Areej Majid al Hmeidi aveva solo 5 mesi. E’ morta di freddo qualche giorno fa nel campo di Albeet vicino al confine fra la Siria e la Turchia (nella foto i soccorsi dopo un bombardamento nell’area di Idlib), racconta Mark Lowcock, capo dei soccorsi delle Nazioni Unite nella zona. “Le madri – spiega – bruciano la plastica per scaldare i figli. La crisi ha raggiunto un livello spaventoso”. Nel vilaggio di Kili, nella provincia nordoccidentale di Idlib, l’11 febbraio è morta quasi tutta la famiglia Hamadi. Nizar, l’unico sopravvissuto, non riesce a darsi pace. Il termometro era sceso a 9 gradi sotto lo zero. Il fratello Mustafa, sua moglie Amoun, la figlia della coppia Huda, 12 anni, e una loro nipotina Hoor, appena 3 anni, avevano cercato un po’ di calore accendendo uno scaldino a gas. Nella loro tenda fatta di pali di metallo e di fogli di plastica li ha uccisi l’ossido di carbonio. Erano profughi di Ma’arat al Nu’man, una cittadina non lontana dall’autostrada M 5 che collega Damasco ad Aleppo.

Ma’arat al Nu’man è uno dei tanti centri colpiti dall’offensiva delle Forze di Bashar Assad cominciata in aprile. Le Nazioni Unite, sostengono che ha provocato la fuga di 900 mila persone dalle loro case.  I bambini, calcola l’Unicef, sono mezzo milione. Secondo l’alto commissario dell’Onu per i diritti umani Michelle Bachelet trecento persone hanno perso la vita.

I russi hanno sostenuto l’offensiva con i bombardamenti aerei. Fra le vittime anche 14 soldati turchi schierati nei posti di controllo che avrebbero dovuto vigilare la zona di decongestione del conflitto concordata con i russi a Sochi nel 2018. Ankara avrebbe risposto “neutralizzando fra 30 e 35 soldati siriani”. Questa è la cifra rivendicata dal presidente Recep Tayyip Erdoğan. Michelle Bachelet ha precisato che il 93 per cento delle vittime è stata fulminata dai raid aerei delle forze armate di Damasco e di Mosca e che sono stati attaccati anche due ospedali.

Dopo 9 anni di guerra Bashar Assad si presenta come il vincitore indiscusso. In un discorso televisivo alla nazione ha annunciato che “la battaglia per la liberazione delle province di Aleppo e di Idlib continua a prescindere da tutto quello che sta succedendo nel nord”. Vicino alla megalopoli settentrionale Il suo esercito ha ripreso il controllo di una trentina di villaggi e di località. L’agenzia ufficiale di stato Sana ha annunciato la riapertura dell’autostrada M 5 e dell’aeroporto di Aleppo. Per domani è previsto il primo volo per Damasco dal 2012. La stessa emittente ha trasmesso la notizia che è stata trovata una fossa comune a sud est di Duma, nella provincia orientale di Damasco nella quale erano stati buttati 71 corpi. Uno era di una donna. Fino all’aprile del 2018 l’area era controllata dai jihadisti di Jaish al Islam, una formazione nella quale sono confluiti i combattenti di Jabhat al Nusra, la filiale siriana di al Qaeda.

La Turchia e la Russia in Siria si sono su sponde opposte. Per tentare di non precipitare nel vortice del massacro reciproco ora tentano un dialogo a Mosca. Il portavoce del governo di Ankara Omer Celik ha accusato il regime di Damasco di aver violato il cessate il fuoco “20 mila volte”. Ma il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu tenta di versare acqua sul fuoco assicurando che il suo Paese non permetterà a nessuno di “danneggiare i nostri rapporti bilaterali con la Russia”.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani sono ricominciati i pattugliamenti congiunti, con otto veicoli, nelle aree di Ras al Ain, di Abu Rasin e di Tel Abyad, tutte a sud del confine fra la Siria e la Turchia. Lo stesso sito pubblica la notizia che i turchi hanno costruito un posto di osservazione permanente a Mataram, il trentaseiesimo, vicino alla città di Ariha, lungo l’autostrada M 4 a sud di Idlib. La M 4 è l’arteria che corre lungo il confine con la Turchia dal porto di Latakia sul Mediterraneo fino all’Iraq. Dei tre milioni di persone stipate a Idlib circa la metà viene da zone del Paese riconquistate dal regime di Assad.

La Turchia ora cerca di far dimenticare il suo passato di comodo Paese di transito per i jihadisti diretti in Siria. A Bursa è stato arrestato un operaio di 50 anni. Si chiamerebbe Abu Zaki al Shami, probabilmente un nome di battaglia. E’ accusato di essere il boia dell’Isis apparso in un filmato nel quale uccideva un civile con un colpo di pistola alla nuca. Ankara sostiene di aver rimpatriato nei Paesi di origine da ottobre 229 persone fra combattenti e loro familiari. Tra questi 75 sarebbero cittadini europei.