Di Lorenzo Bianchi 

Lunedì 25 ottobre è stato il giorno delle precipitose marce indietro. L’hanno fatta per primi i dieci ambasciatori che chiedevano alla Turchia la scarcerazione dell’imprenditore filantropo e dissidente  Osman Kavala (nella foto) sulla scia di una risoluzione della Corte Europea per i Diritti umani alla quale aderisce anche Ankara. Al presidente Recep Tayyip Erdoğan non è parso vero di poter di raccogliere il salvagente della loro ritrattazione, sfoggiando il solito piglio burbanzoso, ma evitando lo scontro finale e dirompente ossia l’espulsione dei diplomatici.

Osman Kavala, 64 anni, rampollo di una facoltosa famiglia di commercianti di tabacco, detenuto da 1454 giorni nel carcere di Silivri vicino a Istanbul, rischia l’ergastolo sostanzialmente per due accuse, quella di aver manovrato dietro le quinte la rivolta divampata nel 2013 per salvare Ghezi Park e per aver partecipato al golpe fallito del 15 luglio 2016.

La svolta è maturata con diversi cinguettii su twitter. Ha cominciato l’ambasciata statunitense ad Ankara scrivendo che “in risposta alle domande sulla dichiarazione del 18 ottobre gli Usa fanno notare che si mantiene in conformità con l’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche”. La nota della missione americana è stata rilanciata, sempre su twitter, dalle rappresentanze degli altri 9 Paesi che si erano schierati a favore della liberazione di Kavala. Canada, Nuova Zelanda e Olanda hanno postato praticamente lo stesso messaggio. Gli altri si sono limitati a ritwittare il cinguettio statunitense. L’agenzia ufficiale turca “Anadolu” si è precipitata a esultare perché “l’ambasciata americana ad Ankara ha ceduto”. Il giornale “Hurriyet” ha riportato il testo dell’articolo 41che recita così: “Fatti salvi i loro privilegi e immunità è dovere di tutte le persone che godono di tali privilegi e immunità di rispettare le leggi e i regolamenti dello stato di residenza. Hanno anche il dovere di non interferire negli affari interni di quello stato”.

Erdoğan si è lanciato a corpo morto nello spiraglio. “Non è nostra intenzione – ha assicurato – cerare una crisi diplomatica. Chi ci critica da ora in poi sarà più attento. Nell’ultimo periodo il nostro Paese è stato oggetto di attacchi e di osservazioni inaccettabili. Nessuno può dare ordini al nostro sistema giudiziario ed è nostro dovere rispondere in maniera adeguata. La Costituzione garantisce l’indipendenza del sistema giudiziario e quanto detto da alcuni è un insulto ai nostri magistrati e ai nostri avvocati”. “Oggi – ha concluso – gli ambasciatori hanno emesso un comunicato con il quale hanno fatto un passo indietro dai loro errori. Devono imparare a rispettare l’indipendenza della nostra magistratura altrimenti, lo ripeto, a nessuno sarà consentito rimanere nel nostro Paese”. Nessun accenno però alla possibilità di dichiararli “persone non grate”, l’anticamera dell’ espulsione, come aveva detto il 24 ottobre quando aveva definito la loro iniziativa di sei giorni prima “un indecenza”..

Sull’indipendenza dei magistrati turchi parla da sola la vicenda giudiziaria di Kavala. Fu arrestato il 18 ottobre 2017 all’aeroporto Atatürk di Istanbul. Tornava da Gaziantep, una città abitata in prevalenza da curdi nella quale aveva dato vita a un progetto assieme al Goethe Institute. Gli vennero contestati l’articolo 309 e l’articolo 312 del codice penale. L’articolo 309, che punisce i “tentativi di abolire, sostituire o impedire l’attuazione, con la forza e la violenza, dell’ordine costituzionale della Repubblica di Turchia”, era collegato a un’indagine sul tentativo di colpo di Stato del luglio 2016. L’ l’articolo 312,  che sanziona “l’uso della forza e della violenza per abolire il governo della Repubblica di Turchia o per impedirgli, in tutto o in parte, di adempiere ai suoi doveri”,  era il pilastro di un’indagine sulle proteste di Gezi Park.

In base alla seconda imputazione, accettata il 4 marzo 2019 dalla Corte Penale numero 30 di Istanbul, rischiano l’ergastolo Kavala e altre 15 persone che però si trovano a piede libero. Le più note sono il giornalista Can Dündar e l’attore Memet Ali Alabora. Gli imputati sono accusati di essere stati, dietro le quinte, i registi delle proteste di Gezi Park, classificate come un “tentativo di rovesciare il governo con la violenza”. George Soros avrebbe tirato le fila della cospirazione. Il 18 febbraio 2020. Osman Kavala è stato assolto, ma il procuratore capo di Istanbul ha chiesto la continuazione della sua detenzione per l’articolo 309. Il giorno dopo è stato ordinato un nuovo arresto del dissidente.  Il 20 marzo 2020 Kavala è stato prosciolto, ma è rimasto dietro le sbarre, perché undici giorni prima i giudici avevano firmato a suo carico un ordine di  detenzione per l’articolo 328 del codice penale, una norma che sanziona chi “garantisce informazioni che, per loro natura, devono essere mantenute riservate per motivi relativi alla sicurezza o agli interessi politici interni o esteri dello Stato, a fini di spionaggio politico o militare”. L’ordine di arresto è arrivato il giorno prima che diventasse definitiva la sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo che censurava la carcerazione preventiva dell’accusato.

 Venerdì 22 ottobre Kavala ha ordinato ai suoi avvocati di disertare la prossima udienza, fissata per il 26 novembre, perché “non esistono le condizioni per un processo equo”. Gli uffici di “Open Society” la fondazione di Soros ad Ankara e a Istanbul avevano abbassato la saracinesca già nel 2018 per le pressioni del governo turco contro i rappresentanti della società civile, primo fra tutti proprio Osman Kavala. Il presidente Erdoğan ora ha gli occhi puntati sul vertice G 20 di Roma. Secondo “Anadolu”Spera di avere un colloquio con il presidente statunitense Joe Biden per proporgli una transazione sui soldi, 1,4 miliardi di dollari, che la Turchia aveva già versato per i supercaccia F–35. Dopo che Ankara ha acquistato le batterie antiaeree di sistemi missilistici russi S–400 è stata esclusa dal programma degli F–35. Il capo dello stato turco vorrebbe recuperare la cifra defalcandola dalla somma dovuta per comprare dagli Stati Uniti un lotto di meno sofisticati velivoli da guerra F-16. Nei giorni scorsi il portavoce del dipartimento di stato degli Stati Uniti Ned Price ha tenuto a precisare però che il suo Paese “non ha fatto alcuna offerta finanziaria rispetto alla richiesta della Turchia sugli F- 16”.