Il Cairo, 15 febbraio 2020. Il primo caso di coronavirus ufficialmente diagnosticato in Africa potrebbe essere l'inizio di un domino incontrollabile. Per ora si sa poco della persona che ha contratto il morbo. Le autorità hanno parlato di uno straniero di cui non hanno voluto specificare la nazionalità. In ogni caso è probabile che abbia viaggiato all'interno del Paese e che quindi chi è venuto in contatto con lui (o lei) sia potenzialmente esposto al contagio. L'Organizzazione mondiale per la sanità ha già espresso la sua profonda preoccupazione per la piega che stanno prendendo gli eventi. "Il coronavirus – ha detto Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms - potrebbe portare il caos in Paesi con sistemi sanitari deboli come quelli africani". Come se non bastasse, c'è anche da fare i conti con “la grave carenza di strumenti ed equipaggiamenti per la protezione personale, che sta mettendo a rischio gli operatori sanitari impegnati in prima linea contro il virus".

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Oltre al paziente in Egitto, diverse persone - per ora solo sospettate di aver contratto il 2019-nCoV - sono state messe in quarantena anche in Etiopia, Kenya, Costa d'Avorio e Botswana. Tutti Paesi, a parte l'ultimo, inseriti nella lista prioritaria stilata dall'Oms degli Stati africani su cui intervenire immediatamente a causa dei forti rapporti commerciali con la Cina. “Sappiamo tutti – ha fatto notare Michel Yao, direttore regionale dell'agenzia Onu che si occupa della salute a livello globale - quanto fragili siano i sistemi sanitari in Africa, che già sono al limite del collasso a causa di altre epidemie. Sarà decisivo individuare immediatamente il coronavirus, per evitare che si diffonda in comunità dove potrebbe proliferare senza controllo”.

I Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno già istituito una task force speciale che si occuperà del 2019-nCov. Il Cdc sta lavorando assieme all'Oms per garantire i necessari controlli nei punti di accesso dei Paesi a rischio. La fondazione di Melinda e Bill Gates, il papà di Microsoft, ha già donato 25 milioni di dollari per aiutare le nazioni più in difficoltà. Quasi tutti gli Stati africani in ogni caso - anche quelli dove la situazione politica è, per usare un eufemismo, turbolenta – sono dotati di strutture di isolamento, costruite quando c'era da contenere l'emergenza ebola. Ma solo sei, al momento, sono in grado di eseguire i test necessari per capire se una persona sia stata o meno infettata. Questo significa che i campioni raccolti nei Paesi dove i laboratori non sono attrezzati devono essere spediti là dove possono essere analizzati correttamente