Quaranta anni fa, le revolverate di un demente misero fine alla esistenza di John Lennon.
Mi fa piacere ricordarlo qui. Io credo che il mondo abbia un debito di gratitudine nei confronti suoi e degli altri tre Beatles. Vale per chi c’era, vale per chi ha la fortuna di essere venuto dopo.
Dei Fab Four di Liverpool, ho incontrato solo Harrison.
George amava tantissimo la Formula Uno. Incise anche un album dedicato agli eroi da Gran Premio.
Una volta, a Melbourne, un sabato alla fine delle qualifiche, mi incamminai verso il parcheggio dell’Albert Park. Un tizio mi si affiancò e cominciò a parlarmi della Ferrari, di Schumi che era da poco arrivato in Rosso, eccetera.
Partecipai alla conversazione trattenendo lo stupore. Solo quando, arrivati alle auto, ci salutammo, beh, dissi al mio interlocutore: grazie per quello che avete fatto, non te l’ho detto prima per non interrompere la passione con la quale parlavi di corse.
George Harrison mi sorrise e fu un momento indimenticabile.
Tornando a John Lennon.
Cosa ci saremmo chiesti se all’improvviso un chitarrista semi sconosciuto lo avesse sostituito nella formazione dei Beatles, dimostrandosi immediatamente bravo quanto lui?
O questo è un giovanissimo Bruce Springsteen oppure i meriti di Lennon dipendono moltissimo dalla macchina, pardon, da McCartney, da Harrison, da Ringo.
Forse Lewis Hamilton se lo starà domandando?