Mi hanno raccontato di Alain Delon che in TV mostra orgoglioso la spilla che Enzo Ferrari gli regalò quando era un giovane attore in ascesa.
E ho saputo anche io, da lontano, della commozione che ha salutato il prematuro addio di Fabrizio Frizzi, anche lui molto legato al mito del Cavallino. Montezemolo ha fatto bene ad andare a salutarlo.
Vedete, c’è una cosa che gli antipatizzanti della Rossa (e di Vettel e di Raikkonen e di Arrivabene ect) proprio non riescono a comprendere, proprio non vogliono accettare.
La Ferrari, per una mistica combinazione di fattori, è una delle poche, pochissime cose in grado di unire, nella stessa passione, gente famosa e comuni mortali, i Vip più o meno credibili e l’uomo della strada.
Direte: ma succede pure con le squadre di calcio, per stare in Italia!
In parte si, ma non del tutto.
Intorno ad una macchina che corre, si sommano energie persino proletarie. Chi sono, come si chiamano gli operai specializzati che domenica hanno cambiato le ruote di Seb nel momento decisivo? Che faccia hanno i tecnici che stavano nel garage remoto di Fiorano a compulsare la miriade di dati in arrivo da Down Under, giù dall’Australia?
Non lo sappiamo, non lo sapremo (cioè, io lo so, ma non faccio testo). In compenso, ci identifichiamo nel loro lavoro. Vinciamo con loro, quando vincono, intuendo che siamo figli della stessa emozione, testimoni di una avventura che non ha fine, non avrà fine, perché ci sono amori che fanno dei giri immensi e poi ritornano e non è mai tempo di rimpianti, semmai guardiamo al prossimo appuntamento, al Bahrain. E ce ne saranno ancora e ancora, di Gran Premi. Noi saremo ancora lì, a meno che Marchionne…
Raccontare la Ferrari come un sentimento, uguale per Delon o il mio benzinaio Pancani, non è mai semplice. Tifosi trinariciuti li abbiamo anche noi, alcuni frequentano anche questa mia casetta.
Ma non dispero. Di convertirli al vero senso dell’essere ferrarista.