Diciotto anni fa, a quest’ora di sera, 15 settembre 2001, un sabato, dalla sala stampa di Monza stavo attaccato al telefono per avere notizie da un ospedale in Germania.
Era già tardi.
Ad un certo punto, forse seccata dalla mia insistenza, forse solo volendo essere sincera, una voce in inglese imperfetto mi disse: no, mi dispiace, l’italiano non passerà la notte.
L’italiano era Alex Zanardi.
Nella sua vita nuova, che è diventata un punto di riferimento per quanti conoscono il rischio della disperante rassegnazione, ormai “l’italiano” di quella straziante telefonata è maggiorenne.
Non so più quante parole di encomio ho avuto modo di scrivere, in diciotto anni, a proposito di Alex.
Non starò a ripetere le repliche.
Dico solo questo, perché ci tengo.
Forse, la forza interiore del personaggio, quella intima nobiltà, gli viene “anche” dalla appartenenza a un mondo, quello della velocità abbinata ai motori, che Zanardi non ha mai rinnegato, nemmeno all’indomani della cruda esperienza cui il destino lo ha chiamato.
Sono passati diciotto anni.
Lui non ha mai smesso di stupire, dopo.
Cioè, non so quanto consapevolmente, Alex ha dimostrato che aveva ragione Lucio Dalla, tra i versi di Disperato erotico stomp.
“Ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”.