Di Lorenzo Bianchi

Finisce ingloriosamente  in frigo l’accordo ” fra la Cina e l’Unione Europea sugli investimenti, un memorandum che all’epoca fu definito “una pietra miliare”. Il vice presidente della Commissione di Bruxelles Valdis Dombrovskis, già primo ministro della Lettonia, ha dovuto ammettere che “l’ambiente non è favorevole alla  ratifica”. L’intesa era stata raggiunta su forti pressioni della Germania e della Francia nel dicembre del 2020 dopo sette anni di difficili negoziati. Il 5 maggio la Commissione della Ue presenterà la sua proposta per bloccare le scalate delle società straniere. In marzo Bruxelles aveva irrogato sanzioni a quattro alti esponenti cinesi per “violazioni dei diritti umani”, il lavoro forzato al quale sono costretti i musulmani della minoranza uigura nei campi di cotone. La Cina ha replicato colpendo con misure analoghe cinque membri del Parlamento europeo (Reinhard Butikofer, Michael Gahler, Raphael Glucksmann, Ilhan Kyuchyuk e Miriam Lexmann), un parlamentare olandese, Sjoerd Wiemer Sjoerdsma, un deputato belga, Samuel Cogolati, un membro del Parlamento lituano, Dovile Sakaliene, lo studioso tedesco Adrian Zenz, e l’intellettuale svedese Björn Jerdén. Le entità colpite sono state, invece, la commissione politica e di sicurezza del Consiglio dell’UE, la sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo, il Mercator Institute for China Studies della Germania e la Alliance of Democracies Foundation della Danimarca.

In precedenza Pechino aveva deciso che nel Consiglio legislativo di Hong Kong potranno entrare solo veri “patrioti” filocinesi e che i deputati eletti direttamente caleranno da 35 a 20. Il peso dei consiglieri distrettuali,  per lo più ostili alla Cina, verrà ridotto del 90 per cento e spariranno i sei loro rappresentanti nel parlamentino dell’ex colonia britannica. I membri del Consiglio passeranno da 70 a 90. La Commissione elettorale che nomina il governatore della metropoli salirà da 1200 a 1500 componenti. Tutte le novità sono contenute in un legge approvata l’11 marzo dall’assemblea annuale del Congresso Nazionale del Popolo. La governatrice filocinese Carrie Lam, è soddisfatta. Dopo averla incontrata il vicepremier cinese Han Zheng, secondo il quotidiano di Hong Kong “South China Morning Post”, ha inquadrato così le riforme: “Questa è una lotta fra sovversione e anti-sovversione”.

Nei mesi scorsi la Cina aveva calato il suo pugno di ferro. Alle sei della mattina del 6 gennaio mille poliziotti si sono lanciati in una retata che ha portato in cella 53 attivisti dell’opposizione per “sovversione”(nella foto una manifestazione di protesta a Kowloon, la parte settentrionale di Hong Kong). Rischiano tutti l’ergastolo. Il 2 dicembre dell’anno scorso Joshua Wong Chi-fung, 24 anni,  il volto più conosciuto della protesta divampata nell’ex colonia britannica nel 2019 e del movimento degli ombrelli a favore del suffragio universale del 2014,  è stato condannato a tredici mesi e mezzo di galera per aver organizzato il 21 giugno un assedio di 15 ore al quartier generale della polizia a Wan Chai. Assieme a lui sono stati giudicati colpevoli altri due esponenti del gruppo “Demosisto” sciolto alla fine del mese di giugno del 2020 in vista della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale cinese delle nuove norme sulla sicurezza nazionale. Sono Agnes Chow Tim, 23 anni, che si è vista infliggere 10 mesi per la manifestazione del 21 giugno a Wan Chai e Ivan Lam Long-ying, 23 anni, condannato a 7 mesi di cella per aver istigato a partecipare a una manifestazione non autorizzata. I giovani di Hong kong contestavano una proposta di legge sull’estradizione in Cina firmata dalla governatrice filocinese Carrie Lam e l’uso eccessivo della forza contro la sollevazione del 2019. Su Chow, ha precisato Nathan Law Kwun-chung, un ex dirigente di “Demosisto” fuggito a Londra, pende la spada di Damocle di un’altra indagine scaturita dalla legge sulla sicurezza nazionale cinese. La stessa imputazione potrebbe abbattersi, a suo parere, anche su Wong e Lam. “A essere onesto – riassume Law – non ho idea di quando il trio potrebbe uscire dalla prigione”.

