Genova, 13 agosto 2019 - Un anno fa, alle 11,36 del 14 agosto 2018, quarantatré persone sono morte a Genova per il crollo del ponte Morandi, inaugurato alle 18 del 4 settembre 1967 e fatto esplodere alle 9,37 del 28 giugno 2019. Nei 18.915 giorni che separano inaugurazione e demolizione, sul Morandi, attorno al Morandi, sotto il Morandi è successo di tutto. Fino, appunto, alla strage. Che era prevedibile. E, addirittura, era stata prevista nel lontano 1989. Proprio così. Lo documenta – implacabilmente – il bellissimo libro Cronaca di un crollo annunciato (Piemme) del giornalista genovese Franco Manzitti. Fu Manzitti, nel 1989, a raccogliere l’allarme di Giovanni Bagnara, assessore genovese di ritorno da Roma: "Quel ponte non ce la fa più, è ad alto rischio crollo! Lo sostengono i tecnici dell’Anas". Il libro parte da lì: pagina dopo pagina, nero su bianco, scorrono nomi e cognomi di coloro che, conoscendo il pericolo, non hanno fatto il proprio dovere di amministratori pubblici per impedire il disastro. Ed è patetico leggere come tentino, ora, di giustificarsi. Dunque, volume alla mano, sarà facile rendere piena giustizia a quei poveri morti e alle centinaia di sfrattati? No. Purtroppo no. Perché è in atto, per così dire, una selezione delle colpe. Vediamo.

La procura di Genova indaga da un anno. Deve accertare pesantissime responsabilità penali: omicidio colposo plurimo, omicidio stradale colposo, disastro colposo, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso. In dodici mesi i magistrati hanno ascoltato decine e decine di persone. Ne hanno iscritte 71 nel registro degli indagati. E stanno passando al setaccio migliaia di documenti con un sofisticato software americano. Ci sarà, ovviamente, il rinvio a giudizio di un tot di presunti colpevoli (probabilmente a gennaio 2020). E, a seguire, il processo. Ma, statene certi, sul banco degli imputati mancherà una folla intera di persone. Quella, appunto, che popola il libro di Manzitti. Gente che fin qui l’ha fatta franca e – potete scommettere – la farà franca per sempre. Parliamo – oltreché di funzionari Anas, dirigenti Autostrade e controllori del ministero dei Trasporti – di sindaci, dirigenti di partito della Prima e della Seconda Repubblica, ministri. Ma anche (e sia ben chiaro) di normali cittadini. In mezzo a questa folla c’è chi ben conosceva la fragilità del Morandi ("Il ponte è crollato perché non ce la faceva più a stare in piedi", ha detto una settimana fa il procuratore capo Francesco Cozzi) e non ha mosso un dito. Chi poteva chiuderlo mettendolo in sicurezza e non l’ha fatto per evitar grane. Chi doveva autorizzare i lavori di costruzione di una bretella alternativa e li ha bloccati per non inimicarsi gli elettori con espropri di case e terreni. Chi, in preda a deliri ambientalistici, ha organizzato comitati civici (eccoli i normali cittadini) per dire no e poi no al progetto di una mini autostrada, che avrebbe risparmiato al Morandi (e a Genova) il passaggio di migliaia di camion diretti a ovest e a nord; e, soprattutto, avrebbe permesso di riparare il ponte con calma e bene, evitando, quindi, la strage. Incalzati da Manzitti, tutti costoro si esibiscono in spettacolari quanto inverosimili arrampicate sugli specchi per salvare la faccia dopo aver perduto l’anima. E ci si domanda come facciano a dormire sotto il peso di cotanta responsabilità.

Chiaro, no? Il vero processo, vista la folla di pavidi, cinici ed ecoforsennati, dovrebbe svolgersi non in una normale aula di giustizia, ma in un palazzo dello sport. Inutile illudersi: non andrà così. E, quel che è peggio, prima di arrivare a una sentenza definitiva di condanna ci vorranno anni e anni. Sperando, ovviamente, che la selezione delle colpe possa essere utile, almeno, a non far scattare la prescrizione. Ma se penso alla lentezza della macchina giudiziaria, ma se ghe pensu…