Di Lorenzo Bianchi 

“Gli autori saranno puniti come meritano”, aveva preannunciato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan dopo l’attentato che il 13 novembre alle 16 e 20 aveva fulminato sei persone nel cuore commerciale di Istanbul, la via pedonale Istiklal Caddesi (nella foto i rilievi della polizia scientifica sul luogo dell’esplosione).  Venticinque raid dei suoi caccia contro le basi curde del nord della Siria sono costati la vita a 35 persone. L’aviazione ha sganciato bombe nell’area di Aleppo, di al Haskah e di al Raqqah. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, basato a Londra, ha precisato che 13 erano membri di formazioni militari curde dell’alleanza Sdf “Syrian defence forces” ,dieci Jabal Qarrah Jokh, due a Zahr al Arab e uno ad Abu Rasin. Nei raid sono caduti anche sedici soldati del regime di Assad, dieci a Shawarghah a nordovest di Aleppo, quattro guardie di frontiera ad Abu Rasin e due nel villaggio di Qaz’ali a nord di al-Raqqah. Nelle incursioni ha perso la vita anche il giornalista curdo Issam Abdallah. Cinque combattenti curdi sono stati fulminati al posto di frontiera di Baylouniyah, a nord di Aleppo. Fra gli obiettivi delle incursioni anche un ospedale in costruzione a Jabal Mashtanour nell’area di Kobane.

Il ministro della Giustizia Bekir Bozdag, come riporta l’agenzia di stampa ufficiale “Anadolu“, aveva rivelato che “una donna è stata seduta su una panchina per 40 minuti, si è alzata e l’esplosione è arrivata 1 o 2 minuti dopo. Ci sono due possibilità: o la borsa aveva un meccanismo all’interno per esplodere autonomamente oppure è stata fatta esplodere con un comando a distanza, l’inchiesta segue entrambe le ipotesi”. Il supremo Consiglio per la radio e per la televisione (RTÜK in sigla) ha imposto ai mass media un divieto temporaneo di riferire sull’accaduto, impedendo alle emittenti di mostrare il momento della deflagrazione e i minuti successivi “per evitare trasmissioni che possono creare paura, panico e disordini nella società e che possono servire agli scopi di organizzazioni terroristiche”.

Il capo della RTÜK, Ebubekir Şahin, ha messo in guardia i cittadini dal diffondere disinformazione sull’attacco. “Stiamo seguendo da vicino gli sviluppi. Si prega di non fare affidamento su informazioni provenienti da fonti poco chiare. Otteniamole da quelle affidabili. Non diffondiamo inconsapevolmente notizie false”. Il parlamento turco ha approvato una nuova legge che vieta la “disinformazione”. I giornalisti o gli utenti dei social media accusati di violarla rischiano tre anni di carcere. La Istiklal Caddesi era stata teatro di un attentato anche Il 19 marzo del 2016. Morirono cinque stranieri. I feriti furono 36. Secondo la polizia l’autore della strage era un cittadino turco che aveva combattuto in Siria per il sedicente Califfato Islamico.  Nel gennaio dello stesso anno, un attentatore suicida ha ucciso 13 persone nel quartiere di Sultanahmet. In giugno aggressori armati di armi automatiche e di cinture esplosive hanno fatto irruzione nell’ingresso dell’aeroporto Atatürk di Istanbul uccidendo 45 persone e ferendone più di 230.

Istiklal Caddesi è una delle strade principali che portano alla piazza Taksim teatro della rivolta contro Erdoğan nel 2013. Il sindaco Ekrem Imamoğlu, del partito di opposizione Chp, si è recato sul posto e ha twittato: “E’ essenziale dare aiuto alla polizia e agli operatori della sanità e non postare notizie che possono alimentare la paura o il panico”. La deflagrazione è avvenuta a meno di 200 metri di distanza dalla sede della sua compagine politica. Nel vicino quartiere di Galata molti esercizi hanno abbassato le saracinesche in segno di lutto. L’accesso a twitter è stato limitato. Un’ora dopo l’esplosione, parti del viale sono rimaste aperte ai pedoni, mentre i negozi sono stati chiusi. Gli elicotteri della polizia hanno sorvolato l’area. “Molte persone colavano sangue dalle braccia e dalle gambe” ha raccontato al network televisivo “Cnn” il giornalista Tariq Keblaoui, che era a circa dieci metri dal luogo dell’esplosione.

