Di Lorenzo Bianchi

Cento corpi senza vita sul confine orientale fra l’Armenia e l’Azerbaigian. Divampa di nuovo il conflitto fra i due Paesi per la sovranità sull’enclave del Nagorno Karabakh, abitata da una maggioranza armena, in un momento nel quale la Russia, secolare protettore degli armeni, pare in grandi difficoltà per l’avanzata ucraina nella regione di Kharkiv occupata da Mosca all’inizio di marzo. A mezzanotte di lunedì 12 settembre la linea di demarcazione è stata illuminata a giorno dai proiettili traccianti che guidavano i colpi di artiglieria. Secondo il ministero della difesa armeno gli azeri hanno “attaccato con bombardamenti intensivi contro obiettivi militari delle città di Goris, Sotk (nella foto) e Jermuk.

L’Azerbaijan ha definito “una menzogna” questa ricostruzione dei fatti. Come già nell’autunno del 2020 sono comparsi nei cieli armeni i micidiali droni turchi Bayraktar Tb 2 che pesano appena 600 chili, molto meno dei concorrenti israeliani, cinesi, statunitensi e che costano la metà ossia 10 milioni di dollari. Li produce l’azienda “Baykar Techonologies” di Selçuk Bayraktar, brillante laureato del Massachussetts Institute of Technoloy e genero del presidente Erdoğan. Bayraktar la fondò nel 1986. Fino ad oggi sono oltre duemila i velivoli consegnati (ndr. anche all’Ucraina). L’Azerbagian riconosce di aver perso cinquanta uomini, 42 militari e 8 guardie di frontiera. In agosto aveva denunciato l’uccisione di un suo soldato. Per l’enclave del Nagorno Karabakh, abitata in maggioranza da armeni, sono state combattute due guerre, la prima, tra il gennaio 1992 e il maggio 1994, provocò trentamila caduti. Nell’autunno del 2020 si è combattuto di nuovo per sei settimane. Seimilacinquecento persone sono state uccise. Il cessate il fuoco fu mediato dalla Russia che schierò duemila uomini lungo il travagliato confine fra i due Paesi. Durante i colloqui a Bruxelles, in aprile e in maggio, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e il pari grado armeno Nikol Pashinyan avevano concordato di “promuovere le discussioni” su un futuro trattato di pace. In questo scenario è caduto il fulmine della sconfitta russa a Kharkiv. La disfatta potrebbe aver indotto gli azeri a pensare che Mosca sia diventata una sorta di tigre di carta. Il segretario di stato americano Antony Blinken ha chiamato al telefono sia Ilham Aliyev sia Nikol Pashinyan e ha manifestato a entrambi la sua “profonda preoccupazione”. “Dalle 18 del 14 settembre il fuoco è praticamente cessato in tutte le direzioni e non si registrano incidenti significativi”, ha scritto sui social Aram Torosyan, portavoce del Ministero Armeno della Difesa.

Sul versante opposto è risuonato di nuovo lo slogan “Turchia e Azerbaigian due Stati, una nazione”. Ibrahim Kalin, portavoce del presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha invitato Erevan ad abbandonare “l’approccio aggressivo e provocatorio mentre i negoziati sono in corso”. Ankara continuerà a sostenere l’Azerbajan, turcofono e musulmano, nelle sue rivendicazioni e nella sua integrità territoriale che, a dire del ministro turco della difesa Hulusi Akar, “comprende il Nagorno Karabakh”. Il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha rincarato la dose sostenendo che ”l’Armenia ha devastato e minato i territori abbandonati”. Nel 2023 i turchi andranno alle urne per eleggere il presidente e il Parlamento. Una debacle azera per il ”sultano” Erdoğan sarebbe una devastante iattura. 

Erevan ha fatto appello, ufficialmente, all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Otsc), la Nato della Federazione Russa, e al Consiglio di Sicurezza Onu, per l’aggravarsi della situazione. Il premier armeno, Nikol Pashinyan, ha sentito separatamente al telefono i presidenti russo e francese, Vladimir Putin ed Emmanuel Macron, e il segretario di Stato Usa, Antony Blinken. Tutti e tre, secondo le note arrivate dalle rispettive capitali, hanno definito “inaccettabile” la nuova escalation. Putin e il presidente turco si vedranno nei prossimi giorni al vertice di Samarcanda. Potrebbe essere un’occasione per spegnere la miccia accesa nella polveriera del Caucaso.

