Un passo avanti è stato fatto, ma di fronte alla violenta crisi che ci ha colpito e alla straordinaria mole di risorse messe in campo dall’Europa che non avrà mai più eguali, il nuovo testo del Recovery plan partorito in affanno dal governo non basta. Ci vuole il coraggio di dirlo, perché stavolta la partita deve essere assolutamente vinta. Non basta un pareggio, non è giustificabile fare melina. Bisogna buttarsi tutti all’attacco, osare tutto e non sbagliare. E invece nel nuovo testo inviato l’altro ieri sera ai ministri, Palazzo Chigi e il Tesoro sembrano continuare a tenere il freno a mano tirato, muovendosi come se si trattasse semplicemente di scrivere una manovra un po’ più ambiziosa del solito.

E invece questa non è una manovra. Dovrebbe essere molto di più. Invece resta eccessivo il peso di risorse destinate a sostituire fondi già allocati in precedenza su progetti previsti: un terzo dell’intera cifra. Il governo vuole usare il Recovery (prestiti ultra agevolati e sovvenzioni) per abbattere la quota interessi dei debiti già decisi. Ma così il piano incide poco sulla crescita. Invece in una situazione di emergenza senza precedenti, occorre sfruttare al massimo le cartucce non per sopravvivere in trincea, ma per conquistare terreno. Il Paese cresce solo se il Pil fa un sostanzioso balzo in avanti, non se si punta a restare a galla. Meglio osare investimenti nuovi e strategici, piuttosto che asserragliarsi in difesa pensando solo a risparmiare.

Altro aspetto che continua a non convincere è il fatto che il piano non delinea con nettezza una visione di Paese. Che cosa vogliamo consegnare ai nostri figli, vittime di una pandemia che è una cambiale sul loro futuro? Più coraggio, allora. Inutile spacchettare le risorse in troppi rivoli, solo per esigenze politiche. Bisogna uscire dalla logica dei bonus e concentrare il bazooka europeo verso pochi progetti. Bene la digitalizzazione, ma qui serve una vera rivoluzione, non aiutini a pioggia. La scuola va completamente cambiata, non basta centellinare investimenti tra edilizia o corsi di formazione. E infine le infrastrutture. Il testo di Palazzo Chigi risente delle remore grilline e invece servirebbe uno scatto: non é sufficiente progettare il completamento di tratte di Alta velocità già previste, bisogna investire su nuove linee (ad esempio manca la Bologna – Taranto) sapendo che la Tav porta con sé sviluppo, ma lo sviluppo va progettato e collegato con altre infrastrutture, con università e centri produttivi di eccellenza. Sostenibili, certo, ma soprattutto altamente qualificati. Non bastano i superbonus dell’edilizia, l’Italia si cambia se si trasformano le aree dismesse, le periferie, se le città diventano propulsori di progresso. Ci servono visionari, non ragionieri, per immaginare un’Italia nuova che possa salvarsi nel mondo post Covid.