Franco Battiato (Ansa)
Franco Battiato (Ansa)

Roma, 18 maggio 2021 - Alle 8.18 arriva la notizia in agenzia. Alle 8.33 il primo messaggio sul telefono: è morto Battiato. Alle 10.15 online si è già letto tutto di lui, e il contrario di tutto. Era un maestro ma non voleva essere chiamato maestro, diceva che alcune sue canzoni erano delle stupidate (“Sentimiento nuevo“), venuto dalla musica colta era stato un genio del pop ma quando si era buttato nelle fumisterie filosofico orientaleggianti era già finito, o quasi.

Omosessuale? Macché: aveva avuto una lunga relazione con una signora già impegnata e l’aveva tenuta nascosta, poi c’era stata la famosa ragazza degli yogurt: lui era uscito di casa, aveva fatto la spesa, aveva comprato tre yogurt e li aveva messi in frigo, poi era andato a fare la doccia, e al ritorno in cucina dei tre yogurt non ne era rimasto nessuno, neanche uno solo per lui, la ragazza li aveva mangiati tutti e tre ed era stata così – che egoista – liquidata.

Le reazioni: "Caro Maestro, come faremo senza di te?"

Alle 10.41 Battiato è già una pratica archiviata dai giornali online, fra dettagli biografici e riferimenti musical/cinema/pittorici /letterari altisonanti accuratamente copiati da wikipedia e gossip sparsi raccattati da interviste qua e là, la lacca sui capelli per evitare che glieli tagliassero alla visita di leva, l'idiosincrasia per il servizio militare, per assecondare i gusti di moda, per assicurarsi il successo, lo scazzo con Dario Fo: “lui mi disse: i tuoi testi non mi piacciono, io gli risposi a me che me ne frega. Non mi dette fastidio la critica, mi dette fastidio l’arroganza“.

Povero Franco, povera patria. Ridotto in tutta velocità a un elenco di dati, nozioni, battute a effetto. Sommerso dal pomposo cordoglio istituzionale. Seguiranno i Tg con brani di canzoni, gli applausi dei varietà e la “standing ovation“ di un pubblico che neanche c’è.

Verrebbe da dire che non se lo merita, lui: uno che ha fatto della lentezza, della meditazione, della lontananza da ogni luogo comune la sua disciplina artistica, oltreché di vita. Lui che non sopportava i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese, anche la nera africana.

Cercava un centro di gravità permanente, negli anni Ottanta, e il bello è che con lui un’intera generazione – probabilmente la stessa che adesso lo sta velocissimamente seppellendo sui social tra un cuoricino e un RIP – ha imparato a cercarlo, ha iniziato a chiedersi dove, come, perché, se trovarlo.

Battiato per tantissimi è stato una porta, una chiave: ha usato la leggerezza del pop con ironico citazionismo postmoderno e, massima sintesi artistica di quegli anni, l’ha puntellata di interrogativi, curiosità, semi di cultura da far crescere dentro l'ascoltatore (il giovane ascoltatore) che avesse avuto voglia di farsi terra fertile per i suoi fili d’erba, i suoi fiori, i suoi alberi.

Ha piantato dentro i miei polmoni l’enfisema, ad esempio, perché lui cantava “mi dia un pacchetto di camel senza filtro e una minerva“ (“Venezia-Instanbul“) e io iniziai a fumare, iniziando a fumare le camel senza filtro, nell’80, a 14 anni, perché lo cantava lui, aggiungendo: l’etica è una vittima incosciente della storia...

Ha piantato dentro i ragazzini la possibilità di conoscere l’amore per Fleur Jaeggy, per Gurdjieff e i sufi, per la grazia innaturale di Nijinsky, per mondi lontanissimi, traiettorie impercettibili, camminate di aquile, Ruby Tuesday e minima e moralia, Bruno Lauzi e Stockhausen e occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero; la possibilità di conoscere lo struggimento del desiderio di un’estate su una spiaggia solitaria, “e l’aria delle cose diventava irreale“, il desiderio di  naufragare via, via da queste sponde, portami lontano sulle onde. 

Battiato è stato una porta, è stato una chiave: per commuoversi persino più a fondo nei film di Nanni Moretti, per dare parole – un leggero ma indimenticabile profondissimo perché –  agli amori che finiscono (la stagione dell'amore viene e va, i sentimenti non invecchiano quasi mai, con l'età) o a quelli che nascono (ti vengo a cercare perché ho bisogno della tua presenza; ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza). Alla consapevolezza che ciò che sogniamo, lo sogniamo già marchiato dalla nostalgia che poi ci mancherà, sempre che sia possibile raggiungerlo.

Alla consapevolezza che il tempo di una vita vale più di quello racchiuso in un tocco sul telefono, in un clic sul computer. Alla consapevolezza che bisogna impegnarsi a farsi terra fertile, perché semi di cultura, di pensiero, di bellezza possono posarsi su di noi. Basta anche solo una canzone. Una sua canzone. Alla consapevolezza che è difficile, molto difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire. Ma bisogna sempre provarci.