Profughi afghani cercano rifugio in Pakistan (Ansa)
Profughi afghani cercano rifugio in Pakistan (Ansa)

C’è una cosa peggiore che perdere la guerra, ed è perdere la pace. Ammesso che di pace possa trattarsi. Evento già verificatosi più volte in passato (vedi il Trattato di Versailles del 1919 che per mettere fine a una guerra ne pose le premesse per un’altra) e scenario che va profilandosi adesso in Afghanistan, dove le potenze occidentali (ma si può ancora chiamarle "potenze"?) hanno subito una delle più clamorose disfatte militar/diplomatiche degli ultimi decenni, e dove rischiano, almeno quelle europee, di vedersi investire dal secondo tempo del post-crisi, ossia un’ondata di profughi maledettamente difficile da gestire: respingerli non si può, accoglierli è impossibile.

Alla vigilia delle elezioni tedesche, all’antivigilia di quella francesi e forse italiane, nel bel mezzo di un post-pandemia che ha reso le economie dell’area euro più deboli e le opinioni pubbliche sfibrate da due anni di contorcimenti, i maggiori governi della Ue non hanno la forza di affrontare un’ulteriore prova di tenuta come potrebbe essere una nuova crisi migratoria sul modello di quella verificatasi nel 2015 con il milione di siriani che bussarono alle porte della Germania. Ecco il motivo per cui Draghi ha interrotto il suo silenzio vacanziero per interpellare l’intervento della Ue, la Merkel ha tentato di sviare spiegando che "occorre aiutare i paesi confinanti ad accogliere i profughi" e più in generale i leader dell’Unione europea si rifugiano per il momento dietro a un silenzio che più che imbarazzo trasuda di preoccupazione. Di non essere in grado e di non essere all’altezza. 

Al di là delle belle parole e delle dichiarazioni di facciata, la gestione del prossimo dossier profughi-afghani metterà infatti in gioco skill che l’Unione europea semplicemente non ha, perché sui migranti e sulla politica estera non c’è un’idea comune. Un conto è frugarsi in tasca a tirar fuori risorse (vedi Pnrr), un altro offrire una risposta d’insieme alle offensive diplomatiche (e non solo diplomatiche) di Russia, Cina e Turchia che già si intravedono dietro al caso-migranti afghani e in ogni caso far fronte alle rispettive opinioni pubbliche. Già poco dopo aver accolto i siriani, la Merkel ebbe modo di pentirsi e il successivo "migration paket" (approvato anche dai socialisti) chiuse i confini improvvidamente aperti. Poi ci sono stati i casi di Ceuta e Melilla in cui sempre un socialista, Pedro Sanchez, non si fece scrupolo a sbarrare la strada a qualche migliaio di immigrati africani.

Senza scordarsi dell’Italia, in cui il tema migranti ha lasciato morti e feriti (politicamente) a sinistra e a destra. Figurarsi che cosa potrebbe accadere con la fiumana umana in arrivo (forse) dall’Afghanistan. Ma è dalla gestione positiva di dossier  di questo genere che passa il futuro dell'Unione. I profughi afghani, se arriveranno, sono l'esame di maturità della Ue

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