Per prima cosa complimenti ai colleghi della Gazzetta dello Sport.
La Ferrari agli interisti (nel caso nostro, Mattia Binotto).
Nel merito, il mancato rinnovo del contratto (in scadenza) di Maurizio Arrivabene rappresentava uno dei possibili sbocchi di un disagio che spesso, in questa sede, ci eravamo raccontati negli ultimi mesi.
Era inimmaginabile andare avanti con una Scuderia all’interno della quale mancava la fiducia reciproca tra il team principal e il direttore tecnico, cioè Mattia Binotto.
Ma non doveva finire così, anche per una faccenda di stile, che non è uno stiletto.
In sintesi.
Io mi ero permesso di ricordare come l’era d’oro della Ferrari coincidesse con il feeling straordinario tra Jean Todt e Ross Brawn.
Per avere segnalato una tale banalità, mi ero beccato caterve di contumelie. Ma i fatti sono cocciuti. Tremendamente cocciuti.
Adesso gli azionisti hanno deciso. Scegliendo Binotto. Come pare avesse già intenzione di fare Sergio Marchionne: ma lo sapete, detesto chi fa parlare i morti. Questa decisione l’hanno presa i vivi.
Entrando più nello specifico.
Io voglio bene a Maurizio Arrivabene. Lui non ci ha mai creduto e amen, non importa. Resto del parere che abbia fatto buone cose, anche se il mondiale non l’ha vinto. Mi dispiace che in tempi recenti non sia più stato in grado di distinguere amici veri e amici falsi. Presumo si sia fidato di consiglieri inadeguati. Quando aveva tutti contro, io scrivevo caldeggiandone la riconferma, in un quadro di armonia interna. Non è andata così. Ho il rimpianto di non averlo visto vincere: la sua passione meritava il premio massimo, perché Iron Mauri è ferrarista dentro. Si è perso per strada, ecco. Io non parteciperò al linciaggio postumo: ho detto e scritto quello che pensavo quando era ora, suscitando la sua irritazione. Ma è la vita del cronista sincero, sorry.
Mattia Binotto è un giovane uomo molto ambizioso. Arriva dove ha sempre pensato di poter arrivare. Lo conosco da vent’anni. Anche lui è un ferrarista doc. Penso dovrà restituire equilibrio ad una squadra che, dopo la morte di Marchionne, era stata esposta a tempeste mediatiche anche auto inflitte. Adesso tocca a lui: sommare i ruoli, al di là delle etichette, non è semplice, ma nemmeno per lui ci saranno alibi. Ha l’appoggio pieno degli azionisti. Auguri.
Poi, Mattia è interista come me. Ferraristi e interisti ben sanno cosa sia la sconfitta: almeno in Rosso, sarebbe ora di tornare a festeggiare.
Il resto verrà, altre cose cambieranno.