Di Lorenzo Bianchi

Il primo luglio la festa per i cento anni del Partito Comunista cinese era stata una minaccia al mondo. “ Non permetteremo  a nessuno di bullizzarci” aveva tuonato Xi Jinping parlando nella piazza Tien An Men.  Poco prima negli Usa il “James Martin Center for Nonproliferation Studies” , basandosi su immagini satellitari, aveva lanciato l’allarme sui silos per missili intercontinentali (almeno cento) scoperti nella provincia di Gansu, vicina ai confini con la Mongolia. Ora si apprende che almeno un missile ipersonico con capacità nucleare è stato lanciato  e mai notificato in agosto con il razzo “lunga Marcia 78”. Fa parte della serie “Hgv”, veicoli plananti capaci di raggiungere una velocità pari a 5 volte quella del suono e manovrabili, una caratteristica che li rende più difficili da tracciare e, di conseguenza, un incubo per gli Usa acuito dal fatto che possono sorvolare il Polo sud, mentre i sistemi di difesa di Washington sono concentrati sulle rotte artiche. Il veicolo planante ipersonico cinese avrebbe fatto il giro del pianeta su un’orbita bassa. Il Pentagono ha definito Pechino “la nostra sfida numero uno”. Il primo luglio il presidente Xi Jinping  aveva promesso entro il 2027 un “esercito moderno” destinato a diventare “una forza armata di prima classe a livello mondiale“ prima del 2050.

Dal primo ottobre per quattro giorni 150 aerei di Pechino Xian H-6 in grado di sganciare anche bombe atomiche hanno sorvolato Taiwan. Celebrando i 110 anni della rivoluzione  Xinhai ,che rovesciò la dinastia Qing esautorando il sovrano bambino Aisin Gioro Puyi, Xi Jinping ha recitato il de profundis per l’isola ribelle. Nella grande sala del Popolo il 9 ottobre il presidente cinese è stato categorico e tagliente: “Il suo separatismo è il più grande ostacolo al raggiungimento della riunificazione della madrepatria e il più grave pericolo per il ringiovanimento della nazione. Il compito storico della completa riunificazione deve essere assolto e lo sarà sicuramente. Chiunque voglia tradire e separare il Paese sarà giudicato dalla storia e non farà una buona fine”. Xi però ha assicurato che “la riunificazione nazionale con mezzi pacifici serve al meglio gli interessi della nazione cinese nel suo insieme, compresi i connazionali di Taiwan”.  Il presidente cinese ha evocato il modello di Hong Kong ossia “un Paese due sistemi”.

Mosca è pronta a riconoscere  un’eventuale annessione. Il ministro degli esteri Serghei Lavrov non nutre il minimo dubbio. “Proprio come la stragrande maggioranza degli altri Paesi – ha detto – la Russia vede Taiwan come parte della Repubblica popolare cinese”. Ai taiwanesi vengono i brividi. La presidente Tsai Ing-wen, eletta nel 2016, non ne vuol sentir parlare. Subito dopo il discorso di Xi Jinping ha ribadito la richiesta di un “dialogo da pari a pari” e ha promesso che farà del suo meglio per impedire che “lo status quo venga modificato unilateralmente”.Il primo luglio il presidente cinese aveva rivendicato di aver ristabilito l’ordine a Hong Kong (la governatrice Carie Lam era in piazza Tien An Men) e aveva ripetuto che Taiwan tornerà sotto il controllo di Pechino. Dalla piazza si era alzata un’ovazione. Pare scontato che nel 2022  il congresso del Partito Comunista Cinese gli affiderà un terzo mandato con poteri sempre più accentrati.

In precedenza Pechino aveva deciso che nel Consiglio legislativo di Hong Kong potranno entrare solo veri “patrioti” filocinesi e che i deputati eletti direttamente caleranno da 35 a 20. Il peso dei consiglieri distrettuali,  per lo più ostili alla Cina, verrà ridotto del 90 per cento e spariranno i sei loro rappresentanti nel parlamentino dell’ex colonia britannica. I membri del Consiglio passeranno da 70 a 90.  I componenti della Commissione elettorale che nomina il governatore della metropoli aumenteranno da 1200 a 1500. Tutte le novità sono contenute in un legge approvata l’11 marzo dall’assemblea annuale del Congresso Nazionale del Popolo.