La situazione interna che deve affrontare il capo dello  stato turco è da brividi. Il 3 gennaio di quest’anno per il quarto mese consecutivo la banca centrale turca ha tagliato i tassi di interesse obbedendo ai desideri  del presidente Recep Tayyp Erdoğan che li considera “un male che rende più ricchi i ricchi e più poveri  i poveri” e che definisce il denaro a basso costo “Una guerra di liberazione nazionale”. Nei dodici mesi precedenti la valuta turca ha perso la metà del suo valore. Secondo le cifre ufficiali l’inflazione si attesta sul 21 per cento, ma “Enagroup”, un think tank di economisti e di accademici turchi indipendenti, calcola che la svalutazione reale sia stata pari al 58-59 per cento. E’ diventato difficile trovare i medicinali, perché sono saliti i prezzi delle importazioni. Il capo dello stato ha reagito annunciando che il salario minimo aumenterà del 50 per cento. Il beneficio sarà vanificato entro febbraio o al più tardi marzo, stimano gli economisti che non sono legati al governo. In tre anni quattro governatori della banca centrale di Ankara hanno ricevuto il benservito. Il rigorista Naci Agbal è stato il terzo titolare silurato da Erdoğan. In pochi mesi era riuscito a frenare il declino economico e valutario turco, che sembrava inarrestabile quando il dicastero del tesoro e delle finanze era guidato da Berat Albayrak, genero del capo dello stato. Erdoğan non  ha perdonato ad Agbal il rialzo del tassi di interesse al 19 per cento . Gli era subentrato Sahap Kavcioglu, ex deputato dello Akp e commentatore del quotidiano economico filogovernativo “Yeni Safak”.

Per contrastare il declino della sua popolarità Erdoğan continua a posare prime pietre di grandi opere e ha cominciato a costruire un muro che dovrebbe fermare i profughi sul confine orientale e che sarà lungo 64 chilometri quando sarà completato. Tre sono gia stati realizzati. Emin Bilmez, governatore della provincia di Van, ha spiegato che nel primo semestre del 2021 le persone bloccate sono state più di 55 mila. La risorsa estrema del presidente turco però sono i curdi, soprattutto dopo la clamorosa apertura del maggior partito di opposizione, il Chp kemalista e laico. Il 5 ottobre 2021 i sei partiti che nelle elezioni del 2023 sfideranno il presidente in carica hanno indicato fra i loro obiettivi il superamento del regime presidenziale del Paese e la soluzione del problema curdo. Cinque giorni dopo due poliziotti hanno perso la vita in un agguato rivendicato dal Partito Comunista del Kurdistan, il Pkk di Abdullah Ocalan. A metà settembre 2021 erano caduti altri due agenti.  Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha colto la palla al balzo per criticare gli Stati Uniti per il loro sostegno ai miliziani dello Ypg, le unità curde di difesa del popolo insediate nel nord della Siria. “Stanno appoggiando – ha polemizzato – un’organizzazione terrorista e inviano armi, mezzi invece di contrastarla assieme a noi, come si converrebbe tra alleati nella Nato”.

Il 28 maggio 2021 il “Sultano” ha inaugurato una enorme moschea che sovrasta e domina Piazza Taksim, il cuore della Turchia laica, e la piccola statua di Kemal Ataturk eretta meno di cento anni fa dallo scultore italiano Pietro Canonica. Il presidente turco sognava di costruire il luogo di preghiera già negli anni novanta, quando era sindaco di Istanbul. Ora è un edificio imponente capace di contenere 2.250 fedeli, ha spazi per mostre e conferenze nei suoi sedicimilacinquecento metri quadrati che ospitano anche un grande parcheggio sotterraneo.   E’ stato aperto in pompa magna dallo stesso capo dello stato turco venerdì 28 maggio 2021, otto anni dopo la rivolta innescata dal progetto di abbattere gli alberi di Ghezi Park, e alla vigilia dell’anniversario della capitolazione di Costantinopoli espugnata dal Sultano Maometto II, detto Fatih il Conquistatore, il 29 maggio del 1453. Il presidente, che all’epoca era primo ministro, voleva costruire un centro commerciale all’interno di un grande edificio disegnato sulla pianta di una vecchia caserma di artiglieria. Dopo due mesi la rivolta contro il governo fu soffocata dall’irruzione della polizia. Otto persone persero la vita. I feriti furono centinaia.

