Di Lorenzo Bianchi

Erdoğan e il presidente del consiglio d’Europa Charles Michel sistemati su due comode poltrone, la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen relegata su un piccolo divano. Esplode il “sofagate” (nella foto l’arrivo della Von der Leyen nella sala della riunione) nel Paese il cui presidente il 21 di marzo aveva firmato nel cuore della notte un decreto che ritirava la Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne firmata nella città del Bosforo nel 2011. Il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha sostenuto immediatamente che “gli staff si sono incontrati prima della visita e che le loro richieste sono state soddisfatte. Durante l’incontro di due giorni fa le sedie sono state disposte secondo i desiderata espressi nella riunione che ha preceduto il summit”.  Il 5 aprile al faccia a faccia preparatorio hanno partecipato funzionari del Protocollo del Consiglio, ma erano assenti quelli dell’Unione Europea, rappresentata nell’occasione solo dal responsabile della sicurezza nell’area. Secondo gli esperti del Consiglio d’Europa c’ è stata “una breve visita dei locali, ma le sale delle riunione e quelle del pranzo non erano accessibili, perché erano troppo vicine all’ufficio del presidente Erdoğan”. Al pranzo ufficiale si è rischiata una seconda gaffe. Il tavolo era apparecchiato per cinque persone su ogni lato.  Le poltrone d’onore del presidente turco e di Michel erano una di fronte all’altra. La Von der Leyen avrebbe dovuto occupare una sedia più piccola, di fianco a quella di Michel. Il pasticcio è stato risolto in extremis. Dulcis in fundo e in piena fedeltà al machismo protocollare del vertice la foto istituzionale avrebbe dovuto escludere la presidente della Commissione. L’incidente è stato evitato su suggerimento di Michel che pare ancora frastornato. “Ho riavvolto 150 volte nella mia testa la scena – confida ora – e mi rammarico profondamente per la situazione e per il quadro disastroso che ne è emerso. I servizi erano stati informati sulla disposizione delle sedie, ma non in questo modo distanziato e con il dettaglio visivo al quale ci siamo trovati di fronte”.

Poche ore dopo il presidente del consiglio Mario Draghi ha calato il suo asso di picche .  “Mi è dispiaciuto moltissimo – ha detto – per l’umiliazione che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dovuto subire”. “Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono – ha rincarato – di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società e deve essere anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio Paese. Bisogna trovare il giusto equilibrio”. A stretto giro di posta Ankara ha convocato l’ambasciatore italiano Massimo Gaiani. Dopo le parole di Draghi è stata congelata, dopo trattative durate due anni, la firma del contratto per la fornitura di 10 elicotteri  da addestramento AW169 della Leonardo, un affare da 70 milioni di euro che avrebbero potuto raddoppiare con una commessa successiva. La seconda vittima della ritorsione turca potrebbe essere Ansaldo Energia. Il summit del 7 aprile era il tentativo dell’Unione Europea di riaprire la sempre invocata (da Ankara) “agenda positiva” che prevede altri miliardi europei per l’ospitalità a quattro milioni di profughi siriani, una nuova Unione doganale e visti più facili per i cittadini turchi. Il segnale di buona volontà del capo dello stato turco era stata la sospensione delle trivellazioni alla ricerca di petrolio e di gas naturale nelle acque rivendicate dalla Grecia e da Cipro.

Il 20 marzo Recep Tayyip Erdoğan aveva deciso di ritirare il suo Paese dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne del 2011, incurante di un contesto sociale intriso di sangue femminile, trecento donne uccise nel 2020, 77 dall’inizio dell’anno, una media di tre al giorno. Dieci anni fa la Turchia, che allora marciava con decisione verso l’Europa, fu il primo Paese a ratificare il trattato, appena un anno dopo la firma. Le donne turche sono scese in piazza a migliaia in diverse città scandendo lo slogan “ritira la decisione, applica la convenzione” e sventolando foto di vittime di uomini violenti. Per la scrittrice  Elif  Shafak è stata “una dichiarazione di guerra: la Convenzione era la nostra unica speranza. Abbandonandola  il governo turco sfida i diritti umani e l’uguaglianza di genere”. La base conservatrice dello Akp, il partito del presidente turco, esulta per la cancellazione di un testo che, a suo giudizio, faceva vacillare i cardini della famiglia tradizionale  per promuovere la cultura Lgbtq. Per l’associazione femminile islamica “Kadem”, il cui vicepresidente è la figlia di Erdoğan Sumeyye, la Convenzione di Istanbul “ha ormai perso la sua funzione originaria e si è trasformata in una ragione di tensioni sociali”. Il quotidiano “Gazete Duvar” ricorda i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità delle Nazioni Unite: il 38 per cento delle donne turche è stato vittima della violenza di un partner contro una media europea del 25.