Nei mesi scorsi la Cina aveva calato il suo pugno di ferro. Alle sei della mattina del 6 gennaio mille poliziotti si sono lanciati in una retata che ha portato in cella 53 attivisti dell’opposizione per “sovversione”. Rischiano tutti l’ergastolo. Il 2 dicembre dell’anno scorso Joshua Wong Chi-fung, 24 anni,  il volto più conosciuto della protesta divampata nell’ex colonia britannica nel 2019 e del movimento degli ombrelli a favore del suffragio universale del 2014,  è stato condannato a tredici mesi e mezzo di galera per aver organizzato il 21 giugno un assedio di 15 ore al quartier generale della polizia a Wan Chai. Assieme a lui sono stati giudicati colpevoli altri due esponenti del gruppo “Demosisto” sciolto alla fine del mese di giugno del 2020 in vista della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale cinese delle nuove norme sulla sicurezza nazionale. Sono Agnes Chow Tim, 23 anni, che si è vista infliggere 10 mesi per la manifestazione del 21 giugno a Wan Chai e Ivan Lam Long-ying, 23 anni, condannato a 7 mesi di cella per aver istigato a partecipare a una manifestazione non autorizzata. I giovani di Hong kong contestavano una proposta di legge sull’estradizione in Cina firmata dalla governatrice filocinese Carrie Lam e l’uso eccessivo della forza contro la sollevazione del 2019. Su Chow, ha precisato Nathan Law Kwun-chung, un ex dirigente di “Demosisto” fuggito a Londra, pende la spada di Damocle di un’altra indagine scaturita dalla legge sulla sicurezza nazionale cinese. La stessa imputazione potrebbe abbattersi, a suo parere, anche su Wong e Lam. “A essere onesto – riassume Law – non ho idea di quando il trio potrebbe uscire dalla prigione”.

Il 3 dicembre 2020, è stato arrestato in aula Jimmy Lai, 73 anni, fondatore e proprietario del tabloid di orientamento democratico “Apple Daily , che ha chiuso definitivamente i battenti il 23 giugno,  e dell’azienda “Next Digital”.  Assieme ad altri due dirigenti della società è accusato di frode. Fra il 2016 e il 2020, ignorando le clausole del contratto, avrebbe subaffittato a “Apple Daily” una parte di un palazzo che appartiene a una società pubblica del governo di Hong Kong. Il tabloid avrebbe goduto di un vantaggio indebito. Lai è accusato anche di “collusione con potenze straniere” per gli incontri a Washington nei quali ha invitato l’ex segretario di stato Mike Pompeo a sostenere i democratici della sua città. Una terza imputazione è legata alla sua partecipazione a manifestazioni “non autorizzate” nel 2019. Il 23 dicembre dell’anno scorso era stato scarcerato. I giudici avevano gli avevano concesso gli arresti domiciliari imponendogli una cauzione di 10 milioni di dollari di Hong Kong (un milione di euro), il divieto di parlare in pubblico e di usare twitter. Il 31 dicembre la corte d’appello ha annullato il beneficio. Jimmy Lai è stato condannato a 12 mesi di carcere per aver organizzato una oceanica  manifestazione non autorizzata contro la legge sull’estradizione in Cina il 18 agosto 2019. A questa sentenza si è aggiunto un verdetto di colpevolezza che commina al magnate altri 8 mesi per la protesta del 31 agosto dello stesso anno, ma la pena complessiva è stata ridotta a 14 mesi. Undici mesi, sempre per la manifestazione del 18 agosto, un milione e settecentomila cittadini in piazza, un abitante du Hong Kong su quattro, sono stati inflitti a Martin Lee, 83 anni avvocato, uno degli estensori della Basic Law che avrebbe dovuto essere in vigore dal 1997, l’ultimo anno del potere coloniale del Regno Unito, fino al 2047, dodici all’ex deputata Margareth Ng e 18 a Leung Kwok-hung, 65 anni, noto in piazza come “long hair” per la sua abbondante capigliatura. L’ultimo arrestato è Lam Man-chung, ex caporedattore di “Apple Daily”. Anche su di lui si è abbattuta la mannaia della legge cinese sulla sicurezza nazionale.

