Sergio Higuita (LaPresse)
Sergio Higuita (LaPresse)

Madrid, 12 settembre 2019 - Impresa di Sergio Andres Higuita nella tappa 18 della Vuelta di Spagna 2019, frazione di alta montagna con arrivo a Becerril de la Sierra. Lo scalatore colombiano, unico componente della fuga del mattino non riassorbito dal gruppo dei migliori, ha trionfato in solitaria precedendo di 15" Primoz Roglic, secondo e sempre più leader della classifica generale. Insieme a lui sono arrivati Alejandro Valverde e Rafal Majka, mentre Miguel Angel Lopez - promotore dell'attacco che ha frazionato il gruppo dei migliori - ha ceduto appena 2 secondi. Hanno pagato un minuto invece Nairo Quintana e Tadej Pogacar.

10 a Higuita. Per uno che è sbarcato in Europa senza scarpe per diventare una leggenda del ciclismo, un bel modo di vincere la prima corsa tra i pro: scappa a una cinquantina di chilometri dall’arrivo e resiste da solo alla rincorsa dei tre big che lo braccano. A 22 anni regala un raggio di sole alla stagione poco luminosa della sua squadra. E forse anche il primo capitolo di una storia da seguire.

9 a Lopez. Attacca sulla terza salita, attacca due volte sulla quarta e finalmente porta via il gruppetto con Roglic, Valverde e Majka che arriverà al traguardo. Punta alla maglia bianca di miglior giovane e ad avvicinare il podio: Superman ha il merito di centrare entrambi gli obiettivi facendo tutto da solo, senza mai ricevere un cambio, dando un po’ di sapore ad un finale di Vuelta che sembrava scontato.

8 a Roglic. Sulle quattro salite di giornata non mostra mai un attimo di difficoltà o di debolezza: quando Lopez allunga la prima volta, resta impassibile, aspettando il rientro in discesa di due compagni per ricucire lo strappo. E’ talmente in controllo da limitarsi a seguire da vicino i dispetti che si fanno gli altri, prima di concedersi il lusso di un piccolo guadagno, battendo Valverde allo sprint per l’abbuono.

6 a Valverde. Si incolla alla ruota di Lopez e non gli molla un metro, vuoi perché deve difendere il podio del compagno Quintana, vuoi perché non ha digerito il comportamento dell’Astana nella velocissima tappa del giorno precedente, a suo dire favorevole a Roglic. Scelta strategica che un po’ lo penalizza, perché un Valverde meno attendista una tappa così l’avrebbe anche potuta vincere.

5 a Pogacar. Ci sta che a vent’anni, al primo grande giro, gli si accenda la spia della riserva. Ci sta pure che a vent’anni, al primo vero momento di difficoltà, non sia lucido come un veterano e butti via qualche energia di troppo provando a rincorrere da solo il treno di Lopez anziché aspettare il rientro di chi è appena dietro. Ma che in un colpo solo ci rimetta la maglia bianca e veda il podio allontanarsi è un fatto.

5 a Hagen. Debuttante in un grande giro a 27 anni, dopo esser arrivato tardi nel ciclismo (prima si era dedicato all’atletica e allo sci di fondo), il norvegese meriterebbe un 9 solo per essere nei primi dieci in classifica nella settimana conclusiva. Forse non conoscendo i propri limiti corre un po’ da Majka, restando a ruota anche quando, come stavolta, ha l’occasione per migliorare ulteriormente la sua posizione.

4 a Quintana. Va in difficoltà sull’ultima salita, perdendo prima il treno di Lopez poi quello di Pogacar, sul quale poi riesce a rientrare. Riaggiustata clamorosamente la classifica nella tappa corsa a una media record, il colombiano conferma di non avere la cilindrata per fare la differenza in montagna, un tempo il suo terreno prediletto: meriterebbe 8 solo per la coerenza e la prevedibilità con cui si stacca.