Spero tutti bene.

Ecco la nuova puntata del mio viaggio tra i flutti della memoria.

Mondiale Formula Uno 1999.

Dopo una ruota misteriosamente scomparsa al Nurburgring e un viluppo di vicende degne del commissario Maigret, non a caso connazionale di Jean Todt, la classifica del campionato, a due gare dall’epilogo, vedeva Mika Hakkinen, detentore del titolo con la sua McLaren, in vantaggio di due punti su Eddie Irvine.

E Michael Schumacher aveva finalmente accettato di tornare in pista.

In Malesia.

Andavamo a Sepang per la prima volta.

Fatalmente e banalmente, a me veniva in mente Salgari con il suo Sandokan.

Il volo da Amsterdam a Kuala Lumpur dura all’incirca quattordici ore.

Furono istruttive.

Infatti per puro caso mi ritrovai seduto accanto ad un collega tedesco che lavorava per Willi Weber, il manager di Schumi.

Questo collega combatteva lo stress da volo intercontinentale in una maniera molto efficace.

Un whisky dopo l’altro.

Al terzo giro, io iniziavo ad avvertire un vago torpore. L’alcol fa male, d’accordo, ma talvolta scorre giù che è un piacere.

Insomma, ad un certo punto Herr Jack Daniels, chiamiamolo così, attacca un discorso che mi garba poco.

Voi italiani, mi dice, vi riempite sempre la bocca con la Ferrari. Ferrari, Ferrari, Ferrari! E invece non capite che siete prigionieri del passato. Non vi rendete conto che Michael i suoi due mondiali li ha vinti con la Benetton e se nel 1996 fosse passato alla Williams o alla McLaren adesso avrebbe già battuto il record dei cinque titoli di Fangio. Per di più, ora pretendete che faccia il gregario di un puttaniere irlandese. No, voi italiani proprio non capite.

Di colpo rammentai il titolo di un album di Adriano Celentano.

La pubblica ottusità, si chiamava.

Senti, caro Herr Jack Daniels. Senti un po’ qua, gli risposi.

Siete voi tedeschi a non capire.

La grandezza di Schumi è fuori discussione. Ed è anche vero che dal 1996 in poi, con un’altra macchina, avrebbe conquistato più di un mondiale.

Ma qui sta il punto, Herr Jack Daniels. Io sono convinto che Schumi, al di là di tutti i soldi che meritatamente prende, si sia reso conto che non tutti i successi sono uguali. Se ce la fa con la Rossa, entra nella leggenda. Un campione vive di stimoli, non di statistiche. È la capacità di pensare in grande a rendere unici.

Credo, per colpa del whisky, di avere citato anche Dante, Leonardo e Gianni Rivera, in un delirio ad alta quota.

Non lo convinsi. Infatti ordinò un altro giro.

In Malesia, non c’ero mai stato. L’umidità era spaventosa. Due passi e la camicia ti si incollava alla pelle.

In compenso il circuito era splendido, ai lati di una superstrada. Mi accompagnava ogni giorno un taxista gentilissimo. Gli regalai un cappellino della Ferrari. Tutto contento, la mattina lui mi accoglieva gridando, in italiano: “McLaren merda”.

Vabbè, non esageriamo.

Al circuito, tutti gli occhi cercavano Schumi. Era inevitabile. Rivederlo lì, in tuta Rossa, allargava il cuore.

Poi, il venerdì mattina fra le due sessioni di prove libere, se non rammento male, avvenne una cosa senza precedenti. E senza repliche.

Dal 1991 fino al 2012, da Spa ad Interlagos, Corinna è sempre stata una presenza muta accanto all’uomo della sua vita.

Muta pubblicamente, intendo. Non rilasciava interviste. Non concedeva battute. Era educatissima, non si nascondeva.

Ma per i media semplicemente non esisteva.

Eppure, quella era una circostanza speciale. Suo marito tornava a correre dopo un drammatico incidente, un episodio che aveva fatto temere il peggio.

E lei aveva qualcosa da dire.

Ci sedemmo sotto il tendone che ospitava la gente Ferrari. Io e altri colleghi. Corinna era tedesca, ma una tedesca che capiva.

Disse che dopo Silverstone aveva chiesto a Michael di piantarla con le corse. Gli aveva raccontato di una angoscia che saliva a livelli talvolta difficili da controllare.

Ma poi, aggiunse, si era fermata. Si era fermata perché si rendeva conto che il suo compagno non riusciva ad immaginarsi senza un casco, un volante, una monoposto. E il mutuo rispetto imponeva di non varcare la soglia.

Lui è qui, io sono qui, concluse.

Dove va lui, vado anche io. E viceversa.

Ho ripensato spesso a quella conversazione, che in realtà fu sostanzialmente un monologo.

Ho compreso qualcosa (solo qualcosa, eh!) dell’uomo Schumi più da quelle parole che da centinaia e centinaia di interviste.

Non avrei mai più sentito la voce di Corinna. Non rivolta a me, ai giornalisti, al pubblico.

E anche del pilota Schumacher, fino a quel week end malese, sapevo meno di quanto credessi.

Infatti, stavo per assistere a qualcosa che mai avevo visto prima.

E che mai avrei rivisto poi.

(Continua)