Di Lorenzo Bianchi

La libertà di Hong Kong è un guscio vuoto. Chi si oppone alla Cina finisce in carcere.  Il pugno di ferro di Pechino ha preceduto di pochi giorni la nuova legge che ha attribuito alla Commissione Militare Centrale, guidata dal presidente Xi Jinping, il potere di mobilitare aziende pubbliche e private nella ricerca di nuove armi, sia nei settori tradizionali sia in quelli innovativi della sicurezza informatica, dello spazio e dell’elettromagnetismo.

Alle sei della mattina del sei gennaio mille poliziotti si sono lanciati in una retata che ha portato in cella 53 attivisti dell’opposizione per “sovversione”. Rischiano tutti l’ergastolo. Il 2 dicembre Joshua Wong Chi-fung, 24 anni, (nella foto con Agnes Chow e con Ivan Lam),  il volto più conosciuto della protesta divampata nell’ex colonia britannica nel 2019 e del movimento degli ombrelli a favore del suffragio universale del 2014,  è stato condannato a tredici mesi e mezzo di galera per aver organizzato un assedio di 15 ore al quartier generale della polizia a Wan Chai il 21 giugno dell’anno scorso. Assieme a lui sono stati giudicati colpevoli altri due esponenti del gruppo “Demosisto” sciolto alla fine di giugno in vista della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale cinese delle nuove norme sulla sicurezza nazionale. Sono Agnes Chow Tim, 23 anni, che si è vista infliggere 10 mesi per la manifestazione del 21 giugno a Wan Chai e Ivan Lam Long-ying, 23 anni, condannato a 7 mesi di cella per aver istigato a partecipare a una manifestazione non autorizzata. In giugno i giovani di Hong kong contestavano una proposta di legge sull’estradizione in Cina firmata dalla governatrice filocinese Carrie Lam e l’uso eccessivo della forza contro la sollevazione del 2019. Su Chow, ha precisato Nathan Law Kwun-chung, un ex dirigente di “Demosisto” fuggito a Londra, pende la spada di Damocle di un’altra indagine scaturita dalla legge sulla sicurezza nazionale cinese. La stessa imputazione potrebbe abbattersi, a suo parere, anche su Wong e Lam. “A essere onesto – riassume Law – non ho idea di quando il trio potrebbe uscire dalla prigione”.

Il 3 dicembre, è stato arrestato in aula Jimmy Lai, 73 anni, fondatore e proprietario del tabloid di orientamento democratico “Apple Daily e dell’azienda “Next Digital”. Assieme ad altri due dirigenti della società è accusato di frode. Fra il 2016 e il 2020, ignorando le clausole del contratto, avrebbe subaffittato al suo tabloid una parte di un palazzo che appartiene a una società pubblica del governo di Hong Kong. “Apple Daily” avrebbe goduto di un vantaggio indebito. Lai è accusato anche di “collusione con potenze straniere” per gli incontri a Washington nei quali ha invitato il segretario di stato Mike Pompeo a sostenere i democratici della sua città. Una terza imputazione è legata alla sua partecipazione a manifestazioni “non autorizzate” nel 2019. Il 23 dicembre era stato scarcerato. I giudici avevano gli avevano concesso gli arresti domiciliari imponendogli una cauzione di 10 milioni di dollari di Hong Kong (un milione di euro), il divieto di parlare in pubblico e di usare twitter. Il 31 dicembre la corte d’appello ha annullato il beneficio e ha deciso che dovrà attendere in carcere l’inizio del suo processo previsto per il prossimo aprile.

Il 28 dicembre In meno di tre ore il tribunale di Shanghai ha condannato a 4 anni di galera Zhang Zhan, 37 anni, l’avvocata della megalopoli che aveva documentato sul suo blog la tragedia di Wuhan. In febbraio aveva filmato i malati ammassati nelle corsie degli ospedali e aveva intervistato commercianti ridotti alla fame. Nel suo ultimo post pubblicato in maggio lanciava un’accusa pesante: “Il governo amministra le città della Cina con intimidazioni e minacce, e questa è la vera tragedia del nostro Paese”.  Zhan è stata giudicata colpevole di aver “provocato disordine sociale”. Si è presentata in aula in carrozzella. Da giugno è alimentata a forza con un tubo. Per evitare che se lo strappi la polizia penitenziaria le lega le mani. Secondo i suoi difensori ha deciso di rifiutare il cibo fino alla morte, come un gruppo di suoi colleghi turchi.

