Di Lorenzo Bianchi

Dopo 195 giorni di proteste hanno vinto i professori e gli studenti dell’ Università del Bosforo Boğaziçi,una delle più antiche della Turchia. Recep Tayyp Erdoğan ha dato il benservito al rettore Melih Bulu che aveva nominato il 2 gennaio in piena notte. Da allora gli studenti hanno manifestato scontrandosi duramente con la polizia che presidiava l’ateneo e impediva l’accesso al campus universitario. I professori tutti i giorni si sono esibiti in una contestazione silenziosa: restavano in piedi immobili e voltavano le spalle al rettorato. Bulu era stato paracadutato in una università nata un secolo e mezzo prima nella quale si usa solo la lingua inglese. Il suo unico titolo era di essere un uomo del presidente turco. Il partito di Erdoğan, l’Akp, nel 2015 lo aveva candidato alla Grande Assemblea, la Camera. Sette studenti della comunità Lgbt sono stati condannati a tre anni di carcere per aver esposto vicino all’ufficio del rettore il simbolo arcobaleno accanto alla Kaaba, il luogo più santo dell’Islam alla Mecca.Gli studenti hanno festeggiato il siluramento di Bulu con un flash mob di applausi ritmati. Per il capo dello stato non è un periodo fortunato. La Banca centrale  del suo Paese ha confermato il tasso di interesse al 19 per cento, un livello alto che Erdoğan considera una pastoia insopportabile per l’economia. L’architetto Sefik Birkiye ha contribuito ai malumori presidenziali svelando nei dettagli la lussuosa dimora di 300 stanze destinata alle vacanze estive del capo dello stato. E’ a Marmaris, sulla costa meridionale dell’Egeo ed è stata completata nel 2019. Sorge su un lotto di 90 mila metri quadrati. E’ dotata di una grande pisicna, di una spiaggia con accesso privato al mare e di una pista per gli elicotteri. Gli ambientalisti sostengono che per far posto alla villa sono stati abbattuti molti alberi.

Per contrastare il declino della sua popolarità Erdoğan continua a posare prime pietre di grandi opere. Il 26 giugno ha inaugurato il primo cantiere del nuovo Canale di Istanbul concepito il 27 aprile del 2011 quando  era all’apice dei consensi. La via d’acqua artificiale fra il mar Nero  e il mare di Marmara costerà 15 miliardi di dollari (13 miliardi di euro). Non è chiaro come saranno trovati. Il sindaco della megalopoli Ekrem İmamoğlu, un esponente dell’opposizione, ha lanciato lo slogan “O il canale o Istanbul”.  Un nugolo di incertezze si addensa anche sulla convenzione di Montreux che dal 1936 regola il traffico delle navi militari e civili nel Bosforo.  Il 28 maggio il “Sultano” ha inaugurato una enorme moschea che sovrasta e domina Piazza Taksim, il cuore della Turchia laica, e la piccola statua di Kemal Ataturk eretta meno di cento anni fa dallo scultore italiano Pietro Canonica. Il presidente turco sognava di costruire il luogo di preghiera  già negli anni novanta, quando era sindaco di Istanbul. Ora è un edificio imponente (nella foto) capace di contenere 2.250 fedeli, ha spazi per mostre e conferenze nei suoi sedicimilacinquecento metri quadrati che ospitano anche un grande parcheggio sotterraneo.   E’ stato aperto in pompa magna dallo stesso capo dello stato turco venerdì 28 maggio, otto anni dopo la rivolta innescata dal progetto di abbattere gli alberi di Ghezi Park, e alla vigilia del’anniversario della riconquista di Costantinopoli  espugnata dal Sultano Maometto II, detto Fatih il Conquistatore, il 29 maggio del 1453. Il capo dello stato, all’epoca primo ministro, voleva  costruire un centro commerciale all’interno di un grande edificio disegnato sulla pianta di una vecchia caserma di artiglieria. Due mesi di rivolta contro il governo furono soffocati dall’irruzione della polizia. Otto persone persero la vita. I feriti furono centinaia.

