Spero tutti bene.

Con la ricostruzione del mondiale 1999 di Formula Uno, sono arrivato al processo di Parigi per il misterioso caso del deflettore.

Imputato, alzatevi.

È sabato mattina e quello che si deve alzare sono io.

Nelle stesse ore, per cose infinitamente e tragicamente più serie, è attesa a Palermo la sentenza sul caso Andreotti.

Dal giornale mi informano che i telegiornali faranno una doppia diretta.

Il verdetto di Parigi.

Il verdetto di Palermo.

Provo istintivamente un poco di vergogna.

Io sono della generazione che aveva vent’anni quando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino incarnarono il senso di una speranza enorme.

Ho fatto il tifo per loro, mi sono indignato quando chi doveva aiutarli li ostacolava (eufemismo) e mi sono vergognato di essere italiano quando, insieme a uomini e donne delle scorte, sono stati ferocemente assassinati.

Ma mi sbagliavo, nel senso che Falcone e Borsellino mi avevano reso orgoglioso di essere italiano.

Va bene, mi dico. Il mio mondo, quello della informazione, segue le sue logiche.

E io sono qui a Parigi per una storia sghemba, un brandello di romanzo, una somma di rocambolesche circostanze. La Formula Uno è bella proprio perché non si riduce ad una mera esposizione di potenza tecnologica.

C’è l’uomo. L’uomo è passione. La passione talvolta genera intrighi.

Sto camminando lungo Rue de Rivoli. Marcio su Place de la Concorde.

Mi viene in mente Maccari e il suo slogan.

O Roma o Orte.

Cioè.

O ci hanno dato ragione e quindi con la Ferrari invaderemo Suzuka, la Roma imperiale dei Gran Premi, sventolando i nostri vessilli.

O ci hanno dato torto e allora ci fermeremo ad Orte a meditare su vent’anni di digiuno.

Ma bomba o non bomba siamo arrivati a Roma!

La sentenza riabilita la Ferrari.

Il risultato di Sepang viene ripristinato.

Primo Irvine.

Secondo Schumi.

Eddie torna in testa al mondiale piloti.

La Ferrari torna in testa al mondiale costruttori.

Lo scarno dispositivo della sentenza spiega che è stata accettata la teoria del Marchese del Grillo, nato a Maranello e ivi domiciliato in via Abetone Inferiore eccetera.

La misurazione del deflettore non è avvenuta in maniera conforme ai regolamenti e inoltre in un pertugio dei codici, in un anfratto delle norme, in un angolo degli statuti, ecco, sì, lì è stato scovato il Sacro Graal.

Il mitico concetto del margine di tolleranza per pezzi di monoposto particolarmente piccoli.

Non so perché ma l’esposizione del mitico concetto mi riporta alla memoria le case di tolleranza, di cui per ragioni anagrafiche ho solo sentito parlare.

E in effetti questa Formula Uno è un bel bordello.

In sei giorni, dalla domenica malese al sabato parigino, è cambiato tutto.

Tra la platea di noi giornalisti scoppia il caos. I colleghi inglesi sono furibondi.

E che palle! Ancora con questa storia di Italia uguale mafia! Come fai a spiegare a questi babbei abituati a mangiare il porridge (no, dico: il porridge!) che Falcone e Borsellino erano italiani?

Infatti, non ci provo neanche.

Si moltiplicano le reazioni al verdetto. Allora il web non aveva ancora la potenza di fuoco di oggi (e non so cosa sia meglio, eh), ma già si erano accorciate le distanze, il mondo si stava rimpicciolendo.

Da Londra arriva una dichiarazione di Ron Dennis.

Io a Parigi il capo della McLaren non l’ho visto ma notoriamente sono un tipo distratto. Mica per niente sono il Dottor Divago del giornalismo italiano.

Tu dammi la parola e io ti affabulero’ con una narrazione che mette insieme la fava e la rava.

Et voila, l’artiste!

Ma dicevo di Dennis.

D’oltre Manica, esterna la sua amarezza. Parla di sconfitta dello sport e di umiliazione per chi crede nei valori della lealtà.

Ma bravo.

Ma vieni un po’ qua, bello.

Forse che nel 1998 nel diluvio di Spa Coulthard era stato un modello di sportività quando doveva farsi doppiare (doppiare, già, non superare a parità di giri) dalla Rossa di Schumi?

Forse che nel 1997 a Jerez fu una testimonianza di lealtà la riunione del sabato sera pre Gran Premio tra gli ingegneri McLaren e gli ingegneri Williams, in modo da coordinare i pit stop della domenica a favore di Jacques Villeneuve e a danno di Michael Schumacher?

Sarà anche vero che la storia dipende da chi la scrive ma mica è detto che perderanno sempre gli stessi. E inoltre esistono ancora spiriti liberi che rivendicano il diritto di dire quello che pensano, dopo aver pensato a quello che dicono.

Siamo in pochi, soprattutto in era web. Ma esistiamo. E resistiamo.

Quindi ci vorrebbe un minimo di stile, invece di impancarsi a Catone il Censore, va mo la’.

Per quanto riguarda il Marchese del Grillo, io so io e voi nun siete e bla bla bla.

Grande soddisfazione, trionfo legale su tutta la linea.

Il Pinguino Todt festeggia nel sottosuolo di Gotham City.

Montezemolo delira a reti unificate.

Irvine è già a Tokyo. So dove passerà la serata ma qui siamo in fascia protetta e mi taccio.

Intanto Max Mosley, il numero uno della Fia, illustra il perché e il percome della sentenza e precisa che giovedì prossimo a Suzuka le verifiche pre Gp saranno rigorosissime.

In nessun caso, tuona, il mondiale sarà deciso a tavolino.

Impegno solenne del Conte Max.

C’è un altro aereo da prendere. Anzi, due.

Uno per l’Italia.

Uno per il Giappone.

Ultima fermata, Suzuka.

Cioè, come un glorioso team up a fumetti di Dylan Dog e Martin Mystere.

Ultima fermata, l’incubo.

Ps. Ah, dimenticavo. A Palermo, in primo grado, Giulio Andreotti venne assolto.