Nelle stesse ore il presidente turco aveva licenziato di nuovo il governatore della Banca centrale. Il rigorista Naci Agbal è il terzo titolare dell’istituto silurato da  Erdoğan in due anni. In pochi mesi era riuscito a frenare il declino economico e valutario turco che sembrava inarrestabile quando il dicastero del tesoro e delle finanze era guidato da Berat Albayrak, genero del capo dello stato. Erdoğan non  ha perdonato ad Agbal il rialzo del tassi di interesse al 19 per cento per contenere un’inflazione del 15, 6 per cento. Gli subentrerà Sahap Kavcioglu, ex deputato dello Akp e commentatore del quotidiano economico filogovernativo “Yeni Safak”. Qualche giorno fa è cominciato il procedimento che dovrebbe sfociare nella messa al bando del Partito Democratico dei Popoli Hdp, libertario e filo curdo, sei milioni di voti nelle ultime elezioni. L’ultimo colpo di mano voluto dal presidente turco è stato lo scippo della gestione di Ghezi Park alla municipalità di Istanbul guidata ora da Ekrem Imamoglu, un esponente del Chp, il partito più forte dell’opposizione. Il primo cittadino della metropoli aveva fatto votare on line ai suoi amministrati un progetto di riqualificazione verde della piazza Taksim, il simbolo delle proteste del 2013.

L’11 dicembre 2020 il consiglio dei capi di stato e di governo della Ue aveva stigmatizzato “le provocazioni e azioni unilaterali turche nel Mediterraneo orientale” ossia le trivellazioni nelle aree adiacenti alla Grecia e a Cipro alla ricerca di gas naturale e di petrolio. Alle precedenti misure contro il vicepresidente e il vicedirettore della Turkish Petroleum Corporation sono state affiancate liste “liste aggiuntive” di privati e di aziende turche impegnati nelle stesse attività. L’ambasciatore Ibrahim Kalin, il portavoce del presidente, aveva avvertito gli europei che se il presidente turco fosse costretto a lasciare l’incarico, si rafforzerebbero le correnti antioccidentali ed anti Vecchio Continente favorevoli alla Russia e alla Cina. Si aprirebbero così praterie politiche per l’estrema destra ultranazionalista e xenofoba, panturchista e islamista (che però è già l’unica stampella della maggioranza parlamentare guidata dal presidente turco).

Tre giorni dopo gli Stati Uniti hanno varato le sanzioni per l’acquisto dei missili difensivi S-400 russi per i quali Erdoğan nel 2017 stipulò un accordo da 2,5 miliardi di dollari con il suo pari grado Vladimir Putin. Le prime quattro batterie di vettori sono state accettate nel luglio del 2019. Secondo l’ex segretario di stato americano Mike Pompeo l’intesa ha “messo in pericolo la sicurezza e la tecnologia del personale militare statunitense e ha fornito fondi sostanziali al settore militare russo”. Le misure americane sono selettive. Per il capo dell’industria bellica Ccb Ismail Demir e per tre suoi funzionari prevedono infatti il divieto di concedere visti e il congelamento dei loro beni in territorio statunitense nonché il blocco di tutte le licenze di esportazione di armamenti made in Usa. E’ stata risparmiata invece la Halkbank, il secondo istituto di credito turco, sospettata dai procuratori di New York di aver aiutato l’Iran ad aggirare le sanzioni per il programma nucleare di Teheran. Il Parlamento turco ha approvato quasi all’unanimità una richiesta di revoca del provvedimento “iniquo”. Si è opposto solo il Partito Democratico dei Popoli, in sigla Hdp, libertario e filo curdo.

