Chloé Zhao trionfa con Nomadland
Chloé Zhao trionfa con Nomadland

Los Angeles, 26 aprile 2021 - L'Oscar 2021 al film e alla regia è donna, è cinese, è "Nomadland", è Chloé Zhao, 39 anni: "Fin da bambina mio padre mi ha insegnato che le persone alla nascita sono intrinsecamente buone. Questo Oscar è per tutti quelli che hanno la fede e il coraggio di mantenere la bontà che c'è dentro di noi".

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Vestita di rosa/beige pallido, abito lungo e scarpe da ginnastica bianche, treccine da ragazzina, apparecchio ai denti, Chloé con "Nomadland", che si porta casa anche l'Oscar alla migliore attrice protagonista Frances McDormand, sono la grande rivoluzione di questa nottata, che è iniziata, comunque, nel segno della sorpresa e dell'emozione e che si è conclusa con il trionfo di tre attori ultrasessantenni su quattro. Nata a Pechino e trasferitasi a 15 anni a Londra poi negli Stati Uniti per studiare cinema, Chloé è la seconda donna dopo Kathryn Bigelow e la prima di origine asiatica a vincere la statuetta per la regia. Miglior attore (per la seconda volta, dopo il riconoscimento del '92 per il suo Hannibal del "Silenzio degli innocenti") Anthony Hopkins, forse a causa degli 83 anni presente al galà solo in foto (neanche in collegamento), comunque oggettivamente superlativo in "The Father", l'opera del francese Florian Zeller che racconta la discesa nella demenza senile trasformandola in un perfetto, implacabile, orrorifico thriller da camera. Resta però la delusione del mancato trionfo postumo di Chadwick Boseman, scomparso ad agosto a soli 44 anni, ex supereroe Marvel e dato fino all'ultimo per favorito per il suo monologo-choc, tutto dolore e orgoglio nero, di "Ma Rainey's Black Bottom".  Il bilancio multirazziale e femminil-inclusivo è comunque positivo: due importanti Oscar asiatici (Zhao e attrice non protagonista), due importanti Oscar alle cineaste donne (Zhao e la regista/sceneggiatrice Fennel), due Oscar importanti al primo film prodotto da un team nero che abbia ambito alla massima statuetta, ovvero "Judas and the Black Messiah", che ha visto premiati la canzone di H.E.R. e soprattutto l'attore non protagonista - ma lanciatissimo - Daniel Kaluuya.

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Come ha sottolineato la Zhao, la vittoria di "Nomadland" (peraltro un Oscar ancora una volta anticipato dal Leone d'Oro di Venezia) è la vittoria della gentilezza, della bontà. Della capacità di sperare contro ogni speranza, pure nella Grande Depressione che attanaglia l'attualità sociale, dagli Stati Uniti a noi: grazie alle voragini di dolore incastonate nel rigore roccioso eppure trasparente del volto di Frances McDormand, "Nomadland"  racconta l’America che lavora a termine da Amazon per poi vivere dentro a miseri furgoni spostandosi tra le piccole città e la sterminata natura. Una “comunità” di derelitti ma persone più che normali, anziane, curiose, colte, soltanto distrutte dalla crisi economica, che si rivelano - appunto - tutte buone, generosissime, che vivono non di soldi ma di sentimenti: la scena clou è la McDormand che in una specie di deserto di rifiuti continua a coltivare la ricchezza interiore e l’empatia recitando Shakespeare a un ragazzo mezzo rovinato: il Sonetto 18, "Dovrei paragonarti a un giorno d’estate?", rievocando da vedova i voti matrimoniali. A 63 anni Frances ha ritirato il suo terzo Oscar da migliore attrice (il primo nel '97 per "Fargo", il secondo nel 2018 per "Tre manifesti a Ebbing"), e il primo da produttrice, con la serena disinvoltura dei capelli grigi spettinati e l'invito, con tanto di ululato da lupo già diventato meme virale, ad andare a vedere il film il prima possibile "su un grande schermo".  

