 2018 il Consiglio di sicurezza dell’Onu gli impose sanzioni  e lo accusò di essere un trafficante di esseri umani. “Nasr”, la milizia di el-Bija, ha contribuito alla difesa di Tripoli dall’assalto di Haftar. Il nuovo primo ministro ha addirittura restituito all’ex detenuto il grado di ufficiale della marina libica.

In Libia le istituzioni sono evanescenti. Il 21 febbraio il ministro dell’interno in carica Fathi Bashaga è scampato miracolosamente a un assalto a colpi di arma da fuoco sferrato da una milizia fedele all’ex premier Fayez al Sarraj. Il suo convoglio percorreva la strada per Janzour, il quartiere della periferia occidentale di Tripoli nel quale abita, quando è finito sotto il tiro di 4 uomini a bordo di un’auto blindata. Le sue guardie del corpo hanno ucciso un assalitore, ne hanno ferito uno e ne hanno arrestati due. Un agente della scorta di Bashaga è stato colpito da un proiettile. Solo dopo ore si è saputo che i protagonisti dell’assalto erano uomini inquadrati nell’ ”Apparato di sostegno alla stabilità” creato da Fayez al Sarraj, già premier del Governo di Accordo Nazionale, il 18 gennaio del 2020. A capo del nuovo corpo armato, che rispondeva solo ad al Sarraj, è stato insediato Abdelghani al-Kikli aka, capo della potente brigata tripolina Busleem Ghenewa. Il suo braccio destro Ayuob abu Ras è l’uomo di punta delle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli. Bashaga progettava di sciogliere tutti i gruppi armati e di farli confluire in un solo corpo nazionale di polizia sotto il suo comando.

L’incidente ha rischiato di  turbare una fase delicatissima della vita del Paese. Con le sue armi e con combattenti islamisti siriani la Turchia ha salvato Tripoli dall’assalto scatenato il 4aprile del 2019 dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica sostenuto dai russi.  Regge ancora la tregua firmata a Ginevra il 23 ottobre del 2020 fra le forze di Haftar e quelle che appoggiano Sarraj. L’accordo aveva congelato l’attacco degli uomini in armi di Tripoli a Sirte e alla base aerea di al Jufra, 450 chilometri a sud di Sirte, occupate dai miliziani del “Signore” di Bengasi. Secondo il giornale “Libya Observer”  il 23 dicembre sono state osservate “fortificazioni e rinforzi” costruiti dalle forze di Haftar sia a Sirte sia a al-Jufra. Sono state scavate trincee,  disseminate mine terrestri e mobilitate forze dotate di mezzi pesanti. Il ministro turco della difesa Hulusi Akar dopo aver ispezionato i soldati del suo Paese mandati a Tripoli ha sparato ad alzo zero: “Il criminale di guerra, l’assassino Haftar e le sue truppe debbono sapere che saranno considerati obiettivi legittimi in caso di attacco alle nostre forze”.  Nell’ottobre del 2020 dopo sei anni è sbarcata per la prima volta nella capitale libica anche una delegazione dell’Egitto che aveva sostenuto apertamente Haftar fino al fallimento della conquista della capitale libica.

Il capo dell’intelligence egiziana Emad al-Trabelsi  ha incontrato l’ex ministro dell’interno libico Fathi Bashaga, originario di Misurata, un passato come ufficiale dell’aeronautica,  appoggiato da Ankara, dal Qatar e dagli Usa e protagonista di una resa dei conti aspra e velenosa con Fayez al-Sarraj, 60 anni, ingegnere, figlio di sostenitori della monarchia.  La motivazione ufficiale sarebbe stata “un’inchiesta amministrativa su permessi e autorizzazioni” e sulle “dichiarazioni del titolare dell’interno a favore dei manifestanti” che nell’agosto 2020 hanno protestato nella capitale e in altre città contro la corruzione, i ritardi nel pagamento degli stipendi degli statali, l’erogazione della corrente elettrica a singhiozzo e il crollo del dinaro libico. I membri della brigata “Nawasi” fedele a Sarraj hanno sparato sui contestatori e li hanno feriti. Per Bashaga gli uomini in armi hanno “esploso colpi alla cieca con munizioni vere, usando anche i mitra e l’artiglieria” e hanno “sequestrato i cittadini”.

Con il decreto numero 562 del 2020 Sarraj gli ha dato 72 ore di tempo a partire dal 28 agosto dell’anno scorso per rispondere alle accuse. Al suo rientro dalla Turchia all’aeroporto di Tripoli Bashaga ha proclamato che “sopra a tutto deve esserci la legge (in arabo kanun)”. Il suo braccio armato a Tripoli è la milizia Rada, guidata dal barbuto salafita (musulmano ipertradizionalista) Abdul Rauf Kara, fiero avversario del cartello, numericamente più consistente, della Tripoli Joint Force alla quale aderiscono dal 2018 oltre alla “Nawasi”, forte di 700 uomini, in gran parte salafiti madkhaliti  (che non contestano il potere costituito), la brigata “Martiri di Abu Salim”, il carcere nel quale finivano gli oppositori di Gheddafi, le “Brigate rivoluzionarie di Tripoli” e quelle di “Bab Tajoura, un quartiere della capitale”.

