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10 apr 2017

"Le nuove tecnologie come Lucifero". Il filosofo Severino: siamo a un bivio

"Se l'uomo diffonderà le macchine in modo errato, sarà il disastro"

10 apr 2017
Foto LaPresse - Andrea Campanelli
25 02 2017 Brescia ( Italia)
Cronaca 
Palazzo Loggia incontro con Emanuele Severino filoso e professore
nella foto: Emanuele Severino
Emanuele Severino (LaPresse)
Foto LaPresse - Andrea Campanelli
25 02 2017 Brescia ( Italia)
Cronaca 
Palazzo Loggia incontro con Emanuele Severino filoso e professore
nella foto: Emanuele Severino
Emanuele Severino (LaPresse)

Bologna, 10 aprile 2017 - «Le nuove tecnologie sono come Lucifero». Per il filosofo Emanuele Severino (nella foto) , la tecnica, che si serve di strumenti sempre più potenti e avanzati come ad esempio i computer, è destinata al dominio. Un dominio che, se l’uomo non sarà in grado di compiere le scelte giuste, potrebbe rivelarsi catastrofico.

Professore, i pc, i tablet e gli smartphone hanno cambiato il nostro modo di pensare e di vivere?
«Degli effetti sulla vita dell’uomo da parte delle nuove tecnologie si continua a parlare. Ma affinché queste parole non rimangano alla superficie è necessario che si sappia innanzitutto che cos’è la tecnica e fin dove essa si spinge. Intendo dire: è necessario che si vada oltre ciò che della tecnica possano riuscire a sapere la scienza e la tecnica stessa».

Come si è modificato il nostro pensiero da quando le macchine hanno iniziato in qualche modo, seppur limitato, a ragionare?
«La vita umana incomincia a cambiare radicalmente da quando le grandi forze che oggi si servono della tecnica, capitalismo in testa, capiscono che la tecnica guidata dalla scienza moderna è il mezzo più potente e che quindi va potenziato anche a scapito degli scopi che tali forze si prefiggono di realizzare. L’intelligenza artificiale è un capitolo di questa vicenda».

L’intelligenza artificiale può rappresentare un pericolo per l’umanità?
«Il vero pericolo è qualcosa che la scienza non può conoscere. Se l’uomo saprà affidare nel modo dovuto il proprio destino a una guida intelligente artificiale, otterrà un singolare vantaggio: che le decisioni essenziali non saranno più condizionate dalle passioni, istinti e impulsi che sono spesso responsabili delle grandi sciagure che si abbattono sulla storia dell’uomo. Nell’altro caso egli consegnerebbe la propria vita a qualcosa di estraneo e sarebbe il disastro».

Lei sostiene che la tecnica è destinata al dominio. Con l’intelligenza artificiale potremmo arrivare a una tecnica assoluta, che quindi non ha nemmeno più bisogno dell’uomo?
«Ancora oggi l’uomo ha bisogno della tecnica. Proprio per questo, e ovviamente mi limito anche qui come nelle altre mie risposte a enunciare le tesi, lo scopo della tecnica, cioè l’aumento indefinito della potenza, è destinato a diventare lo scopo dell’umanità. In questa situazione, la tecnica ha bisogno dell’attività umana, nella misura in cui però è questa attività a diventare il mezzo di cui la tecnica si serve. L’imperativo kantiano di non trattare mai l’uomo soltanto come mezzo perde ogni forza».

In passato lei ha paragonato la tecnica a Lucifero. La metafora si può estendere alle nuove tecnologie?
«Queste mie risposte si riferiscono a tutto il tempo in cui la tecnica è destinata a guidare il mondo e quindi anche alle nuove tecnologie. Un tempo che sta incominciando, ma che è anche destinato a finire. Non solo. Quando si sa ‘veramente’ (un avverbio, questo, che meriterebbe da solo tutta la nostra attenzione) che cos’è la tecnica, ci si rende conto che essa proviene da molto lontano, dal precipizio più profondo dell’errare. Un errare grandioso, come grandioso e luminoso è Lucifero. E Lucifero comprende in sé anche la matrice lontana della tecnica, ossia l’andare errando al di fuori della verità. E quindi comprende anche tutte le critiche che oggi vengono rivolte alla tecnica».

L’informatica ha cambiato anche la filosofia?
«Ci si limita sempre a osservare l’influsso ella scienza sulla filosofia il quale, per altro, è indubbiamente esistente. Ma la gran questione è l’influsso che la filosofia ha sempre avuto sulla scienza e sulla storia dell’uomo. Silenzioso, ma profondo, come la circolazione sanguigna».

Il web solleva problemi etici nuovi?
«È la tecnica nel suo insieme a portare al termine l’etica tradizionale. Ma riesce a farlo, avendone diritto, solo perché è il pensiero filosofico del nostro tempo a mettere in questione i valori del passato. Senza tecnica non sono in grado di metterli in questione: quando lo fanno sono diventate filosofie».

Lei è anche professore all’università San Raffaele. Con l’avvento delle nuove tecnologie ha notato un impoverimento o un arricchimento nella capacità di analisi dei suoi studenti?
«In una Facoltà universitaria di Filosofia degna di questo nome arriva certo la tecnica, ma in qualche modo arriva anche la riflessione critica su di essa».

Lei ha un profilo Facebook?
«No, ma gli amici che hanno da poco fondato l’Associazione studi Emanuele Severino (Ases*) credo però stiano per realizzare un sito web ad hoc».

Perché non ha sentito il bisogno di entrare nei social network?
«Perché lascio che queste cose accadano per loro conto».

I profili su Facebook sono delle vetrine di chi siamo. Il modo in cui vengono corredati con foto e frasi risponde principalmente a un’ideologia neo-liberista, in cui i valori di mercato sono quelli dominanti?
«Le reti telematico-informatiche sono ancora dei mezzi di cui si servono le forze dell’economia capitalistica. Sono soprattutto tali forze a contendersi il cosiddetto cyberspazio. Ma la loro conflittualità, o ‘concorrenza’, le spinge a occupare aree sempre più ampie di tale spazio. Ossia a potenziare sempre di più il controllo di questa forma emergente dell’apparato tecnico. Anche qui: lo scopo di quelle forze è di far conoscere i loro prodotti e imporsi sul mercato, ma questo scopo è destinato a essere sostituito da quell’altro scopo ovvero dall’incremento della potenza del mezzo tecnico che fa conoscere tali forze; e in questa sostituzione il messaggio centrale è appunto la capacità della tecnica di guidare il mondo. Ma, dicevo, la tecnica non ha l’ultima parola...»

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