Poi le sorprese. Numero uno: non c'è il red carpet davanti al Dolby Theatre: c'è un set per foto e tv allestito a distanza. Numero due: al Dolby niente platea, ma poltroncine e tavolini con tanto di abat-jour con, sulla stoffa, la riproduzione di tanti Oscar, per i pochi presenti superstar. Sorpresa (ma non troppo) numero tre: l'Italia resta a mani vuote: nulla di fatto né per "Pinocchio" né per Laura Pausini, la cui ballata romantica "Io sì" è stata battuta dalla potenza  contemporanea, nel nome del Black Lives Matter, dell'inno di "Judas and the Black Messiah"  cantato da H.E.R., "Fight for You". Il classico momento "in memoriam" ha comunque ricordato i nostri grandi scomparsi  nei mesi scorsi: Ennio Morricone, il maestro della fotografia Giuseppe Rotunno e il produttore ("Salò", "Ultimo tango a Parigi") Alberto Grimaldi. E c'è un tocco italiano in due film trionfatori; le bellissime musiche di "Nomadland" e di "The Father" sono di Ludovico Einaudi.

A Laura Dern il compito di premiare il miglior film straniero: lo fa citando Giulietta Masina, e l'amore che provò per lei quando vide "La strada". Ovviamente la statuetta finisce nelle mani del danese Thomas Vinterberg, che con "Un altro giro" ha già vinto tantissimi premi. Fa impressione vedere salire su quel palco uno degli ex giovani cineasti duri puri e rivoluzionari fondatori del famoso Dogma di Lars von Trier, ma l'emozione ha il sopravvento quando Vinterberg, 51 anni, dedica la vittoria con questo film "nato per celebrare la vita" (oddìo, è comunque un film in cui tutti si ubriacano  compulsivamente, riempiendola la vita di alcol ma svuotandola di senso), ebbene dedica  la vittoria alla figlia Ida, morta a 19 anni all'inizio delle riprese. Piange, Vinterberg, e dice "è un miracolo che hai compiuto tu, Ida". Va ricordato che il suo film si apre con una citazione di Kierkegaard: "La giovinezza? Un sogno. Il contenuto del sogno? L'amore". 

L'emozione cresce quando sale sul palco per ritirare l'Oscar come migliore attore non protagonista Daniel Kaluuya, 32 anni, che interpreta in "Judas and the Black Messiah" il leader delle Black Panthers Fred Hampton, ucciso a tradimento a soli 21 anni a Chicago, dopo aver animato il movimento tra il  '67 e il '69. Kaluuya ringrazia Dio, la mamma ma soprattutto Hampton: "Siamo stati benedetti dalla tua presenza, sei stato solo 21 anni su questa terra, ma sono bastati per mostrarci con le Pantere Nere  come amare e quale è il potere dell'unità". Neri anche gli Oscar per trucco e migliori costumi: "Abbiamo rotto il soffitto di cristallo", dice Ann Roth di "Ma Rainey's Black Bottom", il film che "ruba" il  sogno alle due candidature italiane del "Pinocchio" di Garrone. Nero a metà (nero il protagonista, un jazzista un po' troppo distratto ma dolcissimo, bianco il regista), l'Oscar al cartoon: "Soul" di Pete Docter (terza statuetta per lui, dopo quelle a "Up" e "Inside Out"), Disney. A "Soul" pure la statuetta della migliore colonna sonora, firmata Trent Reznor (Nine Inch Nails, esatto!), Atticus Ross and Jon Batiste. 

