Spero tutti bene.

Proseguo con la narrazione del fantasmagorico mondiale di Formula Uno datato 1999.

Alla fine delle prove libere del venerdì, inevitabilmente dominate da una tensione che quasi si toccava con la mano, ero stato raggiunto da una reminiscenza cinematografica.

Una scena tratta dal film “Tutti a casa”, un capolavoro del Novecento italiano in celluloide.

All’indomani dell’8 settembre 1943, una pattuglia di nazisti attacca una caserma di soldati italiani.

Uno sbigottito Alberto Sordi, militare lasciato senza ordini ne’ informazioni da superiori codardi e fedifraghi, si attacca disperato al telefono e grida: “Colonnello, è successa una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani!”.

Perché mi era venuto in mente Albertone?

I tedeschi che si alleano con gli americani?

Ah, semplice.

Dopo Sepang, dove era stato semplicemente fantastico per abnegazione e dedizione alla causa, beh, dopo Sepang si poteva chiedere a Schumi di concedere il bis?

Cioè di tornare ad indossare la livrea del maggiordomo?

Di sicuro gli aziendalisti in servizio permanente effettivo non avevano dubbi. Il loro ragionamento andava così: lo pagano, anzi, lo strapagano, per quanto di lusso è un dipendente, ergo ubbidisca e basta.

Ma anche no, supponevo io.

Un pilota è sì tecnicamente un dipendente e lo diceva sempre anche Enzo Ferrari. Ma poi il pilota nell’abitacolo ci sta da solo, non è un robot telecomandato.

Correre in Formula Uno significa, anche, rischiare la pelle.

Michael era andato vicino a giocarsela, la pelle, a Silverstone.

Si poteva pretendere che alzasse la soglia per fare un favore a Eddie Irvine?

E che favore!

Probabilmente i tedeschi non si sarebbero alleati con gli americani ma nemmeno avrebbero combattuto la battaglia della vita.

Tutto questo, Mika Hakkinen lo sapeva. Lo aveva capito. E io immaginavo, nel week end di Suzuka, che il finlandese si rendesse conto di essere padrone del destino suo.

Gli bastava vincere la gara. Cosa non impossibile per uno come lui. Hakkinen era un fierissimo competitor di Schumi. Non di rado lo aveva battuto.

Venne il sabato.

Le qualifiche.

Irvine era nervosissimo.

Comprensibilmente.

Manzoni, che non era un cronistello di Formula Uno, scrisse che il Principe di Conde’ dormi’ magnificamente alla vigilia della battaglia di Rocroi.

E beato lui.

Ma Eddie non era un Principe e non eravamo a Rocroi, ma a Suzuka. Dunque, Eddie non dormiva più e non c’entravano le femmine.

Che cosa prova un essere umano quando si accorge che il sogno di una vita gli si sta sgretolando sotto il naso, si sta dissolvendo inesorabilmente, si sta trasformando in una infinita fonte di rimpianto?

Me lo sono chiesto spesso, è una sensazione che chiunque di noi ha provato, almeno una volta.

Ecco, il sabato del Gran Premio del Giappone del 1999 Irvine era messo così.

Tiro’ anche una gran botta in pista, mentre Schumi andava a prendersi un’altra pole, la seconda consecutiva, con irrisoria facilità.

Secondo Hakkinen.

Dopo la conferenza ufficiale dei primi tre in griglia, ci fu l’incontro con la stampa dei drivers Ferrari.

Michael sprizzava gioia da tutti i pori.

Al tavolo della conferenza, io ero seduto accanto a Irvine.

Non riusciva a controllare il movimento della gamba destra sotto il tavolo.

La gamba era scossa da un fremito continuo.

Forse era una conseguenza dell’incidente di poco prima.

Forse era l’effetto cumulato di una stagione spaventosamente stressante.

Stava ancora parlando Schumi.

Eddie si avvicinò e mi disse sotto voce, indicando il tedesco: questo mondiale me lo può vincere solo lui, ma non lo farà, vedrai. E nemmeno avrà tutti i torti, eh.

Ci sono momenti, nella vita, in cui ti accorgi della tua fragilità e oggi, 2020, il destino ha voluto ce ne accorgessimo tragicamente tutti.

Come rimpiango il tempo in cui la mia preoccupazione riguardava un mondiale di F1!

(Continua)