Ankara era già stata “punita” con l’esclusione dal programma per il supercaccia invisibile F 35 Jsf. Avrebbe dovuto acquistare 120 velivoli per un valore di un miliardo e 400 milioni di dollari e ne aveva già ricevuti 8 che le sono stati ritirati. Ora si trova circondata da Paesi che li stanno già usando da anni (Israele) o li riceveranno come la Grecia. Lo storico nemico della Turchia progetta l’acquisto di almeno 18 F 35 Jsf. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato un accordo di fornitura dei velivoli. Per il ministro degli esteri russo Serghej Lavrov le sanzioni sono un “atto di arroganza verso il diritto internazionale”. Sullo stesso fronte si colloca, non a caso, anche l’Iran. Il responsabile degli esteri Javad Zarif ha twittato contro il “disprezzo per il diritto internazionale”.

Sul piano interno il pugno di Erdoğan non si è allentato. La Turchia è seconda solo alla Cina per il numero di giornalisti finiti in carcere nel 2020, 37 secondo il Comitato per la protezione degli uomini dei media (in Cina sono stati 47). Lavvocato Aytaç Ünsal, in sciopero della fame da febbraio contro una condanna a dieci anni di carcere per presunto “terrorismo” è stato di nuovo fermato il 10 dicembre. Dopo la morte della collega Ebru Timtik, che aveva rifiutato il cibo per 238 giorni ed era spirata il 27 agosto, era stato scarcerato temporaneamente dalla Corte Suprema turca. Era il 3 settembre. Si era sistemato in una baracca nel quartiere Küçükarmutlu di Istanbul per un periodo di cura che secondo i medici avrebbe dovuto durare almeno un anno. Il 23 novembre la polizia aveva fatto irruzione nella sua abitazione, perquisendola e saccheggiando i suoi averi. Le persone trovate insieme a lui sono state arrestate. Dopo il golpe fallito del 15 luglio 2016 centoquarantamila dipendenti pubblici sono stati  destituiti dagli incarichi professionali.

Il presidente Recep Tayyp Erdoğan ha fatto approvare dal Parlamento una legge che imbavaglia i social network. Secondo “Human Rights Watch” è cominciato “un oscuro periodo di censura on line”. L’occasione, ma forse sarebbe più corretto usare il termine “pretesto”, è un neonato nipote del capo dello stato. La madre è Esra, figlia maggiore di Erdoğan e moglie dell’ex ministro delle finanze e del tesoro Berat Albayrak. Dopo la nascita del piccolo, che ha tre fratelli,  sarebbe divampata sui social una “campagna d’odio” contro la genitrice. A tempo di record, appena una settimana, il Parlamento ha approvato nuove regole restrittive. L’Akp, il partito del presidente, sostiene che la norma è uno strumento necessario per contrastare il crimine cibernetico, i troll e i disseminatori di odio. La nuova legge, che riguarda i media on line capaci di attrarre oltre un milione di visitatori unici al giorno, concede 24 ore di tempo perché si adeguino alle ingiunzioni dei tribunali sull’eliminazione di contenuti “offensivi, minacciosi o discriminatori”. Non solo. I social  dovranno essere rappresentati nel Paese da cittadini turchi e i dati degli utenti dovranno essere conservati in server localizzati in Turchia.

Per chi non si piega agli ordini dei magistrati o non nomina il fiduciario locale sono previste multe che possono arrivare fino a 1,2 milioni di euro. I trasgressori potranno anche subire una riduzione della larghezza della banda fino al 90 per cento. Andrew Gardner, delegato di Amnesty International in Turchia, osserva che dopo la chiusura di radio, giornali e tv critici nei confronti del governo e dopo l’arresto di decine di giornalisti questa è l’ultima “chiara violazione della libertà del diritto di espressione on line”. “Gli utenti dei social –rincara – debbono autocensurarsi per non offendere le autorità”.

Secondo uno studio dell’università turca Bilgi, tra il 2014 e il 2019, il governo turco ha ordinato la chiusura di circa 27 mila account e di quasi 246 mila pagine web. Nel primo trimestre del 2019 la Turchia ha guidato la graduatoria di Paesi che hanno sollecitato la rimozione di post a Twitter.  Il Chp vuole ricorrere alla Corte Costituzionale. Lo Yiy, il “Partito Buono”, per bocca del suo vicepresidente Lütfü Türkkan sostiene che l’obiettivo della nuova legge è “trasformare internet in un segmento di un regime totalitario”.