Lega e 5 Stelle sono gli unici due movimenti politici che hanno i numeri in Parlamento e la volontà politica di fare un governo. Mattarella lo sa e sta aspettando. Un nome, su tutti: quello del presidente del Consiglio. Quello di chi, tra le altre cose, dovrà rappresentare l’Italia e vedersela con Merkel e Macron. Bene che abbia la carta d’identità all’altezza se dovrà dire alla prima di farsi i conti suoi, al secondo di scordarsi la Tav e ai mercati che tutto va bene in nome del popolo sovrano. Insomma, se dovrà difendere misure che, se restano come annunciate, hanno gia suscitato inquietudini e perplessità. Il contratto firmato da Di Maio e Salvini, però, è un contratto tra privati, in rappresentanza dei rispettivi movimenti, e non ha alcun valore pubblico se, e fino a quando, non entri formalmente in un programma di governo. Finora somiglia più a una versione avanzata di due programmi elettorali costretti ad andare a nozze. Nel momento in cui i contenuti dell’accordo dovessero diventare programma di governo si vedrà cosa resta e cosa cambia. E nel momento in cui i punti del contratto dovessero diventare disegni di legge si capirà quali misure avranno chanche di andare in porto.

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È quello il momento nel quale dovranno essere indicate le coperture finanziarie – nessun programma elettorale di norma lo fa –, la compatibilità con gli impegni internazionali dell’Italia – dalla Nato all’Europa – la loro legittimità costituzionale. Ce n’è abbastanza per prevedere un lungo percorso a ostacoli che potrebbero diventare sempre più difficili da superare con il passare dei mesi, le scadenze di bilancio a fine anno e la campagna elettorale per le europee del 2019. Percorso che sarà determinato anche dai rapporti di forza tra i due leader e dalla loro volontà di rimanere uniti: quel che traspare dal contratto, per esempio, è una decisa impronta leghista su temi cari agli imprenditori del Nord, specie i più piccoli, mentre pare svanito il Sud che tanto ha dato a Di Maio anche per la sirena di un reddito di cittadinanza che ha già cambiato pelle. Sulla giustizia e non solo, invece, è evidente il dna a 5 Stelle. Reggerà il compromesso storico? Si vedrà. Non manca materia per un combattivo Berlusconi tornato più forte alla guida di Forza Italia e per un Pd a scartamento ridotto ma pur sempre a trazione renziana.

Critiche o plausi al governo nascente, però, non dovrebbero oscurare il fatto che non siamo in un paese perfetto, moderno, funzionante, ricco e socio di un’Europa attenta e lungimirante. Un Paese che, a differenza dell’Italia, non necessita di quella scossa richiesta da molti decenni a destra come a sinistra. Scossa provata da diverse generazioni di leader alla guida di schieramenti tra loro alternativi. Ultimo in ordine tempo, Renzi. Prossimi candidati, Di Maio e Salvini. Attesi al varco di necessità come, per esempio, il bisogno di nuove infrastrutture – da quelle digitali che paiono dimenticate a quella Tav che negli anni ha cambiato il volto dei trasporti e del business in Italia –, la riforma della giustizia civile, la revisione dei meccanismi europei, il controllo del debito pubblico, la creazione di un paese a misura di impresa. Condizioni per avere posti di lavoro che non nascono mai per decreto, ma per decreto spesso spariscono. In attesa dei nomi di quanti dovranno incarnare il nuovo verbo giallo-verde e trasformare il libro dei sogni in realtà. Consapevoli che, al contrario che nell’universo, in questa Italia se nulla si crea, tutto si distrugge.