Matteo Renzi in una foto d'archivio (Ansa)
Matteo Renzi in una foto d'archivio (Ansa)

Roma, 5 marzo 2018 - "Si decide a dati definitivi, ma se saranno confermati quelli attuali penso che prenderemo una decisione conseguente". Il linguaggio è forbito, diplomatico, l’amarezza è enorme, ma il big del Pd che chiede di parlare sotto rigida richiesta di anonimato fa capire quello che sta per succedere dentro al Pd: una vera Apocalisse. Matteo Renzi è a un passo da quelle dimissioni che potrebbe formalizzare già oggi con una conferenza stampa straordinaria davanti alle telecamere e ai taccuini di mezzo mondo. Le parole che arrivano dal suo inner circle sono appena poco distanti dal passo definitivo: "Il giudizio del Pd, di tutto il Pd, è che si è perso e che, con questi numeri, è difficile andare avanti. In ogni caso, aspettiamo di leggere tutti i dati. Per le decisioni c’è tempo fino a domani (oggi, ndr)".

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La decisione finale, dunque, quella definitiva è rimandata a oggi. Ma il passo che separa Matteo Renzi dall’abbandonare, dopo aver lasciato palazzo Chigi alla fine del 2016, anche la segreteria del Pd è lì, vicino, vicinissimo. Il suo sfogo, mentre rientrava nella tarda serata di ieri da Firenze al Nazareno, era stato battagliero: "Se questi sono i risultati noi siamo stati chiaramente sconfitti. E l’onore di provare a dare un governo al Paese deve prenderselo chi ora canta vittoria. Noi andremo all’opposizione, punto. Un governo con 5Stelle e Leu? Manco morto lo faccio". E con un amico sbotta: "Hanno cercato di ammazzarmi in tutti i modi, non solo dentro il Pd, e forse ci sono riusciti".

La differenza, appunto, la fa una linea rossa che rischia di diventare rosso sangue: il risultato del Pd crolla sotto il 20%. Renzi è pronto al gesto estremo, le dimissioni immediate. Magari per convocare un congresso straordinario a stretto giro e, forse, rivincerlo, ma comunque presentandosi davanti ad esso da segretario dimissionario. Troppa la distanza con il 40% delle Europee del 2014 e con il 40% della sconfitta al referendum del 2016. La minoranza, del resto, già chiede la testa del segretario e alza l’asticella. Avverte Gianni Cuperlo: "Sotto il 22% non reggiamo". E Andrea Orlando già pregusta la ‘vendetta, tremenda vendetta’ dopo la decimazione dei suoi subita.

Lo stesso Renzi, ben prima che compaiano exit poll e proiezioni, sa che quei numeri arriveranno come una gragnuola, un uppercut al volto, per lui e per il suo partito. E a poco basterà consolarsi con il 44% preso a Firenze o con la vittoria strappata da Casini a Bologna, o, ancora, col pessimo risultato di Leu, inchiodato al 3,5% dei voti. Più ci si inoltra nella notte e più il quadro si fa drammatico. Gli exit poll della Rai, gestiti dal consorzio Opinio, prima danno respiro, fissando il risultato del Pd tra il 20% e il 23%, poi le proiezioni cambiano le carte in tavola: il Pd è al 19,6%, poi 19,1%, in ogni caso sotto la linea del Piave del 20%. Con le proiezioni Swg per La 7, la doccia non è fredda, ma una sauna gelata finlandese: il Pd è dato al 18,7% e, pur con tutti gli alleati, a stento arriva al 22,6%. mentre per la Rai la coalizione di centrosinistra va solo poco meglio: è al 22,9%. In ogni caso molto al di sotto della percentuale presa dal solo Pd di Bersani nel 2013 (25,4%).

La rotta, dunque. Una sconfitta pesante che diventa peggio della Beresina per Napoleone: l’inizio della fine, appunto. Al Nazareno, dai piani alti, non scende nessuno, e per tutta la notte, neppure per dire una parola una alle oltre 300 testate di tv e giornali assiepati in sala stampa. Ma intanto, le prime dichiarazioni dei colonnelli renziani rilasciate alle tv già suonano come campane a morto. "Non faremo alleanze né saremo le stampelle di forze avversarie con cui ci siamo battuti in campagna elettorale", dice Gennaro Migliore, renziano pasdaran .

"Il Pd passerà all’opposizione" annuncia Ettore Rosato che veste i panni dell’agnello sacrificale, di poco in anticipo su Pasqua. Seduto da Vespa, a Porta a Porta , è stato spedito a fare la parte del San Sebastiano trafitto dalle frecce.Una magra opposizione, con gruppi parlamentari ridotti all’osso, anche se i voti della lista Bonino, +Europa, non arrivando al 3%, rimpingueranno seppur di poco quelli dem. Tra i dem si inizia a prendere confidenza con le dimensioni di una "disfatta epocale". "E’ andata peggio di quanto ci aspettavamo" sospira, sconsolato, un big del Pd. E Renzi? Prepara le dimissioni, appunto, e medita una rivincita ma chissà quando e chissà dove. Magari in un nuovo partito, un En marche! all’italiana, per il 2019.