“Leo, io dico che sarebbe il caso che tu, dopo tanto tempo, ti confessassi”.
“Meglio di no, reverendo. Ci metteremmo minimo due giorni e comunque sono irredimibile”.
“Guarda che ti sbagli. Per il solo fatto di essere ferrarista, hai già evitato l’inferno. Hai sofferto troppo su questa terra…”
Più o meno, era andata così la mia ultima conversazione con Don Sergio Mantovani.
Era il cappellano dei piloti.
Oggi a Modena è stato celebrato il suo funerale. A 91 anni, ha tagliato il traguardo. Non aveva paura della bandiera a scacchi.
Quando scrivo che la Ferrari è una categoria dello spirito, non invento niente. La Ferrari esiste, persiste e resiste perché non è un semplice pretesto per fare il tifo. Fosse solo una macchina Rossa, magari da identificare con chi la guida, beh, la suggestione se ne sarebbe andata da un pezzo.
La Ferrari è un tremendo impasto di umanità talvolta gioiosa e non di rado dolente.
Una volta Schumi mi disse: ci ho messo un po’ a capirlo, ma quando l’ho capito sono stato felice di essere diventato un ferrarista.
Don Sergio Mantovani appartiene a questo sentimento profondo. Chi guarda solo gli ordini d’arrivo non sarà mai uno di noi.
Era stato il confidente di Fangio e di Villoresi, aveva voluto bene ad Alboreto e a Villeneuve. Con il Vecchio aveva un rapporto intrigante, non di rado farcito di finte asprezze, visto che Ferrari non esitava a proclamarsi ateo. Ma al tempo stesso il Drake si rendeva conto che quel piccolo prete modenese era un argine alle intolleranze vaticane nei confronti delle corse, roba degli anni Cinquanta e Sessanta. E ricordo bene la felicità di entrambi quando Giovanni Paolo II, per chiudere simbolicamente la ferita, nel 1988 venne a visitare la pista di Fiorano.
Don Sergio andava sempre a dire Messa a Imola e a Monza, quando c’era il Gran Premio. Senna andava puntualmente ad abbracciarlo.
Quando banditi feroci sequestrarono il padre del povero Elio De Angelis, lui si offrì in ostaggio al suo posto. I criminali lo minacciavano con il fucile e lui rispondeva raccontando la parabola del figliol prodigo.
Era davvero un ferrarista dentro.
“Sergio, io ti invidio perché a te il Paradiso non lo nega nessuno”.
“Grazie Leo, ma se Vettel prima vince il mondiale ci vado più volentieri”.
Facciamo che stavolta il Paradiso non poteva attendere.