"Quello che devi fare fallo presto". Mancavano tre giorni a una Pasqua di molti anni fa, e così un giovane predicatore ebreo si rivolse a uno dei dodici amici che erano a cena con lui. Ascoltate queste parole, Giuda Iscariota uscì dal cenacolo e andò verso il tempio per incassare i trenta denari. Quando ormai un fatto appare come inevitabile, l’attesa ne aumenta gli effetti negativi ed è il caso di fare presto. E’ una legge della vita, valida da sempre. Così adesso questa strano indugio per qualcosa che abbiamo compreso capiterà, questa drole de guerre al nuovo lockdown, nazionale o regionale che sia, accresce in tutti l’angoscia. Una mancanza di...

"Quello che devi fare fallo presto". Mancavano tre giorni a una Pasqua di molti anni fa, e così un giovane predicatore ebreo si rivolse a uno dei dodici amici che erano a cena con lui. Ascoltate queste parole, Giuda Iscariota uscì dal cenacolo e andò verso il tempio per incassare i trenta denari. Quando ormai un fatto appare come inevitabile, l’attesa ne aumenta gli effetti negativi ed è il caso di fare presto. E’ una legge della vita, valida da sempre.

Così adesso questa strano indugio per qualcosa che abbiamo compreso capiterà, questa drole de guerre al nuovo lockdown, nazionale o regionale che sia, accresce in tutti l’angoscia. Una mancanza di chiarezza micidiale per una serrata prima minacciata, poi esclusa, poi buttata là a pezzetti che accresce la paura e già di per sé produce danni. Prendete il Natale, inteso come industria, evento da un paio di miliardi di fatturato: è tutto fermo. Un vedo-non vedo, quello del governo sul lockdown, che potrebbe anche apparire una sottile strategia comunicativa: verrà il giorno in cui Conte lo dichiarerà e allora sembrerà una liberazione. "Finalmente", dirà qualcuno. "Meno male". Applausi.

Coronavirus Italia, bollettino del 31 ottobre

Ieri è stato il ministro Enzo Amendola, uno che apre bocca solo quando ha qualcosa da dire, che parlando di lockdown ha spiegato "faremo di tutto per escluderlo, ma se sarà necessario ci assumeremo l’onere della scelta, così come abbiamo fatto a marzo". Un modo per dire che il "tutti a casa" certamente ci sarà, si tratta solamente di stabilirne i tempi e le forme. Magari iniziando a chiamarlo con un altro nome, strategia che in Italia ha sempre funzionato dai tempi in cui con un referendum fu abolito il ministero dell’Agricoltura per far nascere il giorno dopo quello delle Politiche agricole. Adesso il modo dolce per identificare il lockdown è "scenario 4".

Conte è comprensibilmente stretto tra tante esigenze e spinte contrapposte, di gente che gli suggerisce che cosa fare pensando di avere ragione. Nel vertice di ieri sera a Palazzo Chigi non si è parlato di altro, senza che per il momento si sia arrivati a una decisione definitiva. I grandi alleati del premier sono Francia e Germania, perché male che gli vada Conte potrà dire di aver imitato Merkel e Macron. Un paragone che potrebbe però anche rivoltarsi contro l’Italia, a marzo modello per gli altri stavolta a ruota dei cugini più grandi. Secondo molti osservatori, Francia e Germania stavolta hanno avuto la prontezza di prendere una decisione chiara, se pure in forma più light che in primavera, e proprio per questo sperano di anticipare i tempi. L’Italia al momento sta solo minacciando a pezzetti quello che gli altri hanno varato.

Una minaccia figlia della paura di scontentare troppa gente, ma che paradossalmente rischia di costare cara. La soluzione che filtra potrebbe essere all’italiana: nessun lockdown nazionale, ma solo serrate locali, regionali. Saranno in sostanza i governatori chiamati a fare il lavoro sporco, a prendersi la responsabilità di abbassare le saracinesche alla vita civile. Un segno di incertezza e confusione. Può darsi infatti che il lockdown serva o non serva, sia sopportabile o no, e in fin dei conti non esiste la risposta definitiva: certo che questo lockdown bianco, questa serrata che c’è ma non si vede più che inutile è dannosa.