Alle proteste del 2013 in piazza Taksim si collega l’interminabile odissea giudiziaria dell’imprenditore filantropo e dissidente Osman Kavala, 65 anni, rampollo di una facoltosa famiglia di commercianti di tabacco, detenuto dal 2017. Potrebbe essere condannato all’ergastolo sostanzialmente per due accuse, quella di aver manovrato dietro le quinte la rivolta divampata nel 2013 per salvare Ghezi Park e per aver partecipato al golpe fallito del 15 luglio 2016.

La vicenda giudiziaria di Kavala è il simbolo della volontà dei magistrati turchi di non opporsi in nessun modo al potere di Erdoğan. Kavala fu arrestato il 18 ottobre 2017 all’aeroporto Atatürk. Tornava da Gaziantep, una città abitata in prevalenza da curdi nella quale aveva dato vita a un progetto assieme al “Goethe Institute”. Gli vennero contestati l’articolo 309 e l’articolo 312 del codice penale. L’articolo 309, che punisce i “tentativi di abolire, sostituire o impedire l’attuazione, con la forza e la violenza, dell’ordine costituzionale della Repubblica di Turchia”, era collegato a un’indagine sul tentativo di colpo di Stato del luglio 2016. L’ l’articolo 312, che sanziona “l’uso della forza e della violenza per abolire il governo della Repubblica di Turchia o per impedirgli, in tutto o in parte, di adempiere ai suoi doveri”,  era il pilastro di un’indagine sulle proteste di Gezi Park.

In base alla seconda imputazione, accettata il 4 marzo 2019 dalla Corte Penale numero 30 di Istanbul, rischiano la condanna all’ergastolo Kavala e altre 15 persone che però sono a piede libero. Le più note sono il giornalista Can Dündar e l’attore Memet Ali Alabora. Gli imputati sono accusati di essere stati, dietro le quinte, i registi delle proteste di Gezi Park, classificate come un “tentativo di rovesciare il governo con la violenza”. George Soros avrebbe tirato le fila della cospirazione. Il 18 febbraio 2020. Osman Kavala è stato assolto, ma il procuratore capo di Istanbul ha chiesto la continuazione della sua detenzione per l’articolo 309. Il giorno dopo è stato ordinato un nuovo arresto del dissidente.  Il 20 marzo 2020 Kavala è stato di nuovo prosciolto, ma è rimasto dietro le sbarre, perché undici giorni prima i giudici avevano firmato a suo carico un ordine di detenzione per l’articolo 328 del codice penale, una norma che sanziona chi “garantisce informazioni che, per loro natura, devono essere mantenute riservate per motivi relativi alla sicurezza o agli interessi politici interni o esteri dello Stato, a fini di spionaggio politico o militare”. L’ordine di arresto è arrivato il giorno prima che diventasse definitiva la sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo che censurava l’interminabile carcerazione preventiva dell’accusato.

 Venerdì 22 ottobre 2021 Kavala ha ordinato ai suoi avvocati di disertare l’udienza, fissata per il 26 novembre, perché “non esistono le condizioni per un processo equo”. Gli uffici di “Open Society” la fondazione di Soros ad Ankara e a Istanbul avevano abbassato la saracinesca già nel 2018 per le pressioni del governo turco contro i rappresentanti della società civile, primo fra tutti proprio Osman Kavala. Il presidente Erdoğan spera ancora di recuperare i denari, 1,4 miliardi di dollari, che la Turchia aveva già versato per i supercaccia F–35. Ankara è stata esclusa dal programma degli F–35 dopo la decisione di acquistare batterie di missili russi antiaerei S–400. Il capo dello stato turco vorrebbe almeno defalcare la cifra dalla somma dovuta agli Stati Uniti per un lotto di meno sofisticati velivoli da guerra F-16. Il portavoce del dipartimento di stato degli Stati Uniti Ned Price ha tenuto a precisare però che il suo Paese “non ha fatto alcuna offerta finanziaria rispetto alla richiesta della Turchia sugli F- 16”.

La citazione irriverente di un proverbio circasso sui potenti ha portato in carcere il 22 gennaio 2022 una nota giornalista turca. Sedef Kabas, 52 anni, è stata condannata a 11 mesi di prigione. “C’è un proverbio molto famoso – aveva detto in diretta sul canale televisivo dell’opposizione “Tele 1” – che dice che la testa coronata diventa più saggia. Ma vediamo che non è vero. Il bue non diventa re entrando nel Palazzo, ma il Palazzo diventa una stalla. E’ stata arrestata per aver insultato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, un’imputazione che dal 2014 è stata contestata in oltre 160 mila casi sfociati in 12.881 condanne.