Il 3 dicembre, è stato arrestato in aula Jimmy Lai, 73 anni, fondatore e proprietario del tabloid di orientamento democratico “Apple Daily e dell’azienda “Next Digital”. Assieme ad altri due dirigenti della società è accusato di frode. Fra il 2016 e il 2020, ignorando le clausole del contratto, avrebbe subaffittato al suo tabloid una parte di un palazzo che appartiene a una società pubblica del governo di Hong Kong. “Apple Daily” avrebbe goduto di un vantaggio indebito. Lai è accusato anche di “collusione con potenze straniere” per gli incontri a Washington nei quali ha invitato l’ex segretario di stato Mike Pompeo a sostenere i democratici della sua città. Una terza imputazione è legata alla sua partecipazione a manifestazioni “non autorizzate” nel 2019. Il 23 dicembre era stato scarcerato. I giudici avevano gli avevano concesso gli arresti domiciliari imponendogli una cauzione di 10 milioni di dollari di Hong Kong (un milione di euro), il divieto di parlare in pubblico e di usare twitter. Il 31 dicembre la corte d’appello ha annullato il beneficio e ha deciso che dovrà attendere in carcere l’inizio del suo processo. Jimmy Lai è stato condannato a 12 mesi di carcere per aver organizzato una oceanica  manifestazione non autorizzata contro la legge sull’estradizione in Cina il 18 agosto 2019. A questa sentenza si è aggiunto un verdetto di colpevolezza che commina al magnate altri 8 mesi per la protesta del 31 agosto dello stesso anno, ma la pena complessiva è stata ridotta a 14 mesi. Undici mesi, sempre per la manifestazione del 18 agosto, un milione e settecentomila cittadini in piazza, un abitante du Hong Kong su quattro, sono stati nflitti a Martin Lee, 83 anni avvocato, uno degli estensori della Basic Law che avrebbe dovuto essere in vigore dal 1997, l’ultimo anno del potere coloniale del Regno Unito, fino al 2047, dodici all’ex depuatata Margareth Ng e 18 a Leung Kwok-hung, 65 anni, noto in piazza come “long hair” per la sua abbondante capigliatura.

Il 28 dicembre In meno di tre ore il tribunale di Shanghai ha condannato a 4 anni di galera Zhang Zhan, 37 anni, l’avvocata della megalopoli che aveva documentato sul suo blog la tragedia di Wuhan. In febbraio aveva filmato i malati ammassati nelle corsie degli ospedali e aveva intervistato commercianti ridotti alla fame. Nel suo ultimo post pubblicato in maggio lanciava un’accusa pesante: “Il governo amministra le città della Cina con intimidazioni e minacce, e questa è la vera tragedia del nostro Paese”.  Zhan è stata giudicata colpevole di aver “provocato disordine sociale”. Si è presentata in aula in carrozzella. Da giugno è alimentata a forza con un tubo. Per evitare che se lo strappi la polizia penitenziaria le lega le mani. Secondo i suoi difensori ha deciso di rifiutare il cibo fino alla morte, come un gruppo di suoi colleghi turchi.

