Deve essere un effetto del rimbambimento (mio). Scoprirmi protagonista di un pesce d’aprile internazionale, nei panni di Teo Lurrini, mi ha molto divertito.
E debbo dire che sembrava un pesce d’aprile fuori stagione, quel giorno di primavera del 2010, quando davanti al box della Ferrari vidi passare, vestito Mercedes, un signore noto all’anagrafe come Michael Schumacher.
Lo sapevo, lo sapevamo. L’annuncio era stato dati da mesi. Ma trovarsi lì, fisicamente, rendeva il tutto vagamente surreale. Io ero come prigioniero di una catena di ricordi. Quello che era stato, le emozioni vissute, le sconfitte e le vittorie, le tante tante vittorie. Le lacrime di Suzuka 2000 e il motore rotto di Suzuka 2006, il disastro di Jerez, i capolavori di Spa. Vedevo un signore in grigio Mercedes e mi domandavo che senso avesse quel mio incespicare nella nostalgia. Devi smetterla di guardare indietro, mi raccontavo silenziosamente.
Solo che.
Solo che, di colpo, si udì una voce. Un vecchio meccanico della Ferrari si era affacciato sull’ingresso dell’enorme garage della Rossa (nel deserto è tutto dilatato, anche in Formula Uno). Costui andava ai box da un sacco di anni. Si sporse e disse: ehi Michael, guarda che sei già arrivato, è sempre questa casa tua, perché ti stai dirigendo verso il garage della Mercedes?
E fu allora che compresi.
Schumi volse la testa verso l’operaio di Maranello. Lo riconobbe. Sorrise. Alzò una mano per salutare.
Io ero lì, testimone muto di un attimo indicibile, irripetibile, non confessabile.
Michael aveva gli occhi lucidi. Non per colpa di un moscerino sfuggito al dorso di un dromedario.
I ricordi del cuore non passano.
Mai.