L’architetto Sefik Birkiye ha contribuito ai malumori presidenziali svelando nei dettagli la lussuosa dimora di 300 stanze destinata alle vacanze estive del capo dello stato. E’ a Marmaris, sulla costa meridionale dell’Egeo ed è stata completata nel 2019. Sorge su un lotto di 90 mila metri quadrati. E’ dotata di una grande piscina, di una spiaggia con accesso privato al mare e di una pista per gli elicotteri. Gli ambientalisti sostengono che per far posto alla villa sono stati abbattuti molti alberi. Il boss latitante Sedat Peker, 49 anni, difeso da una scorta armata di 150 persone sta diffondendo, pare da Dubai, video che attirano milioni di visualizzazioni. Nell’ottavo (su 12 annunciati) diffuso su “You Tube” ha sostenuto che Ankara nel 2015 ha fatto avere armi a Jabat al Nusra, il braccio siriano di al-Qaida, attraverso il gruppo paramilitare “Sadat” creato da Adnan Tanriverdi, un ex consigliere di Erdoğan. Il sodalizio criminale di Peker, con il consenso delle autorità, spedì tir carichi di armi ai ribelli turcomanni nella regione di Bayirbucak, nel nord-ovest della Siria, mascherandoli come aiuti umanitari. Alcuni di questi però sarebbero stati dirottati verso il gruppo jihadista. “Sadat” naturalmente ha negato. Peker, un ultranazionalista convinto, accredita la sua volontà di punire il suo Paese per averlo abbandonato.

il 20 marzo 2021 Recep Tayyip Erdoğan aveva deciso di ritirare il suo Paese dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne firmata nel 2011, incurante di un contesto sociale intriso di sangue femminile, trecento uccise nel 2020, 77 dall’inizio dell’anno, una media di tre al giorno. L’Europa continua a chiudere gli occhi e ad aprire i cordoni della borsa.  Il 25 giugno 2021, dopo un vertice della Ue, La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato che saranno destinati alla Turchia altri tre miliardi di euro fino al 2024 (dopo gli altrettanti erogati a partire dal 2016) perché continui a trattenere sul suo suolo tre milioni e mezzo di profughi siriani.  Amnesty International” sostiene che sta accadendo il contrario, e che le 315 mila  persone ritornate in Siria, secondo Ankara,  “siano state ingannate o costrette” al rientro. L’agenzia “Dire” cita il caso di Anas al-Mustafa arrestato dopo sei anni e riportato a Idlib, una città dilaniata dai combattimenti fra l’esercito di Damasco e i qaedisti che militavano nelle file di “Jabat al Nusra” e che poi sono confluiti nel cartello “Hayat Tahrir al-Sham”.  La Turchia però non è soddisfatta del nuovo cospicuo esborso la cui unica contropartita sarebbero “maggiori sforzi in ambito commerciale sul certificato di origine”. Il ministero degli esteri di Ankara lamenta “tattiche per prendere tempo in assenza di passi concreti”. L’11 dicembre 2020 il consiglio dei capi di stato e di governo della Ue aveva stigmatizzato “le provocazioni e azioni unilaterali turche nel Mediterraneo orientale” ossia le trivellazioni nelle aree adiacenti alla Grecia e a Cipro alla ricerca di gas naturale e di petrolio. Alle precedenti misure contro il vicepresidente e il vicedirettore della Turkish Petroleum Corporation sono state affiancate “liste aggiuntive” di privati e di aziende turche impegnati nelle stesse attività.

Il 14 dicembre gli Stati Uniti hanno varato le sanzioni per l’acquisto dei missili difensivi S-400 russi per i quali Erdoğan nel 2017 stipulò un accordo da 2,5 miliardi di dollari con il suo pari grado Vladimir Putin. Le prime quattro batterie di vettori sono state accettate nel luglio del 2019. Secondo l’ex segretario di stato americano Mike Pompeo l’intesa ha “messo in pericolo la sicurezza e la tecnologia del personale militare statunitense e ha fornito fondi sostanziali al settore militare russo”. Le misure americane sono selettive. Per il capo dell’industria bellica Ccb Ismail Demir e per tre suoi funzionari prevedono infatti il divieto di concedere visti e il congelamento dei loro beni in territorio statunitense nonché il blocco di tutte le licenze di esportazione di armamenti made in Usa. E’ stata risparmiata invece la Halkbank, il secondo istituto di credito turco, sospettata dai procuratori di New York di aver aiutato l’Iran ad aggirare le sanzioni per il programma nucleare di Teheran. Il Parlamento di Ankara ha approvato quasi all’unanimità una richiesta di revoca del provvedimento “iniquo”. Si è opposto solo il Partito Democratico dei Popoli, in sigla Hdp, libertario e filo curdo.