Gli ultimi 53 arrestati avevano partecipato in luglio alle primarie informali per selezionare i candidati al Legislative Council, il Parlamento di Hong Kong. Circa 600 mila cittadini si erano messi in fila per votare in seggi ospitati da 250 negozi, in tende montate nelle strade e perfino su un vecchio autobus fuori servizio. Il voto previsto per il sei settembre fu poi rinviato di un anno dalla governatrice Carrie Lam per la pandemia di Covid 19. Secondo il segretario alla sicurezza della metropoli John Lee Ka-chiu “i soggetti finiti in carcere avevano tentato di rovesciare il governo della città con un piano malefico”, un autentico “progetto sovversivo”.  “Volevano – spiega – ottenere 35 seggi al Legislative Council (su settanta) per mettere il veto all’azione di governo e per creare una situazione che avrebbe costretto la governatrice a dimettersi”. Fra gli arrestati il più conosciuto è Benny Tai, un professore di diritto. Le manette sono scattate anche ai polsi di un cittadino americano. E’ l’avvocato John Clancey che lavora nello studio Ho Tse Wai & Partners. Era il tesoriere di un’organizzazione che in luglio aveva promosso le primarie.

L’11 novembre, applicando una risoluzione del Comitato permanente del Congresso del popolo cinese, Carrie Lam ha dichiarato decaduti quattro deputati del fronte che si batte per la democrazia. Gli estromessi sono Alvin Yeung Ngok-Kiu, Kwok Ka-Ki e Dennis Kwok, del Partito Civico e Kenneth Leung della Gilda dei professionisti. Il documento del Comitato prevede che i membri del Consiglio legislativo di Hong Kong debbono essere esautorati in caso di “sostegno all’indipendenza della città, di mancato riconoscimento della sovranità di Hong Kong, di richiesta alle forze straniere di interferire negli affari della metropoli o di minaccia in altri modi alla sicurezza nazionale”. A tamburo battente hanno annunciato le loro dimissioni gli altri quindici avversari della Cina in seno al parlamento della megalopoli, Nel consiglio legislativo sono rimasti solo i 51 fan di Pechino che hanno addirittura suggerito a Carrie Lam di cancellare il mandato di 400 consiglieri distrettuali “colpevoli” di battersi per la democrazia. L’ordine degli avvocati della metropoli ha rilevato che è stato ignorato l’articolo 79 della Basic Law, la Legge Fondamentale, una sorta di Costituzione della metropoli. La norma prevede infatti che l’espulsione di un parlamentare deve essere votata dai due terzi del membri dell’assemblea e che il provvedimento non può essere retroattivo.

A Pechino in giugno si è riunita la tredicesima sessione dell’Assemblea Nazionale. A favore dell’estensione all’ex colonia britannica della legge cinese sulla sicurezza hanno votato tutti i 162 componenti del Comitato Permanente. Nella tarda serata del 30 giugno il testo è stato pubblicato dalla Gazzetta ufficiale. La nuova norma imposta dalla Cina punisce, la secessione, il terrorismo, la sovversione e la collusione con forze straniere. La sezione III dell’articolo 20 prevede pene da 3 anni fino all’ergastolo. Dal primo luglio del 1997, l’anno del passaggio alla Cina, la metropoli aveva mantenuto un regime di autonomia dei giudici e delle forze dell’ordine e la Basic Law, la Legge Fondamentale.  Pechino ha imposto il suo dominio. L’articolo 48 prevede l’apertura sull’isola di un’agenzia di intelligence il cui personale non sarà sottoposto alla legge di Hong Kong. La guida Zheng Yanxiong, 56 anni,  un falco.

All’interno del Partito comunista cinese, hanno rivelato i file di “Wikileaks”, stanno trionfando i cosiddetti “principini” che hanno affibbiato agli avversari interni l’etichetta di “Tuanpai”, ossia “bottegai”. Il capofila  dei “bottegai”,  nati da una costola della gioventù comunista, è l’attuale primo ministro Li Keqiang. Citando il quotidiano “South China Morning Post” di Hong Kong, “Caixin” e “Global Times”, Il sito “China Files” ricorda che il premier, durante una visita nella provincia nordorientale dello Shandong, ha indicato come esempio la città di Chengdu, perché ha creato 100 mila posti di lavoro autorizzando 36 mila bancarelle.

Questo reticolo di economia minuta è il Ditan jingji. La vendita in strada è stata la prima esperienza di molti imprenditori di primo piano. Il più noto è il fondatore della fabbrica di computer Lenovo. Pochi giorni prima di una visita a Wuhan, epicentro della pandemia del Covid-19, il premier cinese aveva denunciato che 600 milioni di suoi concittadini sbarcano il lunario con meno di 140 dollari al mese. Era una dichiarazione perfettamente in linea con il retroterra sociale dei “bottegai” che vogliono dar voce ai gruppi sociali più deboli, ai migranti interni, ai contadini, alla popolazione urbana povera, agli abitanti delle zone meno sviluppate del Paese.

