Il vademecum (Rdc)
Il vademecum (Rdc)

Luca Bolognini

IL MEDIOEVO digitale è iniziato trent’anni fa a nostra insaputa. Ma a differenza della casa vista Colosseo, saremo noi a pagare il conto e non un Diego Anemone qualsiasi. Miliardi di dati – ovvero testi, immagini, video e documenti ufficiali – potrebbero infatti venire persi per sempre e il racconto delle nostre vite, così come la grande storia, rischiano l’oblio. «Se non troviamo una soluzione – spiega Vint Cerf, il vicepresidente di Google – il XXI secolo sarà solo un enorme buco nero».

La facilità con cui possiamo scattare foto o scrivere testi digitali, paradossalmente, ci ha fatto già fare il primo passo verso il baratro. A chi non è capitato di perdere centinaia di ricordi, perché lo smartphone si è rotto o ci è stato rubato prima che potessimo metterne al sicuro il contenuto?

IL PROBLEMA, però, non si risolve semplicemente salvando tutto su un disco fisso. «Digitalizzare le nostre produzioni – fa notare Cerf – non le preserva. Pensate alla grande quantità di dati che produciamo quotidianamente, a partire dai siti web, passando per le e-mail e i post su Twitter. Poi pensate, paradossalmente, a com’è difficile vedere ad esempio com’era il web nel 1994. Molte cose scompaiono».

Il problema è legato ai supporti. Lo sviluppo di nuovi sistemi operativi e software rende ogni giorno più difficile accedere a documenti o immagini salvati con le vecchie tecnologie. Ricordate i vecchi floppy disk da 8 pollici? Oggi tutto quello che è stato immagazzinato su quei maxi dischetti, a meno che non siate un tecno-feticista, è praticamente perso. E anche se foste in grado di recuperare un lettore adatto, non è detto che possiate tornare in possesso delle vostre creazioni. «Mentre i ricercatori stanno dando vita a sistemi che consentono di salvare file per secoli, i programmi necessari per dare un senso a quelle informazioni non vengono preservati. Stiamo gettando tutti i nostri documenti in quello che potrebbe essere un enorme buco nero senza rendercene conto. Anche i bit – ammonisce Cerf – marciscono, quando diventano illeggibili».

Per questo motivo il vicepresidente di Google ha lanciato un appello a dare vita a una ‘pergamena digitale’. «In pratica – spiega Gloriana St. Clair della Carnegie Mellon University, che sta lavorando a un progetto per salvaguardare la nostra memoria digitale – si tratta di realizzare delle ‘istantanee’ quando creiamo e salviamo un documento, in modo da poter sempre ricostruire il processo necessario a riprodurlo».

NON SONO solo i ricordi delle nostre estati al mare e dei nostri selfie a essere in pericolo. Anche la grande storia, paradossalmente, è a rischio. Nel 2005 il premio Pulitzer Doris Kearns Goodwin ha scritto un libro su Abraham Lincoln, consultando la corrispondenza privata del presidente americano e dei suoi avversari. «Nel mondo di oggi – prosegue Cerf – le lettere sono le mail e le chance che tra 100 anni uno storico possa ripetere un’operazione del genere sono praticamente nulle. Nei secoli a venire chi si farà delle domande su di noi incontrerà enormi difficoltà, un po’ come chi cerca informazioni su quello che è avvenuto in Gran Bretagna tra il V e l’VIII secolo».

In attesa che venga trovata una soluzione, il vicepresidente di Google invita ad adottare una semplice strategia. «Se ci sono foto a cui davvero tenete, createne delle copie fisiche. Stampatele». Anche, e soprattutto, se si vede il Colosseo.

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