“Non c’è nessuno – ha commentato Erdoğan nel discorso di inaugurazione – che ha abbastanza forza per far tacere il richiamo della preghiera o per abbassare la nostra bandiera. Dopo l’apertura della moschea di Santa Sofia (ex sede del patriarcato di Costantinopoli ndr.) considero l’inaugurazione dell’edificio un regalo per il 568° anniversario della conquista di Istanbul”. Il passo successivo sarà una nuova moschea a Besiktas, un quartiere abitato da benestanti laici nel quale l’Akp, il partito del presidente turco, prende di solito un pugno di voti. Erdoğan annuncia che la intitolerà a Barbaros Hayrettin Pasha, il pirata Barbarossa terrore dei mari, l’ammiraglio dell’Impero ottomano che rendeva insicuro il Mediterraneo nel XV secolo. Nei giorni scorsi un anonimo benefattore ha comprato a un’asta di Sotheby’s per mezzo milione di euro un raro ritratto di Solimano il Magnifico, un’opera di scuola veneziana che risale al 1530. Il destinatario finale sarà la municipalità della metropoli.

La popolarità del capo dello stato è scesa dal 40 al 30 per cento.  Il boss latitante Sedat Peker, 49 anni, difeso da una scorta armata di 150 persone sta diffondendo, pare da Dubai, video che attirano milioni di visualizzazioni. Nell’ottavo (su 12 annunciati) diffuso su “You Tube” ha sostenuto che Ankara nel 2015 ha fatto avere armi a Jabat al Nusra, il braccio siriano di al-Qaida, attraverso il gruppo paramilitare “Sadat” creato da Adnan Tanriverdi, un ex consigliere di Erdoğan. Il sodalizio criminale di Peker, con il consenso delle autorità, spedì tir carichi di armi ai ribelli turcomanni nella regione di Bayirbucak, nel nord-ovest della Siria, mascherandoli come aiuti umanitari. Alcuni di questi però sarebbero stati dirottati verso il gruppo jihadista. “Sadat” naturalmente ha negato. Peker, un ultranazionalista convinto, accredita la sua volontà di punire il suo Paese per averlo abbandonato.  Nei video precedenti il malavitoso ha accusato il potere di Ankara, senza fornire prove decisive, di omicidi politici, di traffici internazionali di droga e di collusioni con la criminalità organizzata.

Erdoğan fa finta di nulla. Il 22 giugno aveva lanciato l’ennesima sfida a consolidati stili di vita dei laici vietando dal primo luglio gli spettacoli musicali  dopo la mezzanotte. “Non vi offendete, nessuno ha il diritto di disturbare gli altri di notte”, aveva scandito. L’hashtag “Ci offendiamo” è diventato virale. “Se la musica lo disturba, non la ascolti”, ha twittato Gaye Su Akyol, stella dei locali notturni di Istanbul. Perfino Demet Alkalin, una cantante pop filogovernativa, ha manifestato perplessità. E’ stata la prima levata di scudi che ha ha ottenuto un risultato. Il compito della ingloriosa marcia indietro è stato affidato al ministro della Salute di Ankara, Fahrettin Koca. «Noi vogliamo togliere tutti i divieti. E anche questo divieto verrà tolto», ha annunciato

