Sergio Dompé, presidente della Dompé farmaceutici

La pandemia ha tirato fuori il meglio della scienza. Ema, ferita aperta per Milano

La pandemia ci ha insegnato che dobbiamo costruire una nuova alleanza strutturale tra scienza, industria, Stato e regioni. Tutti insieme con un unico obiettivo: dichiarare guerra alle malattie». Sergio Dompé, presidente della Dompé farmaceutici, non ha dubbi: durante l’emergenza sanitaria gli sforzi del mondo scientifico e dell’industria farmaceutica hanno prodotto risultati straordinari, a partire – ovviamente – dallo sviluppo dei vaccini. Tanto che adesso, a due anni di distanza dai primi casi Covid accertati in Italia, ci si può permettere di tirare le prime somme e lanciare le priorità del prossimo futuro.

Sergio Dompé, ci può fare un bilancio degli ultimi due anni?
«Credo che questa pandemia, pur nel rispetto per l’enorme sofferenza di moltissime famiglie e interi settori economici, l’equivalente di un grande conflitto mondiale, sia stata un grande catalizzatore di energie. Ognuno si è sentito obbligato a tirare fuori tutte le forze possibili. Ed è grazie a questo enorme sforzo che siamo riusciti a sviluppare un vaccino in tempi record. Più in generale, c’è stata un’incredibile accelerazione della ricerca scientifica. Basti pensare che, oltre ai cinque vaccini approvati e ai quattro in fase di approvazione, sono in corso ricerche su altri 331 vaccini. Al di là del Covid, poi, tutto il settore della ricerca è cresciuto. Lo scorso anno i farmaci in fase di ricerca e sviluppo sono stati 18.471, un aumento del 5% rispetto al 2020. Insomma, sono numeri senza precedenti».

Ma allora perché non si è riusciti a sviluppare un vaccino contro il Covid anche in Italia?
«L’Italia sta facendo alla grande la sua parte nella ricerca. In proporzione, il nostro Paese è quello che vanta più pubblicazioni scientifiche sul Covid. Non solo: di quei 331 vaccini attualmente in fase di sviluppo, diversi sono italiani. Credo però che questa non sia la cosa importante. Ciò che interessa davvero i cittadini è avere a disposizione un vaccino efficace e sicuro. Chi lo produce o dove viene fatto è di secondaria importanza».

La sconfitta di Milano nella scelta della nuova sede dell’Ema (l’Agenzia europea per i medicinali) è un’occasione persa?
«Certamente. E per chi lavora in questo settore la ferita è ancora aperta. La vittoria di Milano sarebbe stata non solo una notizia meravigliosa per l’Italia, ma anche il coronamento della forte crescita del settore farmaceutico lombardo. Soltanto in questa regione si svolgono il 50% delle sperimentazioni cliniche nazionali sui farmaci. Se posso permettermi un’opinione personale, però, credo che con Draghi premier Milano avrebbe avuto molte più chance di aggiudicarsi la sede dell’Ema».

Com’è andato il dialogo del vostro settore con il Governo e le istituzioni negli ultimi due anni?
«Ho apprezzato l’impegno dei governi, della scienza e dell’industria farmaceutica di fare fronte comune. Per la prima volta ho scoperto anche un’Europa protagonista e proattiva, che si preoccupa non solo di provvedimenti economici ma anche di risolvere i grandi problemi dei cittadini. In questo senso, credo che l’indicazione del premier Draghi all’ultimo G20 sia esemplare: qui nessuno può farcela da solo. Questa è la lezione più grande che dobbiamo portarci a casa dopo questi due anni. Sarà anche un insegnamento scontato, ma nella realtà purtroppo ci è voluta una grande crisi per capire l’importanza e la profondità di questo concetto».

Insomma, per il futuro servirà più integrazione tra pubblico e privato.
«Certamente, ma non solo quella. Servirà anche più cooperazione tra i diversi Paesi. In questo momento l’Europa è la nostra possibilità più importante: abbiamo bisogno di una massa critica che nessun paese può soddisfare da solo. Per questo l’UE si sta attrezzando con strumenti legislativi e finanziamenti a chi lavora in un regime di pubblico-privato e presenta progetti che intersecano diverse realtà. Noi di Dompé abbiamo un esempio in casa: Exscalate, una piattaforma che combina intelligenza artificiale e supercomputing per accelerare lo sviluppo di nuovi farmaci. Senza l’Ue, però, non saremmo mai riusciti a portare avanti questo progetto».

Cosa dobbiamo aspettarci nel futuro prossimo dell’industria farmaceutica?
«Il Covid è stato e continua a essere un grande catalizzatore di innovazioni. Ma se dovessi fare una previsione, credo che ci siano tre tendenze che potrebbero rivoluzionare l’industria della salute e le scienze della vita. La prima è la tecnica Crispr, un’invenzione fantastica che permette di correggere problemi genetici con una possibilità mai vista prima. La seconda è la tecnica dell’Rna messaggero, che è stata scoperta parecchi anni fa ma prima di questa pandemia era guardata con cautela dagli organi regolatori. Un terzo ambito in cui prevedo un impatto forte è la collaborazione tra governi, enti regolatori, scienza e imprese. Se lavoriamo tutti a stretto contatto di gomito, possiamo aggiornare le regole esistenti e tagliare i tempi di sviluppo per i farmaci: sarebbe una rivoluzione per il nostro settore. Oggi le tempistiche in alcuni casi superano i dodici anni e questo non ce lo possiamo più permettere».

Qual è l’impegno di Dompé su questi fronti?
«Attualmente siamo una delle società più dinamiche del mercato. Stiamo cercando di lavorare molto su un nuovo approccio transdisciplinare, che ci permetta di fare passi avanti anche sulla ricerca contro le malattie rare. Pochi giorni fa la nostra società ha investito, insieme a Mike Platt, 54 milioni di dollari in Engitix, una startup innovativa che userà la nostra piattaforma Exscalate per sviluppare farmaci contro la fibrosi e i tumori al fegato. Per fare tutto questo, però, c’è bisogno di collaborazione tra tutti i soggetti in campo. Nessuno vince da solo».