La scena la ricordo benissimo.
Eravamo a fine estate del 1990.
Aeroporto di Lisbona.
Ayrton aspettava oltre il controllo passaporti l’arrivo di suo padre, in arrivo dal Brasile.
Mi chiese di tenergli compagnia.
Fu così che conobbi Milton.
Non dico che diventammo amici, sarebbe esagerato.
Ma da allora, quando capitava alle corse, il genitore del campione si fermava sempre per un saluto.
Milton aveva più o meno l’età del mio papà.
Mi avevano raccontato che all’inizio non era entusiasta della passione del figlio, tanto che Ayrton correva usando il cognome di mamma.
Ma di sicuro si era poi identificato totalmente con le emozioni, le sofferenze e le gioie dell’erede.
Una volta ad Hockenheim, era il 1991, fummo insieme passeggeri a bordo di una Honda di serie. Al volante c’era il figlio.
Io stavo seduto dietro, lui era davanti. Ad un certo punto si girò verso di me e con un mezzo sorriso mi disse: via, forse è vero che il mio ragazzo guida meglio di Prost, però anche Prost non è male…
Ayrton rideva, io anche.
Vennero Imola e il Tamburello e stavamo a Morumbi e fu Milton a decidere che Alain doveva stare in prima fila accanto alla bara, al funerale.
Io pensavo a mio padre e alle cose semplici perdute per sempre. Ai sorrisi. Non alle vittorie.
E ci penso ancora.
Ciao, Milton.