L’11 novembre, applicando una risoluzione del Comitato permanente del Congresso del popolo cinese, Carrie Lam ha dichiarato decaduti quattro deputati del fronte che si batte per la democrazia. Gli estromessi sono Alvin Yeung Ngok-Kiu, Kwok Ka-Ki e Dennis Kwok, del Partito Civico e Kenneth Leung della Gilda dei professionisti. Il documento del Comitato prevede che i membri del Consiglio legislativo di Hong Kong debbono essere esautorati in caso di “sostegno all’indipendenza della città, di mancato riconoscimento della sovranità di Hong Kong, di richiesta alle forze straniere di interferire negli affari della metropoli o di minaccia in altri modi alla sicurezza nazionale”. A tamburo battente hanno annunciato le loro dimissioni gli altri quindici avversari della Cina che siedono nel parlamento della megalopoli, Nel consiglio legislativo sono rimasti così solo i 51 fan di Pechino che hanno addirittura suggerito a Carrie Lam di cancellare il mandato di 400 consiglieri distrettuali “colpevoli” di battersi per la democrazia. L’ordine degli avvocati della metropoli ha rilevato che è stato ignorato l’articolo 79 della Basic Law, la Legge Fondamentale, una sorta di Costituzione della metropoli. La norma prevede infatti che l’espulsione di un parlamentare deve essere votata dai due terzi del membri dell’assemblea e che il provvedimento non può essere retroattivo.

A Pechino nel mese di giugno dell’anno scorso si è riunita la tredicesima sessione dell’Assemblea Nazionale. Tutti i 162 componenti del Comitato Permanente hanno votato l’estensione all’ex colonia britannica della legge cinese sulla sicurezza. Nella tarda serata del 30 giugno il testo è stato pubblicato dalla Gazzetta ufficiale. La nuova norma imposta dalla Cina punisce, la secessione, il terrorismo, la sovversione e la collusione con forze straniere. La sezione III dell’articolo 20 prevede pene da 3 anni fino all’ergastolo. Dal primo luglio del 1997, l’anno del passaggio alla Cina, la metropoli aveva mantenuto un regime di autonomia dei giudici e delle forze dell’ordine e la Basic Law, la Legge Fondamentale.  Pechino ha imposto il suo dominio. L’articolo 48 prevede l’apertura sull’isola di un’agenzia di intelligence il cui personale non sarà sottoposto alla legge di Hong Kong. La guida Zheng Yanxiong, 56 anni,  un falco.

All’interno del Partito comunista cinese, hanno rivelato i file di “Wikileaks”, stanno trionfando i cosiddetti “principini” che hanno affibbiato agli avversari interni l’etichetta di “Tuanpai”, ossia “bottegai”. Il capofila  dei “bottegai”,  nati da una costola della gioventù comunista, è l’attuale primo ministro Li Keqiang. Citando il quotidiano “South China Morning Post” di Hong Kong, “Caixin” e “Global Times”, Il sito “China Files” ricorda che il premier, durante una visita nella provincia nordorientale dello Shandong, ha indicato come esempio la città di Chengdu, perché ha creato 100 mila posti di lavoro autorizzando 36 mila bancarelle.

Questo reticolo di economia minuta è il Ditan jingji. La vendita in strada è stata la prima esperienza di molti imprenditori di primo piano. Il più noto è il fondatore della fabbrica di computer Lenovo. Pochi giorni prima di una visita a Wuhan, epicentro della pandemia del Covid-19, il premier cinese aveva denunciato che 600 milioni di suoi concittadini sbarcano il lunario con meno di 140 dollari al mese. Era una dichiarazione perfettamente in linea con il retroterra sociale dei “bottegai” che vogliono dar voce ai gruppi sociali più deboli, ai migranti interni, ai contadini, alla popolazione urbana povera, agli abitanti delle zone meno sviluppate del Paese.

Nel 2017 la città di Pechino si è incamminata nella direzione opposta e ha messo al bando le bancarelle. Xi Jinping vuole proiettare all’esterno l’immagine di metropoli che siano un modello di pulizia, di sicurezza e di ordine, (requisiti necessari per ottenere i vantaggi garantiti dallo status di “città civile”). La reazione dei vertici del partito agli strappi del primo ministro Li Keqiang è arrivata a tamburo battente. Le autorità di Pechino, di Shenzhen e di Guangzhou hanno tuonato contro le bancarelle, spiegando che “eserciteranno una pressione visibile sulla gestione urbana, sull’ambiente, sull’igiene e sul traffico”. Da “Weibo”, il sito di microblogging cinese più cliccato, è sparito subito l’hashtag  “Ditan Jingji”, bandiera  dei “bottegai in rete”. Il presidente Xi Jinping non tollera devianze politiche.