Migliore attrice non protagonista, la migliore delle 5 candidate, dalla deliziosa Amanda Seyfried di "Mank" alla veterana Glenn Close (in nomination ma anche molto criticata per questo suo ruolo) di "Elegia americana", alla sempre straordinaria Olivia Colman di "The Father": vince la sudcoreana 73enne Yoon Yeo-jeong, nonna fuori di testa, insopportabile, scorretta eppure portatrice di amore di magia in "Minari". A premiarla è Brad Pitt (peraltro produttore del film) e lei sul palco scherza con classe: "Signor Pitt, è un onore conoscerla. Peccato che il mio nome venga pronunciato in tanti modi diversi, ma è comprensibile, vengo da un paese così lontano... L'Oscar? Lo meritavano tutte le attrici, tra noi non è possibile una competizione", e omaggia la Close (che nel corso della serata si esibirà pure in una sorta di "twerking"). "E' toccato a me grazie all'ospitalità americana, e a un po' di fortuna". 

Dopo quello alla "Strada", un altro omaggio a Federico arriva da Nicolas Becker, per l'Oscar al suono (protagonista invisibile e pervasivo, percepito distorto nel dramma della perdita dell'udito)  di "Sound of Metal": "Fellini ha detto una volta che quello che rimane nel cinema è la vitalità umana e chi ne gode riesce a ricavarne una carica di energia", dice Becker, A "Sound of Metal" anche l'Oscar per il miglior montaggio.

Ad aprire la cerimonia, Regina King, che ha appena debuttato da regista con "Quella notte a Miami..." (3 nomination). Il primo premio della serata era andato all'inglese Emerald Fennell per la sceneggiatura originale di "Una donna promettente", la pellicola tra dramma e commedia in cui la protagonista Carey Mulligan veste i panni di dolente "angelo vendicatore" delle ragazze stuprate al college da ubriache. Meritatissimo l'Oscar al drammaturgo (e regista esordiente) francese Florian Zeller per la sceneggiatura non originale di "The Father". Come meritatissimo, se non inevitabile, l'Oscar agli effetti visivi di "Tenet".  Gli Oscar alla fotografia e alla scenografia vanno a "Mank". Per il film anti-Orson Welles di David Fincher si può ben parlare di trionfo Mank-ato: era l'opera che alla vigilia aveva ottenuto il maggior numero di nomination, 10.

Laura Pausini era stata la star della nuova tranche di show, "Into the Spotlight", che ha preceduto la diretta della cerimonia. Prima dell'1.00 aveva fatto il suo ingresso sul piccolo schermo, in diretta mondiale. Stava per partire l'esibizione registrata sul  tetto del nuovo Museo del Cinema dell'Academy a Los Angeles della sua "Io sì" e lei si era mostrata nel "set" tv allestito a Union Station fasciata in un sontuoso abito nero, accompagnata dalla compositrice, veterana degli Academy Awards, Diane Warren. Poi la performance, con Laura in un tailleur d'oro (in sostanza vestita come un Oscar, al pari dell'attore Leslie Odom jr), inquadrata sulle luci del tramonto, che intonava la canzone che chiude il film di Edoardo Ponti, con Sofia Loren, "La vita davanti a sé", inframezzando la versione italiana con qualche frase in inglese. Durante il collegamento con Sky (che ha mandato in diretta in Italia la cerimonia) aveva rivelato: "Tengo con me, nascosta nell'abito, una bacchetta magica. La porto sempre, da quando sono stata candidata al Grammy nel 2006". 

Per i look mozzafiato le prime a farsi notare  erano state Andra Day, candidata come attrice protagonista del film che racconta la persecuzione di Billie Holiday e ne fa un'eroina dei diritti civili e simbolo Lgbt, con un abito dorato con spacco abissale e gamba nuda, e Amanda Seyfried: il suo abito rosso brilla di una scollatura abissale. Ancora: Zendaya scollatissima e supersexy in giallo canarino e Laura Dern esagerata con un'enorme gonna di piume di struzzo. Molti colori sgargianti, molti lustrini. Anche Hollywood ha voglia di sperare. Ovviamente a modo suo.
   

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