L’Europa continua a chiudere gli occhi e ad aprire i cordoni della borsa.  Il 25 giugno, dopo un vertice della Ue, La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato che saranno destinati alla Turchia altri tre miliardi di euro fino al 2024 (dopo gli altrettanti erogati a partire dal 2016) perché continui a trattenere sul suo suolo tre milioni e mezzo di profughi siriani.  Amnesty International sostiene in un  rapporto che sta accadendo il contrario,e che le 315 mila  persone ritornate in patria, secondo Ankara,  “siano state ingannate o costrette” al rientro. L’agenzia “Dire” cita il caso di Anas al-Mustafa arrestato dopo sei anni e riportato a Idlib, una città dilaniata dai combattimenti fra l’esercito di Damasco e i qaedisti  che militavano nelle file di Jabat al Nusra e che poi sono confluiti nel cartello Hayat Tahrir al-Sham.  La Turchia non è soddisfatta del nuovo cospicuo esborso la cui unica contropartita sarebbero “maggiori sforzi in ambito commerciale sul certificato di origine”. Il ministero degli esteri di Ankara lamenta “tattiche per prendere tempo in assenza di passi concreti”. Continua a pesare anche la questione della parte settentrionale di Cipro che fu occupata nel 1974 dalla Turchia dopo un golpe greco-cipriota che tentò inutilmente l’annessione dell’isola alla Grecia. Ersin Tatar, il presidente del settore turco-cipriota, ha ribadito che la questione può essere risolta solo “con l’accettazione della nostra uguaglianza e della fornitura di uno status di riconoscimento internazionale”, un passo che era stato escluso nei giorni scorsi dal suo pari grado greco-cipriota Nicos Anastasiades.

Incurante di un contesto sociale intriso di sangue femminile, trecento uccise nel 2020, 77 dall’inizio dell’anno, una media di tre al giorno, il 20 marzo Recep Tayyip Erdoğan aveva deciso di ritirare il suo Paese dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne firmata nel 2011. Nelle stesse ore il presidente turco aveva licenziato di nuovo il governatore della Banca centrale. Il rigorista Naci Agbal è il terzo titolare silurato da  Erdoğan in due anni. In pochi mesi era riuscito a frenare il declino economico e valutario turco, che sembrava inarrestabile quando il dicastero del tesoro e delle finanze era guidato da Berat Albayrak, genero del capo dello stato. Erdoğan non  ha perdonato ad Agbal il rialzo del tassi di interesse al 19 per cento per contenere un’inflazione del 15, 6 per cento. Gli subentrerà Sahap Kavcioglu, ex deputato dello Akp e commentatore del quotidiano economico filogovernativo “Yeni Safak”. L’11 dicembre 2020 il consiglio dei capi di stato e di governo della Ue aveva stigmatizzato “le provocazioni e azioni unilaterali turche nel Mediterraneo orientale” ossia le trivellazioni nelle aree adiacenti alla Grecia e a Cipro alla ricerca di gas naturale e di petrolio. Alle precedenti misure contro il vicepresidente e il vicedirettore della Turkish Petroleum Corporation sono state affiancate “liste aggiuntive” di privati e di aziende turche impegnati nelle stesse attività.

Il 14 dicembre gli Stati Uniti hanno varato le sanzioni per l’acquisto dei missili difensivi S-400 russi per i quali Erdoğan nel 2017 stipulò un accordo da 2,5 miliardi di dollari con il suo pari grado Vladimir Putin. Le prime quattro batterie di vettori sono state accettate nel luglio del 2019. Secondo l’ex segretario di stato americano Mike Pompeo l’intesa ha “messo in pericolo la sicurezza e la tecnologia del personale militare statunitense e ha fornito fondi sostanziali al settore militare russo”. Le misure americane sono selettive. Per il capo dell’industria bellica Ccb Ismail Demir e per tre suoi funzionari prevedono infatti il divieto di concedere visti e il congelamento dei loro beni in territorio statunitense nonché il blocco di tutte le licenze di esportazione di armamenti made in Usa. E’ stata risparmiata invece la Halkbank, il secondo istituto di credito turco, sospettata dai procuratori di New York di aver aiutato l’Iran ad aggirare le sanzioni per il programma nucleare di Teheran. Il Parlamento turco ha approvato quasi all’unanimità una richiesta di revoca del provvedimento “iniquo”. Si è opposto solo il Partito Democratico dei Popoli, in sigla Hdp, libertario e filo curdo.

