Il 3 gennaio Schumi compie 50 anni. Ci saranno mostre (a Maranello quella Ferrari, a Brisighella le immagini più belle dell’artista Filippo Di Mario, amico del Campionissimo), celebrazioni, tante altre cose.

A me fa piacere evocare il traguardo del mezzo secolo con una testimonianza in prima persona. La mia: ho speso un pezzo di vita al seguito di Michael.

Il racconto è a puntate.

Spero di non annoiare.

PART ONE

E chi se lo dimentica, quel week end di fine estate del 1991? Arrivai sulle Ardenne, teatro del classico Gran Premio del Belgio, e venni immediatamente intercettato da un simpatico collega vallone. Mi allungò un foglio, intimandomi: firma qua, non c’è tempo da perdere…
Era una petizione. Indirizzata a un giudice londinese. Il magistrato veniva sollecitato a scarcerare in fretta e furia tale Gachot. Pilota belga della Jordan. Finito in gattabuia per una zuffa all’ombra del Big Ben. Ma lassù, a Spa Francorchsmps, nemmeno riuscivano ad immaginare la corsa senza il loro presunto campione!
Firmai, come quasi tutti in sala stampa. Anche perché il nome del sostituto del galeotto non mi diceva assolutamente nulla. Schumacher chi?, mi chiedevo ciondolando tra un box e un motorhome.
Appunto. Schumacher chi? Sembra incredibile, eppure è cominciata proprio così, una delle più straordinarie carriera nella storia dello sport e mica solo dell’automobilismo. È iniziata con un mandato di cattura, con una precettazione d’urgenza, con una chiamata “a gettone”.
Buffo, eh? Eppure, a mia parziale discolpa, posso raccontare che, nel breve volgere di settantadue ore, si fece largo la strana consapevolezza che quel ragazzo magro dal mento lungo non era capitato per caso nel mio, nel nostro mondo.
Sentite qua. Il venerdì, appena entrato nell’abitacolo della Jordan, il misterioso tedesco si mise a fare numeri da delirio. Tanto che Alain Prost, agli sgoccioli di una malinconica esperienza in Ferrari, alla fine delle prove si sentì in dovere di presentarsi nel garage di Eddie l’irlandese. Il Professore di Francia andò a parlare con il neofita. Ehi, disse Alain a Michael, ti prendi troppa confidenza in pista, non devi mancare di rispetto a chi ha più esperienza di te.
La risposta del Rookie di Kerpen fu tramandata ai posteri: non è colpa mia se tu vai troppo piano.
E poi venne il sabato delle qualifiche. All’epoca i Top Team erano McLaren, Williams e Ferrari (e vista la fine dei primi due, i fans del Cavallino dovrebbero accendere un cero, detto tra parentesi). Dunque sei posizioni sulla griglia di partenza erano assegnate in automatico. Ma automatico non era che la riserva di Papillon, pardon, di Gachot, mettesse la sua, di macchina, al settimo posto.
Fu allora che mi riscattai. All’epoca non esisteva il web per tutti. E però per fortuna gli archivi dei giornali di carta esistono ancora. Così, quel sabato dalle Ardenne mandai in stampa questa frase qui: “Oggi ho visto il futuro della Formula Uno. Si chiama Michael Schumacher”.
Una profezia? Via, fu piuttosto una botta di culo. Del resto, come venni a scoprire poi, Schumi mica era un perfetto anonimo, almeno a certi livelli. Aveva dietro la Mercedes. Era stimato da gente sveglia, tipo un certo Ross Brawn. A una faina come Flavio Briatore non servì altro: magari Jordan pensava ancora alla libertà provvisoria per Gachot o forse era distratto, non lo so, di sicuro meno di due settimane dopo Michael stava già sulla Benetton, sebbene la sua corsa in Belgio si fosse arrestata dopo pochi metri causa noie alla frizione. O qualcosa del genere.
(Continua)