Andrea Cangini
ROMA
NEL 1989, un mese prima del crollo del Muro l’allora vicepremier socialista Claudio Martelli si trova a Berlino. Durante una cena, il generale americano responsabile del Checkpoint Charlie gli fa uno strano discorso. «Disse — ricorda oggi l’ex delfino di Craxi -— che Gorbaciov meritava il Nobel per la pace non solo perché aveva liberato gli Stati Uniti dal pericolo comunista, ma anche perché li aveva affrancati dall’obbligo di tenersi degli alleati che non gli piacevano». A caldo, Martelli pensò si riferisse al dittatore filippino Marcos. «Col senno del poi capii che ce l’aveva con noi». Per le note ragioni: la politica filoaraba che accomunava Craxi ad Andreotti, l’impuntatura del premier socialista a Sigonella, il suo rifiuto di fornire agli americani le basi per bombardare Tripoli (e la relativa spiata che consentì a Gheddafi di salvarsi la vita), la sua contrarietà all’invasione britannica delle Falkland...

MA, OSSERVA l’ex ministro craxiano Rino Formica, «il punto è che gli americani avevano capito che il sistema politico italiano sarebbe imploso, e fecero il possibile per governare il ricambio intervenendo direttamente anche sui processi». Ad esempio, secondo Martelli (che da ministro della Giustizia diede forza politica all’impeto di Falcone contro la mafia) «il secondo Buscetta, quello che nell’autunno del ’92 dopo la morte di Falcone tirò in ballo Andreotti, fu quantomeno autorizzato dagli americani dell’Fbi a far fuori un alleato mai sopportato ed ormai inutilizzabile». Quanto a Mani pulite, Francesco Cossiga ha sempre detto che ci fu lo zampino dei servizi segreti americani. Disse anche che, mentre le crepe della Prima Repubblica s’allargavano, l’Fbi gli impedì di affidare a Craxi l’incarico di formare un nuovo governo. «Cossiga — ricorda Formica — aveva eccellenti rapporti con gli americani e infatti dal ’90 non faceva altro che metterci in guardia: vi arresteranno tutti, attenti...».
Ma era troppo tardi. La Prima repubblica aveva ormai esaurito il proprio ciclo politico e tutti quelli che nell’ombra ne avevano guidato i passi si stavano riconvertendo.

I NEMICI d’un tempo divennero gli alleati del futuro. La guerra in Serbia cara agli Stati Uniti la fece infatti D’Alema, messo al governo da Cossiga. E, sottolinea Martelli, «anche se nessuno lo ricorda, l’unico politico presente sul Britannia, lo yacht della regina d’Inghilterra dove nel giugno ’92 gli affaristi anglosassoni si spartirono il patrimonio pubblico italiano, fu Achille Occhetto». Da allora, gli fa eco Formica, «la linea del totale smantellamento dell’economia pubblica, da destra ha permeato la sinistra; che oggi solidarizza con i minatori del Sulcis senza però rinunciare a difendere la liberalizzazione dei mercati».
Ma torniamo ai primi anni Novanta. Secondo Martelli «è evidente che la protezione americana nei confronti degli uomini di governo italiani venne meno, ed è a dir poco probabile che vi furono anche passaggi di documenti e di informazioni». Già allora, dice Formica, «ci era chiaro che Antonio Di Pietro fosse legato agli apparati di sicurezza italiani». E, rilancia Martelli, «è noto che i servizi italiani fossero tributari di quelli americani».

FORMICA ricorda uno scoppiettante faccia a faccia televisivo tra Francesco Cossiga e un altro noto pubblico ministero del pool di Mani pulite, Gherardo Colombo: «Erano su Sky, Cossiga gli disse che era a conoscenza del fatto che fosse della Cia, e Colombo sorridendo gli rispose che magari ne avrebbero parlato a cena». Chiosa l’ex craxiano: «Io se uno mi dice che sono della Cia lo querelo, se Colombo l’ha invitato a cena mi viene quantomeno il sospetto che Cossiga avesse ragione».