Spero tutti bene.
In altri tempi a Pasquetta non mi sarei dedicato al Clog. Ma il virus ci ha tolto anche la gita fuori porta e allora eccomi qua, in diretta via satellite dal divano.
Mondiale 1990, terza tappa.
Imola.
Forse non fu quella volta lì, ma spesso girovagando per autodromi mi sono imbattuto in Stirling Moss.
Mi colpiva la sua gentilezza. Sapeva, immagino, di essere stato uno dei più grandi di sempre, al volante. Ma non lo faceva pesare. E ho sempre avuto l’impressione non gli pesasse di essere un re senza corona.
Mai campione del mondo, Stirling Moss. Eppure, tutti quelli che c’erano, cominciando dal Drake, lo definivano il migliore.
Questo dovrebbe indurre tutti ,me per primo!, a non giudicare un campione, in qualunque settore, soltanto sulla base degli albi d’oro.
Dicevo di Imola 1990.
Ora, io non so quanti tra voi abbiano messo piede dentro il circuito prima delle tragedie del 1994.
Dico prima, perché poi fatalmente tutto cambiò. Non solo il tracciato, sottoposto a drastiche modifiche.
Cambiò inesorabilmente l’atmosfera. Dal 1995 tornavamo lì e ci rendevamo conto di camminare dove avevano camminato Roland e Ayrton. Respiravamo la stessa aria. E certo il Gran Premio di San Marino continuò ad essere uno spettacolo, per dire le ultime due edizioni, il 2005 e il 2006, offrirono due duelli fantastici tra Schumi e Alonso, con esiti rovesciati.
Ma io, dal 1995 in poi, a Imola mi sono sempre sentito a disagio. In prestito. Vagamente fuori posto.
Eh, ma nel 1990!
Imola era un Carnevale rumoroso, fragoroso, colorato. Le macchine facevano un casino esagerato, anche se non c’erano più i turbo.
I piloti, poi, a pensarci oggi erano personaggi grandiosi.
Senna.
Prost.
Mansell.
Piquet padre, per quanto già in declino.
Una generazione pazzesca. E non male erano quelle che un critico teatrale avrebbe definito le comparse di lusso: Patrese, Berger, Boutsen…
Altro che comparse, come vedremo.
Ma Imola era, tutta insieme, un inno alla vita. La gente si accalcava, si agitava, si scalmanava.
E io in mezzo, privilegiato testimone di cose che altri avrebbero soltanto potuto immaginare.
Ad esempio, in Ferrari la relazione tra il Leone e il Professore era sì molto cortese, ma si intuiva uno sfilacciamento.
La squadra pendeva chiaramente dalla parte di Alain. Non perché Nigel fosse poco gradito, anzi. Solo che Prost era maniacale nella applicazione sul lavoro. Mansell invece non ruttava in faccia agli ingegneri nei briefing perché era educato, ma per lui essere driver significava guidare. Tu dammi la macchina e io la spingo al massimo e siamo pari.
E Prost?
“He’s still talking”.
Sempre a parlare con i tecnici.
In mezzo si stagliava la metallizzata figura di Cesarino Fiorio.
Fiorio non era un tipo indifferente, anche se alla fine della fiera in F1 ha avuto poca gloria.
Probabilmente non fu aiutato dalla scarsa simpatia che per lui nutriva l’altro Cesare di casa Fiat, il Romiti.
Romiti venne quel week end a Imola e l’occhio del padrone non ingrassò il Cavallino.
Nel senso che in qualifica dominò Senna con la McLaren, seguito dal compagno Berger e dalle due Williams.
Mi ricordo che Romiti sbuffava. Abbiamo Prost e Mansell e stiamo solo in terza fila?!?
Oh, yes.
Fiorio era più scuro del solito, al sabato. Già Romiti non lo amava e figuriamoci adesso.
Ma insomma.
Insomma, stava però per venir fuori un campionato degno della penna di un giallista. Avete mai letto Markaris, il maestro greco? Il suo commissario Charitos si sarebbe divertito, nel 1990.
Infatti Senna scassò non so più cosa quasi subito. Fuori uno.
Poi Mansell, che andava il doppio di Prost e comunque Alain is still talking, ecco, Nigel fece una gara della madonna e avrebbe vinto se Berger non gli avesse reso la vita impossibile e dunque il Leone fu costretto al ritiro, fuck you. Gli impedirono di menare Gerardone nel post race. Fuori due.
Morale. Saldando un debito vecchio di sette anni, Imola si consegnò a Riccardo Patrese e alla sua Williams.
Rik non aveva mai dimenticato le manifestazioni di entusiasmo che avevano accompagnato la sua uscita di pista nel 1983. Aveva vinto al posto suo la Ferrari di Tambay e l’euforia del popolo non aveva rispettato la sofferenza di Riccardo.
“Oggi abbiamo fatto pace, io e Imola”. Patrese disse così e c’era da capirlo.
Nel frattempo Prost, quarto sul traguardo senza colpo ferire, in classifica si era portato ad appena una lunghezza da Senna.
A Imola. Dove, dodici mesi prima, era deflagrata la loro rivalità, mettendo fine ad una apparente tolleranza reciproca.
Tornando a casa, la sera della domenica, sentivo che stavo per vivere e raccontare una delle storie più grandi.
(Continua)