Non so quanti tra voi abbiano buttato l’occhio sulla Parigi-Roubaix (da qui in avanti Rube’ per semplicità).
Io amo il ciclismo da quando mio padre mi portava sulla strada a veder passare Felice Gimondi, mio idolo eterno, di cui ebbi poi l’onore di diventare amico (gli feci anche da Cicerone in una visita al museo Ferrari di Maranello, ricordo indelebile).
Nel presente uno dei miei più cari amici si chiama Francesco Nicolini, già elettricista in Ferrari, super esperto di…pedivelle.
Ho visto con lui, che mi spiegava la fava e la rava, la storica impresa dell’italiano Colbrelli appunto sul traguardo della mitica Rube’.
E forse ho capito.
Se ha ancora un senso (e che senso!) un ciclismo epico, sul fango e sulle pietre, in mezzo alle foreste. Se i corridori arrivano stremati e coperti di polvere.
Se tutto questo esiste e resiste, ebbene, non dobbiamo avere paura, da fans della Formula Uno, della innovazione tecnologica, della mobilità dolce e verde, eccetera.
La Rube’ ci insegna che tradizione e modernità possono tranquillamente convivere.
Meglio Boomer che coglione.