La Turchia era già stata “punita” con l’esclusione dal programma per il supercaccia invisibile F 35 Jsf. Avrebbe dovuto acquistare 120 velivoli per un valore di un miliardo e 400 milioni di dollari e ne aveva già ricevuti 8 che le sono stati ritirati. Ora si trova circondata da Paesi che li stanno già usando da anni (Israele) o li riceveranno come la Grecia. Lo storico nemico della Turchia progetta l’acquisto di almeno 18 F 35 Jsf. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato un accordo di fornitura dei velivoli. Per il ministro degli esteri russo Serghej Lavrov le sanzioni sono un “atto di arroganza verso il diritto internazionale”. Sullo stesso fronte si colloca, non a caso, anche l’Iran. Il responsabile degli esteri Javad Zarif ha twittato contro il “disprezzo per il diritto internazionale”.

Sul piano interno la repressione non perde colpi. Nel mese di giugno del 2021 è cominciato il procedimento che dovrebbe sfociare nella messa al bando del Partito Democratico dei Popoli Hdp, libertario e filo curdo, sei milioni di voti nelle ultime elezioni. La Turchia è seconda solo alla Cina per il numero di giornalisti finiti in carcere nel 2020, 37 secondo il Comitato per la protezione degli uomini dei media (in Cina sono stati 47). Lavvocato Aytaç Ünsal, in sciopero della fame da febbraio contro una condanna a dieci anni di carcere per presunto “terrorismo” è stato di nuovo fermato il 10 dicembre dell’anno scorso. Dopo la morte della collega Ebru Timtik, che aveva rifiutato il cibo per 238 giorni ed era spirata il 27 agosto del 2020, era stato scarcerato temporaneamente dalla Corte Suprema turca. Era il 3 settembre. Si era sistemato in una baracca nel quartiere Küçükarmutlu di Istanbul per un periodo di cura che secondo i medici avrebbe dovuto durare almeno un anno. Il 23 novembre la polizia aveva fatto irruzione nella sua abitazione, perquisendola e saccheggiando i suoi averi. Le persone trovate insieme a lui sono state arrestate. Dopo il golpe fallito del 15 luglio 2016 centoquarantamila dipendenti pubblici sono stati privati del loro lavoro (e dello stipendio).

Il presidente Recep Tayyp Erdoğan ha fatto approvare dal Parlamento una legge che imbavaglia i social network. Secondo “Human Rights Watch” è cominciato “un oscuro periodo di censura on line”. L’occasione, ma forse sarebbe più corretto usare il termine “pretesto”, è un neonato nipote del capo dello stato. La madre è Esra, figlia maggiore di Erdoğan e moglie dell’ex ministro delle finanze e del tesoro Berat Albayrak. Dopo la nascita del piccolo, che ha tre fratelli, sarebbe divampata sui social una “campagna d’odio” contro la genitrice. A tempo di record, appena una settimana, i deputati hanno varato nuove regole restrittive. L’Akp, il partito del presidente, sostiene che la norma è uno strumento necessario per contrastare il crimine cibernetico, i troll e i disseminatori di odio. La nuova legge, che riguarda i media on line capaci di attrarre oltre un milione di visitatori unici al giorno, concede 24 ore di tempo perché si adeguino alle ingiunzioni dei tribunali sull’eliminazione di contenuti “offensivi, minacciosi o discriminatori”. Non solo. I social dovranno essere rappresentati nel Paese da cittadini turchi e i dati degli utenti dovranno essere conservati in server localizzati in Turchia.

Per chi non si piega agli ordini dei magistrati o non nomina il fiduciario locale sono previste multe che possono arrivare fino a 1,2 milioni di euro. I trasgressori potranno anche subire una riduzione della larghezza della banda fino al 90 per cento. Andrew Gardner, delegato di Amnesty International in Turchia, osserva che dopo la chiusura di radio, giornali e tv critici nei confronti del governo e dopo l’arresto di decine di giornalisti questa è l’ultima “chiara violazione della libertà del diritto di espressione on line”. “Gli utenti dei social –rincara – debbono autocensurarsi per non offendere le autorità”. Secondo uno studio dell’università turca Bilgi, tra il 2014 e il 2019, il governo turco ha ordinato la chiusura di circa 27 mila account e di quasi 246 mila pagine web. Nel primo trimestre del 2019 la Turchia ha guidato la graduatoria di Paesi che hanno sollecitato la rimozione di post a Twitter.