Beh, lasciatemi sperare che la doppietta rossa al Mugello sia anche di buon auspicio per la gita in Canada della amatissima Ferrari.
Di moto notoriamente so poco. Mi limiterò ad osservare, da banale tifoso Ducati, che se non altro Lorenzo ha provveduto, magari tardi, a dimostrare quanto possano essere frettolosi i giudizi liquidatori di chi non ha troppo rispetto per memoria e talento.
Dopodiché, venendo ale cose mie e nostre, il prossimo gran premio sarà, attenzione, il primo atto dell’era senza Resta.
Sull’operazione che ha portato il progettista alla corte della Alfa Sauber mi sono già espresso. Spero che i diretti interessati, cominciando da Marchionne, abbiano valutato con cura i pro e I contro. Essere vagamente perplessi non significa essere ostili. Vedremo se e come funzionerà, fedeli al moto del mio amico Mogol. Cioè, lo scopriremo solo vivendo (tra parentesi: Alfa Sauber ci guadagna di sicuro).
Intanto, all’interno del reparto corse è già partita la ristrutturazione dei ruoli e delle competenze. Ci sono ingegneri relativamente giovani, come Onorato e Montecchi, che vedranno accresciute le loro responsabilità, mentre al bravissimo Cardile spetteranno mansioni di natura anche organizzativa.
Badate che tutto questo e in linea con quanto Marchionne decise nel cuore della turbolenta estate del 2016. Allora, con la promozione di Mattia Binotto a direttore tecnico, venne Sviluppata una politica aziendale che rifiuta la suggestione dei grandi nomi. La Ferrari disegnata dal successore di Montezemolo ha la pretesa di essere una cooperativa di cervelli. Una coop di lusso, ci mancherebbe, ma pur sempre una cooperativa.
Il Dream Team non abita più qui. Ma si può sognare lo stesso