L’ultima vittima del suo pugno di ferro sembra essere Jack Ma, 56 anni, il finanziere che si era gloriato di essere amico del presidente dal 2002. All’epoca Xi Jinping era il segretario del partito nello Zhejiang. A Hangzhou, il capoluogo della provincia, è collocato  il quartier generale di “Alibaba”, il colosso del commercio in rete creato dal nulla da Ma, un ex insegnante di inglese. A 36 ore dall’esordio sui mercati azionari di Shanghai e di Hong Kong il partito ha bloccato lo sbarco in borsa di “Ant”, il braccio finanziario di “Alibaba nato come un sistema di pagamento telefonico e diventato un impero da 300 miliardi di dollari. Secondo gli analisti l’operazione valeva 37 miliardi di dollari. Fonti pechinesi hanno soffiato al “Wall Street Journal”, che Jack Ma, al secolo Ma Yun,  ha subito lo stop perché ha criticato il sistema finanziario del suo Paese. Il 24 ottobre aveva accusato il partito di obbligare gli istituti di credito a funzionare “come banchi dei pegni”. Non contento, aveva concluso: “La buona innovazione non ha paura delle regole, ha caso mai paura delle regole antiquate, non dovremmo usare metodi da stazione ferroviaria per far funzionare un aeroporto”.  Jack Ma è finito nel mirino del grande capo. Il vicegovernatore della banca centrale Chen Yulu, ha costretto la Ant a costituire un gruppo di lavoro per “rettificare” le sue attività. Il presidente Xi Jinping considera i colossi della tecnologia una minaccia alla stabilità politica e finanziaria. Il paroprietario di Alibaba è riapparso in un video girato per la sua fondazione. Anni fa teorizzava che “se a 35 anni siete ancora poveri, ve lo meritate”. Il 19 gennaio rivolgendosi a 100 insegnanti delle zone rurali ha indossato le vesti dell’agnellino. “Ci incontreremo di nuovo – ha esordito – quando sarà finita la pandemia. In questi giorni ho imparato e riflettuto insieme ai miei colleghi. Adesso siamo ancora più determinati a dedicarci all’educazione e al benessere pubblico. La Cina è entrata in una nuova fase di sviluppo e si sta muovendo verso una prosperità comune”.  Una sconcertante ritrattazione pubblica delle sue teorie precedenti. Secondo il “Wall Street Journal”, il governo cinese gli ha chiesto di uscire dal settore dei media. Alibaba è proprietaria del giornale più importante di Hong Kong, il “South China Morning Post”, e ha partecipazioni in “Weibo”, il Twitter cinese, e nella piattaforma di video “Bilibili”. Jack Ma rischia una multa dell’anti trust cinese per pratiche monopolistiche. L’importo potrebbe superare i 975 milioni di dollari inflitti a Qualcomm nel 2015.

Nonostante questo desolante scenario, il 30 dicembre l’Unione Europea e Pechino avevano firmato un accordo sugli investimenti che secondo Bruxelles è “una pietra miliare”. Finbarr Bermingham, esperto di questioni economiche del quotidiano di Hong Kong “South China Morning Post”, è convinto che l’intesa, voluta da Angela Merkel e da Emmanuel Macron, sposterà l’ago dei legami commerciali di pochi millimetri. La Cina mantiene infatti clausole occhiute di esclusione nel settore delle auto, dell’aviazione, della sanità e delle telecomunicazioni. Pechino e Bruxelles si riservano comunque di decidere caso per caso.  Il testo contiene anche un generico impegno cinese a contrastare “il lavoro forzato”. Due broker, il giapponese “Nomura” e “China International Capital Corporation”, prevedono che nel 2021 il Pil cinese crescerà del 9 per cento.  I regolatori di Pechino però sono impauriti dall’esplosione del debito pubblico che ha toccato il 266,4 per cento del Prodotto interno lordo.