Il 28 dicembre 2020 a conclusione di un’udienza durata meno di tre ore il tribunale di Shanghai ha condannato a 4 anni di galera Zhang Zhan, 37 anni, l’avvocata della megalopoli che aveva documentato sul suo blog la tragedia di Wuhan. In febbraio aveva filmato i malati ammassati nelle corsie degli ospedali e aveva intervistato commercianti ridotti alla fame. Nel suo ultimo post pubblicato in maggio lanciava un’accusa pesante: “Il governo amministra le città della Cina con intimidazioni e minacce, e questa è la vera tragedia del nostro Paese”.  Zhan è stata giudicata colpevole di aver “provocato disordine sociale”. Si è presentata in aula in carrozzella. Da giugno è alimentata a forza con un tubo. Per evitare che se lo strappi la polizia penitenziaria le lega le mani. Secondo i suoi difensori ha deciso di rifiutare il cibo fino alla morte, come un gruppo di suoi colleghi turchi.

L’11 novembre 2020, applicando una risoluzione del Comitato permanente del Congresso del popolo cinese, Carrie Lam ha dichiarato decaduti quattro deputati del fronte che si batte per la democrazia. Gli estromessi sono Alvin Yeung Ngok-Kiu, Kwok Ka-Ki e Dennis Kwok, del Partito Civico e Kenneth Leung della Gilda dei professionisti. Il documento del Comitato prevede che i membri del Consiglio legislativo di Hong Kong debbono essere esautorati in caso di “sostegno all’indipendenza della città, di mancato riconoscimento della sovranità di Hong Kong, di richiesta alle forze straniere di interferire negli affari della metropoli o di minaccia in altri modi alla sicurezza nazionale”. A tamburo battente hanno annunciato le loro dimissioni gli altri quindici avversari della Cina che siedono nel parlamento della megalopoli, Nel consiglio legislativo sono rimasti così solo i 51 fan di Pechino che hanno addirittura suggerito a Carrie Lam di cancellare il mandato di 400 consiglieri distrettuali “colpevoli” di battersi per la democrazia. L’ordine degli avvocati della metropoli ha rilevato che è stato ignorato l’articolo 79 della Basic Law, la Legge Fondamentale, una sorta di Costituzione della metropoli. La norma prevede infatti che l’espulsione di un parlamentare deve essere votata dai due terzi del membri dell’assemblea e che il provvedimento non può essere retroattivo.

A Pechino nel mese di giugno del 2020 si è riunita la tredicesima sessione dell’Assemblea Nazionale. Tutti i 162 componenti del Comitato Permanente hanno votato l’estensione all’ex colonia britannica della legge cinese sulla sicurezza. Nella tarda serata del 30 giugno il testo è stato pubblicato dalla Gazzetta ufficiale. La nuova norma imposta dalla Cina punisce, la secessione, il terrorismo, la sovversione e la collusione con forze straniere. La sezione III dell’articolo 20 prevede pene da 3 anni fino all’ergastolo. Dal primo luglio del 1997, l’anno del passaggio alla Cina, la metropoli aveva mantenuto un regime di autonomia dei giudici e delle forze dell’ordine e la Basic Law, la Legge Fondamentale.  Pechino ha imposto il suo dominio. L’articolo 48 sancisce l’apertura sull’isola di un’agenzia di intelligence il cui personale non sarà sottoposto alla legge di Hong Kong. La guida Zheng Yanxiong, 56 anni,  un falco.

All’interno del Partito comunista cinese, hanno rivelato i file di “Wikileaks”, comandano i cosiddetti “principini” che hanno affibbiato agli avversari interni l’etichetta di “Tuanpai”, ossia “bottegai”. Il capofila  dei “bottegai”,  nati da una costola della gioventù comunista, è l’attuale primo ministro Li Keqiang. Citando il quotidiano “South China Morning Post” di Hong Kong, “Caixin” e “Global Times”, Il sito “China Files” ricorda che il premier, durante una visita nella provincia nordorientale dello Shandong, ha indicato come esempio la città di Chengdu, perché ha creato 100 mila posti di lavoro autorizzando 36 mila bancarelle.