Nel 2017 la città di Pechino si è incamminata nella direzione opposta e ha messo al bando le bancarelle. Xi Jinping vuole proiettare all’esterno l’immagine di metropoli che siano un modello di pulizia, di sicurezza e di ordine, (requisiti necessari per ottenere i vantaggi garantiti dallo status di “città civile”). La reazione dei vertici del partito agli strappi del primo ministro Li Keqiang è arrivata a tamburo battente. Le autorità di Pechino, di Shenzhen e di Guangzhou hanno tuonato contro le bancarelle, spiegando che “eserciteranno una pressione visibile sulla gestione urbana, sull’ambiente, sull’igiene e sul traffico”. Da “Weibo”, il sito di microblogging cinese più cliccato, è sparito subito l’hashtag  “Ditan Jingji”, bandiera  dei “bottegai in rete”. Il presidente Xi Jinping non tollera devianze politiche.

L’ultima vittima del suo pugno di ferro sembra essere Jack Ma, 56 anni, il finanziere che si era gloriato di essere amico del presidente dal 2002. All’epoca Xi Jinping era il segretario del partito nello Zhejiang. A Hangzhou, il capoluogo della provincia, è collocato  il quartier generale di “Alibaba”, il colosso del commercio in rete creato dal nulla da Ma, un ex insegnante di inglese. A 36 ore dall’esordio sui mercati azionari di Shanghai e di Hong Kong il partito ha bloccato lo sbarco in borsa di “Ant”, il braccio finanziario di “Alibaba nato come un sistema di pagamento telefonico e diventato un impero da 300 miliardi di dollari. Secondo gli analisti l’operazione valeva 37 miliardi di dollari. Fonti pechinesi hanno soffiato al “Wall Street Journal”, che Jack Ma, al secolo Ma Yun,  ha subito lo stop perché ha criticato il sistema finanziario del suo Paese. Il 24 ottobre aveva accusato il partito di obbligare gli istituti di credito a funzionare “come banchi dei pegni”. Non contento, aveva concluso: “La buona innovazione non ha paura delle regole, ha caso mai paura delle regole antiquate, non dovremmo usare metodi da stazione ferroviaria per far funzionare un aeroporto”.  Jack Ma è finito nel mirino del grande capo. Il vicegovernatore della banca centrale Chen Yulu, ha costretto la Ant a costituire un gruppo di lavoro per “rettificare” le sue attività. Il presidente Xi Jinping considera i colossi della tecnologia una minaccia alla stabilità politica e finanziaria. Il magnate  è riapparso in un video girato per la sua fondazione. Anni fa teorizzava che “se a 35 anni siete ancora poveri, ve lo meritate”. Il 19 gennaio rivolgendosi a 100 insegnanti delle zone rurali ha indossato le vesti dell’agnellino. “Ci incontreremo di nuovo – ha esordito – quando sarà finita la pandemia. In questi giorni  ho imparato e riflettuto insieme ai miei colleghi. Adesso siamo ancora più determinati a dedicarci all’educazione e al benessere pubblico. La Cina è entrata in una nuova fase di sviluppo e si sta muovendo verso una prosperità comune”. Sembrava Una sconcertante ritrattazione pubblica delle sue teorie precedenti.

Nonostante questo desolante scenario, il 30 dicembre l’Unione Europea e Pechino hanno firmato un accordo sugli investimenti che secondo Bruxelles è “una pietra miliare”. Finbarr Bermingham, esperto di questioni economiche del quotidiano di Hong Kong “South China Morning Post”, è convinto che l’intesa, voluta da Angela Merkel e da Emmanuel Macron, sposterà l’ago dei legami commerciali di pochi millimetri. La Cina mantiene infatti clausole occhiute di esclusione nel settore delle auto, dell’aviazione, della sanità e delle telecomunicazioni. Pechino e Bruxelles si riservano comunque di decidere caso per caso.  Il testo contiene anche un generico impegno a contrastare “il lavoro forzato”. L’entusiasmo della Ue è alimentato dalle previsioni sull’economia di Pechino. Due broker, il giapponese “Nomura” e “China International Capital Corporation”, prevedono che nel 2021 crescerà del 9 per cento.  I regolatori cinesi però sono impauriti dall’esplosione del debito pubblico che ha toccato il 266,4 per cento del Prodotto interno lordo.