Bologna, 3 marzo 2020 - Un gruppo di liceali occupa una tavolata da venti in un ristorantino alla moda affacciato su piazza Maggiore. Nessuno tiene le distanze. Seduti come sempre. Gomito a gomito, vicini. Anche al bancone dei bar, per il rito del caffè, quello veloce della mattina. Divisi solo dalla ricarica di disinfettante, quando c’è. La socialità di Bologna (per ora) ha la meglio sulla paura del Coronavirus. Anche perché i locali del centro medioevale spesso sono piccoli, tutti vicini per forza. La città simbolo della gioia di vivere non si piega.

Prendendo alla lettera il decreto, i clienti al banco neanche ci dovrebbero arrivare. Poche righe: i locali possono lavorare "a condizione che il servizio sia espletato per i soli posti a sedere e che (...) gli avventori siano messi nelle condizioni di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro". State lontani un braccio. Così scrive il premier Conte. Qualcuno polemizza: "E i centri commerciali? Murati di famiglie con bambini". Qua e là, nei vicoli delle cose buone da mangiare e delle specialità, compaiono cartelli che invitano a evitare assembramenti: "Abbiate pazienza".

Qualche precauzione ma niente panico, anche se piazza Maggiore in questo lunedì mattina è un po’ stranita, sarà l’inizio della settimana, una pioggerella fastidiosa che ha interrotto giornate di primavera anticipata ma esercito e polizia davanti a San Petronio non hanno quasi turisti da controllare. Il Crescentone è vuoto, obiettivo irresistibile per tanti fotografi. "Clienti dimezzati", sono rassegnati autista e hostess francese del bus scoperto che fa il tour della città. "Sanifichiamo i mezzi tutti i giorni – fa sapere Tiziano Carollo –. Se mi sento in pericolo? No, altrimenti dovrei pensare la stessa cosa anche quando vado al bar".

La città è ancora incerta, dobbiamo preoccuparci o fare tutto come prima? Albergatori e ristoratori perdono il buonumore se pensano alla "botta", il crollo di presenze, fino al 70%. Le domande su coranavirus e precauzioni di solito ottengono risposte accompagnate da un sorriso. Due amiche settantenni - stando alle raccomandazioni del governo non si dovrebbero muovere di casa – sono partire in treno da Bolzano "perché ci siamo dette, è da tanto che non visitiamo Bologna, andiamo. Ho ancora le foto delle Torri, un ricordo di quando ero ragazza". Parlano ma soprattutto si gustano un piatto di pasta al ragù - bolognese -, e no che non vogliono disinfettarsi con l’amuchina. "Qui si sta esagerando - ha una smorfia di malumore la più giovane –. Abbiamo viaggiato come sempre. Anche il treno era pieno, nessun allarme".

"Ci aspettavamo di tutto ma poi siamo riuscite a partire", è tranquilla Giulia Martini, 31 anni di Firenze, che ha appena finito di pranzare all’aperto, tra i banchi del mercato all’ora della spesa, alle sue spalle pareti di parmigiano reggiano. "Lavoro in un’agenzia turistica, è stata una settimana di follia - confida –. Alla fine è andata bene, solo mezz’ora di ritardo, ma per un guasto. Qui abbiamo visto qualche cartello, niente di più". Interviene l’amica Silvia: "Qualcuno chiuso, qualcuno aperto. Ma la coerenza dov’è?".

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