Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Ansa)
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Ansa)

Roma, 3 maggio 2018 - Nelle prossime ore, Mattarella dovrà decidere se tentare la carta del governo di tregua o rassegnarsi a nuove elezioni in autunno. Un esito che il capo dello Stato, assai preoccupato per la situazione economica del Paese, vede come il fumo negli occhi: l’impossibilità di fare una manovra economica – per lo scioglimento delle Camere – porterebbe all’esercizio provvisorio con il conseguente aumento dell’Iva, che avrebbe un effetto depressivo sui consumi, e di conseguenza sulla produzione e sull’occupazione. E’ chiaro che il Quirinale registra con una certo turbamento le folate d’aria fredda che stanno gelando l’uno dopo l’altro qualsiasi accenno di dialogo tra partiti: dopo l’addio al governo grillo-leghista, stasera verrà messa la pietra tombale sull’ipotesi di accordo tra grillini e democratici. Per la verità il de profundis l’aveva intonato Renzi domenica, ma sarà la direzione del Pd ad officiare la cerimonia. Ragion per cui è probabile che Mattarella avvierà, forse già venerdì, un nuovo giro di consultazioni per verificare l’esistenza di una maggioranza, che al momento non c’è, attorno a cui far nascere un esecutivo che arrivi almeno fino a dicembre, in modo da varare la finanziaria: essendo sostanzialmente un governo istituzionale, per l’identikit dei premier il pensiero corre ai presidenti delle Camere o a figure comunque di garanzia.

Di Maio contro tutti: "Al voto, no ammucchiate"

Che sia complicato, il capo dello Stato lo sa bene tanto che non esclude neppure di far sentire la sua voce domani, lanciando un appello ai partiti a mettere da parte veti e personalismi per il bene dell’Italia. Chi lo conosce, racconta che è pronto a valutare fino all’ultimo se esistono i margini per la nascita di un governo politico. Continua a rimbalzare nei palazzi la voce di un esecutivo guidato dal leghista Giorgetti e appoggiato dal centrodestra e da un parte del Pd, ma che non potrà vedere la luce – a sentire chi frequenta il Quirinale – se non avrà numeri certi. Sì, perché si continuano ad escludere incarichi al buio e governi di minoranza che vanno cioè a raccattare voti in aula con il rischio di essere impallinati. Né sul Colle appaiono percorribili gli schemi franati nelle due esplorazioni, quella della Casellati prima e di Fico poi: che senso avrebbe dare a questo punto un pre incarico a Salvini, nel momento in cui lui continua a dire che si muove nello stesso perimetro nel quale è franata la presidente del Senato? E che senso avrebbe un pre incarico a Di Maio adesso che nei due forni – quello del Pd e della Lega – non è riuscito a cuocere neanche un panino? D’altra parte, appare una strada sbarrata anche quella di modificare in fretta la legge elettorale per tornare a votare. Il Parlamento ha impiegato mesi per varare il Rosatellum: impossibile pensare che si possa far presto ora, in assenza peraltro delle commissioni che permettono alle Camere di lavorare. Insomma: la situazione è complicata. Addirittura, siamo al limte della crisi istituzionale, per qualcuno.