Ankara era già stata “punita” con l’esclusione dal programma per il supercaccia invisibile F 35 Jsf. Avrebbe dovuto acquistare 120 velivoli per un valore di un miliardo e 400 milioni di dollari e ne aveva già ricevuti 8 che le sono stati ritirati. Ora si trova circondata da Paesi che li stanno già usando da anni (Israele) o li riceveranno come la Grecia. Lo storico nemico della Turchia progetta l’acquisto di almeno 18 F 35 Jsf. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato un accordo di fornitura dei velivoli. Per il ministro degli esteri russo Serghej Lavrov le sanzioni sono un “atto di arroganza verso il diritto internazionale”. Sullo stesso fronte si colloca, non a caso, anche l’Iran. Il responsabile degli esteri Javad Zarif ha twittato contro il “disprezzo per il diritto internazionale”.

Sul piano interno il pugno di Erdoğan non si è allentato. All’inizio di giugno è cominciato il procedimento che dovrebbe sfociare nella messa al bando del Partito Democratico dei Popoli Hdp, libertario e filo curdo, sei milioni di voti nelle ultime elezioni. La Turchia è seconda solo alla Cina per il numero di giornalisti finiti in carcere nel 2020, 37 secondo il Comitato per la protezione degli uomini dei media (in Cina sono stati 47). Lavvocato Aytaç Ünsal, in sciopero della fame da febbraio contro una condanna a dieci anni di carcere per presunto “terrorismo” è stato di nuovo fermato il 10 dicembre dell’anno scorso. Dopo la morte della collega Ebru Timtik, che aveva rifiutato il cibo per 238 giorni ed era spirata il 27 agosto del 2020, era stato scarcerato temporaneamente dalla Corte Suprema turca. Era il 3 settembre. Si era sistemato in una baracca nel quartiere Küçükarmutlu di Istanbul per un periodo di cura che secondo i medici avrebbe dovuto durare almeno un anno. Il 23 novembre la polizia aveva fatto irruzione nella sua abitazione, perquisendola e saccheggiando i suoi averi. Le persone trovate insieme a lui sono state arrestate. Dopo il golpe fallito del 15 luglio 2016 centoquarantamila dipendenti pubblici sono stati  destituiti dagli incarichi professionali.

Il presidente Recep Tayyp Erdoğan ha fatto approvare dal Parlamento una legge che imbavaglia i social network. Secondo “Human Rights Watch” è cominciato “un oscuro periodo di censura on line”. L’occasione, ma forse sarebbe più corretto usare il termine “pretesto”, è un neonato nipote del capo dello stato. La madre è Esra, figlia maggiore di Erdoğan e moglie dell’ex ministro delle finanze e del tesoro Berat Albayrak. Dopo la nascita del piccolo, che ha tre fratelli,  sarebbe divampata sui social una “campagna d’odio” contro la genitrice.

A tempo di record, appena una settimana, il Parlamento ha varato nuove regole restrittive. L’Akp, il partito del presidente, sostiene che la norma è uno strumento necessario per contrastare il crimine cibernetico, i troll e i disseminatori di odio. La nuova legge, che riguarda i media on line capaci di attrarre oltre un milione di visitatori unici al giorno, concede 24 ore di tempo perché si adeguino alle ingiunzioni dei tribunali sull’eliminazione di contenuti “offensivi, minacciosi o discriminatori”. Non solo. I social  dovranno essere rappresentati nel Paese da cittadini turchi e i dati degli utenti dovranno essere conservati in server localizzati in Turchia.

Per chi non si piega agli ordini dei magistrati o non nomina il fiduciario locale sono previste multe che possono arrivare fino a 1,2 milioni di euro. I trasgressori potranno anche subire una riduzione della larghezza della banda fino al 90 per cento. Andrew Gardner, delegato di Amnesty International in Turchia, osserva che dopo la chiusura di radio, giornali e tv critici nei confronti del governo e dopo l’arresto di decine di giornalisti questa è l’ultima “chiara violazione della libertà del diritto di espressione on line”. “Gli utenti dei social –rincara – debbono autocensurarsi per non offendere le autorità”. Secondo uno studio dell’università turca Bilgi, tra il 2014 e il 2019, il governo turco ha ordinato la chiusura di circa 27 mila account e di quasi 246 mila pagine web. Nel primo trimestre del 2019 la Turchia ha guidato la graduatoria di Paesi che hanno sollecitato la rimozione di post a Twitter.