Kobe Bryant, è morto a 41 anni in un incidente in elicottero (Ansa)
Kobe Bryant, è morto a 41 anni in un incidente in elicottero (Ansa)

Roma, 25 gennaio 2021 - "Non ci sarà mai un altro Kobe Bryant". Con questa frase Earvin Johnson Jr, per tutti semplicemente 'Magic', salutò il ritiro dalla Nba di Kobe Bean Bryant. Erano passati pochi giorni dal 13 aprile 2016. Kobe aveva appena chiuso la sua carriera da hall of famer piazzando 60 punti nell'ultima partita in maglia Los Angeles Lakers, vinta contro gli Utah Jazz al termine di una clamorosa rimonta. Quella frase torna di stretta attualità in questi giorni di commovente attesa del primo anniversario della sua morte. Un anno fa, in quel 26 gennaio 2020, un elicottero Sikorsky con a bordo nove persone andò a schiantarsi sulle colline di Calabasas, in California. Insieme a Kobe e alla figlia Gianna persero la vita John Altobelli, Keri Altobelli, Alyssa Altobelli, Christina Mauser, Payton Chester, Sarah Chester e Ara Zobayan. Uno schianto e nove persone che muoiono all'improvviso, sul colpo, senza un perché, vittime del destino. Fra questi c'è la leggenda Kobe, un uomo che nell'immaginario comune non può lasciarci così. Perché le leggende sono più forti di tutto, anche della nebbia che ha portato quell'elicottero verso quello schianto fatale.

Da quel 26 gennaio gli Stati Uniti del basket si sono fermati. Di fatto da un anno esiste una Nba del prima e del dopo la morte di Bryant. Il Covid ha ribaltato anche il modo di concepire, organizzare e proporre lo spettacolo della pallacanestro più bella del mondo, in un drammatico intreccio temporale con l'assenza del 'Black Mamba'. C'è chi come Tyronn Lue, compagno di squadra di Kobe ai Lakers e attuale coach dei Los Angeles Clippers, ha deciso di togliere tutte le foto-ricordo. Via tutto, da casa e dall'ufficio. Troppo il dolore sotterrato nell'anima per riviverlo giorno dopo giorno in una fotografia appoggiata sulla scrivania. LeBron James e Anthony Davis, gli uomini franchigia dei Lakers del titolo 2020, hanno buttato giù l'armatura e evitato frasi di circostanza nelle ultime interviste, ammettendo che non riescono ancora a parlare della morte di Kobe.

Ci sta invece riuscendo la moglie Vanessa, dimostrandosi padrona di una smisurata forza e di uno smisurato amore per il marito e per la piccola 'Gigi', volata in cielo a 13 anni. Su Instagram basta scorrere gli scatti collezionati in questi mesi per commuoversi. I ricordi del Kobe giocatore, del Kobe padre, del Kobe imprenditore affiorano tra le fotografie e i video condivisi da una donna che per tanti anni ha saputo accettare e accompagnare l'ossessione del Bryant sportivo, dell'uomo che non concepiva l'idea di perdere tempo. La 'Mamba Mentality' è il lascito di cui parlano tutti gli allievi di Kobe, attuali protagonisti della Nba.

Nell'ultima intervista prima della morte, Bryant parlò con Mark Medina, giornalista di Usa Today. Una chiacchierata di 45 minuti nella quale fu toccato marginalmente l'argomento basket 'giocato'. Non era il momento di rivivere i cinque titoli, le diciotto apparizioni all'All Star Game, i 33.643 punti realizzati in 1.346 partite. Era il tempo di parlare del Kobe Bryant post Nba, dell'uomo finalmente un po' più libero dalla 'Mamba Mentality', dall'ossessione di essere il migliore di tutti. "Sono eccitato dalla prospettiva di continuare a godermi la mia routine quotidiana senza basket - disse Bryant - e di essere in controllo della mia vita. Dedico tempo alla mia famiglia finalmente". Nove giorni dopo quell'intervista lo schianto che ci ha resi tutti più poveri, uno schianto che ha spento una piccola fiammella dentro tutti gli uomini e le donne cha amano la pallacanestro.

Nessuno può farsi una ragione della morte di Kobe Bryant, "la cosa più vicina a Michael Jordan", altra verità uscita dalla bocca di Magic Johnson. Possiamo solo ricordarlo e, in attesa del documentario sull'ultima stagione vissuta in Nba, fare finta che sia ancora con noi, pronto magari a tornare in Italia, il paese che lo ha cresciuto fino a 13 anni. A Reggio Emilia, città simbolo insieme a Pistoia, Rieti e Reggio Calabria del Kobe italiano, hanno deciso di dedicare a lui e alla figlia Gianna una piazza che sarà inaugurata proprio il 26 gennaio. Un gesto simbolo per riaffermare una certezza: non ci sarà mai più un altro Kobe Bryant.