Bashaga è stato un pilastro della resistenza nei 14 mesi dell’ inutile e sanguinoso assedio a Tripoli tentato da Haftar. Non solo. Nell’estate del 2016, durante la battaglia per cacciare l’Isis da Sirte, ha intrecciato rapporti stretti con la Cia e con i servizi segreti britannici. Di sicuro non è stato estraneo al patto che ha fermato l’assedio di Sirte (nella foto mezzi concentrati ad Abu Qurain) e della base aerea di al Jufra, i capisaldi occupati dalle forze di Haftar, l’uomo che, secondo Sarraj, “ha le mani sporche di sangue libico” e che “ha commesso violazioni che equivalgono a crimini contro l’umanità”.  Dopo il  ritiro delle forze di Haftar da Tarhouna è stata trovata infatti una fossa comune che ora è al centro di un’inchiesta  della Corte Penale Internazionale. Il “Libya Observer” ha pubblicato la notizia che il 23 dicembre 2020 la terza missione della squadra di investigatori nominata dal procuratore Fatou Bensouda ne ha scoperte altre due.

Dietro le quinte i registi del cessate il fuoco sono stati la Turchia, la Russia e l’Egitto . Lo stop è stato gradito anche agli Stati Uniti e alla Germania. Si sono accodati l’Italia (e l’Eni), l’Onu e, a malincuore, gli Emirati Arabi Uniti. Fayez al-Sarraj e il presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh, 76 anni, considerato una scialba controfigura di Haftar, avevano annunciato la fine dei combattimenti, una riforma costituzionale e nuove elezioni del presidente e del Parlamento.

Nel testo licenziato da Sarraj si legge che il primo passo sarà la smilitarizzazione di Sirte e di al Jufra, la base aerea nella quale Mosca ha schierato cacciabombardieri Mig e Sukhoi. Saleh sul punto tace. Oltre ad aver occupato Sirte e Jufra, Haftar controlla la mezzaluna petrolifera. In particolare il terminale strategico di Es Sidra è nelle mani di uomini della compagnia russa di sicurezza “Wagner”, il cui proprietario è vicino al Cremlino, di miliziani originari della Siria e di “janjaweed” sudanesi. Il generale ha tentato di recuperare qualche spazio di manovra sbloccando la produzione di greggio e di gas.

La Turchia ha chiesto e ottenuto di sfrattare gli italiani dall’ospedale da campo vicino all’aeroporto di Misurata allestito nel 2016 per assistere i feriti della sanguinosa offensiva contro Sirte, all’epoca roccaforte del Califfato islamico. Andranno in un’altra zona “più funzionale” (il virgolettato è di un comunicato del ministro della difesa Lorenzo Guerini), ma dovranno esibire un lasciapassare. Misurata, città martire della rivolta contro Gheddafi nel 2011, ospiterà un grande base turca. Erdoğan ha ottenuto anche l’uso dello scalo aereo di al Watiya in Tripolitania.

All’inizio del mese di luglio dell’anno scorso l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi ha incontrato Sarraj e ha ottenuto garanzie sulla continuità del giacimento di Bouri. Al summit ha partecipato anche il numero uno della National oil Company libica Mustafa Sanalla. L’amministratore delegato della compagnia italiana ha lodato le pressioni“di Noc per cercare di risolvere il blocco della produzione  dei campi di petrolio on shore libici, tra i quali quelli partecipati dall’Eni (El Feel e Abu Attifel)”. Eni è il principale produttore di idrocarburi in Libia, con 170 mila barili di petrolio equivalente al giorno.

Fra gli scarponi inviati sul terreno da Recep Tayyip Erdoğan molti sono siriani che hanno un passato di guerrieri per il jihad, letteralmente lo “sforzo per  la guerra santa islamica”. A Tripoli il presidente turco ha mandato i miliziani dell’  ”Esercito Libero Siriano” che nel dicembre del 2017 si è ribattezzato “Esercito Nazionale Siriano” (in sigla inglese Sna). Nella prima Legione di questa armata sono confluiti gli uomini in armi di “Ahrar al Sharqiya”, gli ex qaedisti di “Jabhat al Nusra” e di “Ahrar al Sham” che il 13 ottobre 2019 sull’autostrada M 4 hanno ucciso a sangue freddo la regista della diplomazia curda Hevrin Khalaf. Per le Nazioni Unite è stato un “crimine di guerra”.