Questo reticolo di economia minuta è il Ditan jingji. La vendita in strada è stata la prima esperienza di molti imprenditori di primo piano. Il più noto è il fondatore della fabbrica di computer Lenovo. Pochi giorni prima di una visita a Wuhan, epicentro della pandemia del Covid-19, il premier cinese aveva denunciato che 600 milioni di suoi concittadini sbarcano il lunario con meno di 140 dollari al mese. Era una dichiarazione perfettamente in linea con il retroterra sociale dei “bottegai” che vogliono dar voce ai gruppi sociali più deboli, ai migranti interni, ai contadini, alla popolazione urbana povera, agli abitanti delle zone meno sviluppate del Paese. Da “Weibo”, il sito di microblogging cinese più cliccato, è sparito subito l’hashtag  “Ditan Jingji”, bandiera  dei “bottegai in rete”. Xi Jinping non tollera devianze politiche.

L’ultima vittima del pugno di ferro del presidente è Jack Ma, 56 anni, il finanziere che si era gloriato di essere amico del presidente fin dal 2002. All’epoca Xi Jinping era il segretario del partito nello Zhejiang. A Hangzhou, il capoluogo della provincia, è collocato  il quartier generale di “Alibaba”, il colosso del commercio in rete creato dal nulla da Ma, un ex insegnante di inglese. A 36 ore dall’esordio sui mercati azionari di Shanghai e di Hong Kong il partito ha bloccato lo sbarco in borsa di “Ant”, il braccio finanziario di “Alibaba”, un sistema di pagamento telefonico diventato un impero da 300 miliardi di dollari. Secondo gli analisti l’operazione valeva 37 miliardi di dollari. Fonti pechinesi hanno soffiato al “Wall Street Journal”, che Jack Ma, al secolo Ma Yun,  ha subito lo stop perché ha criticato il sistema finanziario del suo Paese. Il 24 ottobre dell’anno scorso aveva accusato il partito di obbligare gli istituti di credito a funzionare “come banchi dei pegni”. Non contento, aveva concluso: “La buona innovazione non ha paura delle regole, ha caso mai paura delle regole antiquate, non dovremmo usare metodi da stazione ferroviaria per far funzionare un aeroporto”. Il finanziere è finito nel mirino del grande capo. Il vicegovernatore della banca centrale Chen Yulu, ha costretto la Ant a costituire un gruppo di lavoro per “rettificare” le sue attività.

Il presidente Xi Jinping considera i colossi della tecnologia una minaccia alla stabilità politica e finanziaria. Dopo diverse settimane di oscuramento mediatico il proprietario di Alibaba è riapparso in un video girato per la sua fondazione. Anni fa teorizzava che “se a 35 anni siete ancora poveri, ve lo meritate”. Il 19 gennaio rivolgendosi a 100 insegnanti delle zone rurali ha indossato le vesti dell’agnellino. “Ci incontreremo di nuovo – ha esordito – quando sarà finita la pandemia. In questi giorni ho imparato e riflettuto insieme ai miei colleghi. Adesso siamo ancora più determinati a dedicarci all’educazione e al benessere pubblico. La Cina è entrata in una nuova fase di sviluppo e si sta muovendo verso una prosperità comune”.  Secondo il “Wall Street Journal”, il governo cinese gli ha chiesto di uscire dal settore dei media. Alibaba è proprietaria del giornale più importante di Hong Kong, il “South China Morning Post”, e ha partecipazioni in “Weibo”, il Twitter cinese, e nella piattaforma di video “Bilibili”. Jack Ma rischia una multa dell’anti trust cinese per pratiche monopolistiche. L’importo potrebbe superare i 975 milioni di dollari inflitti a Qualcomm nel 2015.

Nonostante questo desolante scenario, il 30 dicembre dell’anno scorso l’Unione Europea e Pechino avevano firmato un accordo sugli investimenti che Bruxelles ha definito “una pietra miliare”. Finbarr Bermingham, esperto di questioni economiche del quotidiano di Hong Kong “South China Morning Post”, è convinto che l’intesa, voluta da Angela Merkel e da Emmanuel Macron, sposterà l’ago dei legami commerciali di pochi millimetri. La Cina mantiene infatti clausole occhiute di esclusione nel settore delle auto, dell’aviazione, della sanità e delle telecomunicazioni. Pechino e Bruxelles si riservano comunque di decidere caso per caso.  Il testo contiene anche un generico impegno cinese a contrastare “il lavoro forzato”. Due broker, il giapponese “Nomura” e “China International Capital Corporation”, prevedono che nel 2021 il Pil cinese crescerà del 9 per cento.  I regolatori di Pechino però sono impauriti dall’esplosione del debito pubblico che ha toccato il 266,4 per cento del Prodotto interno lordo.