Sicurezza e smartworking (Foto d'archivio)
Sicurezza e smartworking (Foto d'archivio)

Si sente sempre più parlare di smart working e dei benefici che esso riesce ad apportare al lavoratore come all’azienda stessa: la classica giornata di lavoro, che si svolgeva in ufficio lontano da casa sembra non essere più un caposaldo.

Lo smart working non ha rivoluzionato solamente il concetto di lavoro, ma ha soprattutto migliorato la vita di molte persone, le quali possono rendersi utili all’azienda senza dover per forza raggiungere l’ufficio. Sono sempre più numerose le organizzazioni che hanno accolto questa innovazione nel proprio modus operandi e lo smart working è supportato, da giugno 2017, anche dalla Legge Italiana.

Spesso, però, si rischia di dare per scontato che lavorare tra le mura di casa sia sicuro tanto come lavorare in ufficio. Ma quando inizia e dove finisce la privacy di un lavoratore in smart working? Quali sono i rischi nei quali potrebbe imbattersi? E ancora, i datori di lavoro possono controllare l’attività svolta dai lavoratori agili?

Smart Working e tutela lavoratori

Alla luce dell’art. 4 Statuto dei Lavoratori, le prerogative del datore di lavoro - in particolare in tema di potere di controllo - devono rispettare determinati limiti per garantire il rispetto della dignità umana del lavoratore. In particolare, il datore può:

  • installare impianti audiovisivi e altri strumenti in presenza di determinate esigenze di natura organizzativa, produttiva, di tutela del patrimonio aziendale o della sicurezza del lavoro; previo accordo con le rappresentanze sindacali;
  • installare impianti audiovisivi e altri strumenti, dai quali può anche solo derivare un possibile controllo;
  • utilizzare tutte le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 per tutti i fini connessi al rapporto di lavoro, anche disciplinari, purché fornisca al lavoratore un’informazione adeguata circa le modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli.

Rischi privacy impresa

Il tema della privacy assume particolare importanza non solo in un’ottica di tutela del lavoratore, ma anche di tutela dell’impresa, la quale tende a rinunciare a una parte del proprio potere di controllo e diviene un soggetto maggiormente vulnerabile.

Lo smart working, infatti, richiede un sapiente uso dell’innovazione digitale, una governance integrata ed una grande evoluzione dei modelli organizzativi aziendali, dai quali la privacy non può essere esclusa, anzi, ne ricopre parte integrante, dati i molteplici impatti, poiché la nuova tecnologia gioca un ruolo fondamentale.

La tecnologia è la regina dello smart working e come non fare riferimento alla cyber security ove miliardi di informazioni, di trasmissioni, di archiviazioni, di registrazioni, di consultazioni, ecc… viaggiano costantemente. I dati personali, quindi, compresi quelli appartenenti a particolari categorie, potrebbero subire furti, perdite accidentali, accessi abusivi, diffusioni dolose o colpose ed, anche in questo caso, la formazione dello smart worker.

Tutela GDPR

Cosa occorre dunque per poter rispettare il GDPR anche in caso di smart working? Prima di tutto  è necessario analizzare i trattamenti che saranno soggetti allo smart working, dopodiché i dati trattati, le modalità con cui verranno trattati, da chi saranno trattati e soprattutto quali sono e/o possono essere i rischi e quali le idonee misure di sicurezza che occorre adottare per evitarli.

Altro aspetto da non tralasciare è quello della cyber security, la condivisione di dati in modo non sicuro li espone a sottrazioni illecite, perdite accidentali, accessi e/o diffusioni non autorizzati. Diventa fondamentale prevedere idonee misure di sicurezza, per scongiurare quanto più possibile tali rischi.

Le connessioni dovranno avvenire (anche tramite VPN) ma con protezione e criptazione della connessione. I dispositivi dovrebbero essere forniti dall’azienda e devono essere utilizzati per la sola attività lavorativa e non per scopi personali.I