di Leo Turrini No, non è andata come doveva andare. E il diretto interessato è il primo a saperlo, il primo ad ammetterlo. Eppure, Seb Vettel merita l’onore delle armi, nel giorno in cui, ad Abu Dhabi, cala il sipario sulle sei stagioni di Rosso vestito (oggi, diretta Sky e Tv8 dalle 14,10, il tedesco scatta dalle retrovie come Leclerc, in pole Verstappen davanti a Bottas ed Hamilton). Per spiegare bene il mio pensiero propongo di mettere subito tra parentesi questo 2020. È stata una odissea nello strazio e non solo per colpa di Seb. La Ferrari è una carriola e affrontare il campionato da separato in casa, con in tasca la lettera di licenziamento, ha complicato ulteriormente le cose. Forse la pandemia ha imposto a Mattia Binotto (mai troppo amato da Vettel, tra...

di Leo Turrini

No, non è andata come doveva andare. E il diretto interessato è il primo a saperlo, il primo ad ammetterlo. Eppure, Seb Vettel merita l’onore delle armi, nel giorno in cui, ad Abu Dhabi, cala il sipario sulle sei stagioni di Rosso vestito (oggi, diretta Sky e Tv8 dalle 14,10, il tedesco scatta dalle retrovie come Leclerc, in pole Verstappen davanti a Bottas ed Hamilton).

Per spiegare bene il mio pensiero propongo di mettere subito tra parentesi questo 2020. È stata una odissea nello strazio e non solo per colpa di Seb. La Ferrari è una carriola e affrontare il campionato da separato in casa, con in tasca la lettera di licenziamento, ha complicato ulteriormente le cose. Forse la pandemia ha imposto a Mattia Binotto (mai troppo amato da Vettel, tra parentesi) la brusca accelerazione contrattuale, ma l’imbarazzo reciproco ha esasperato il disastro.

Dunque, un giudizio corretto sulla esperienza italiana del quattro volte iridato non può serenamente estendersi oltre il 2019. E il bilancio mescola ombre e luci, fatalmente. Più pesanti le prime, non poche le seconde. Vettel era arrivato a Maranello su intuizione di Montezemolo e Domenicali, che avevano perfezionato l’operazione con largo anticipo. Poi il destino ha voluto che ad accogliere Seb, all’inizio del 2015, fosse il neo presidente Marchionne.

A spingere il tedesco verso Maranello, era una suggestione chiamata Schumacher. Da bambino, Seb dormiva con il poster di Michael sulla Rossa in camera. Quando veniva promosso a scuola, per premio si faceva portare a Fiorano e si appiccicava alle reti del circuito, per ammirare l’idolo da vicino. Ma i sentimenti, da soli, non bastano. Ad una buona partenza (tre vittorie nel 2015) si è presto sommata la consapevolezza di dover lottare contro un nemico praticamente invulnerabile. La Mercedes.

Non ci voleva lo show del semisconosciuto Russell in Bahrain per capire: senza nulla togliere al mito di Hamilton, è stata la schiacciante supremazia tecnologica di Stoccarda ad incrinare inesorabilmente la fiducia di Vettel nella Ferrari. Qui entra in ballo la nemesi: penso che Seb abbia compreso come si sentiva Alonso quando lui dominava a bordo di una imprendibile Red Bull. La F1 dà e toglie, ecco.

Sicché, arrivo alla domanda cruciale: poteva, questo tedesco garbato e sicuramente innamorato del Cavallino, fare di più?

Non nel 2016, quando l’auto proprio non andava. E nel 2017, al di là di critiche ingenerose, Vettel ci mise del suo, per restare in lizza per il titolo. Il buco nero, quello che ha spostato Seb nella lista dei perdenti, è il 2018. Forse l’unica stagione in cui, come prestazioni, la Ferrari di Maurizio Arrivabene era abbastanza vicina alla allora Freccia d’Argento. Ci sono episodi che cambiano una carriera, se non una vita. Era una domenica di luglio, Sergio Marchionne stava morendo in una clinica svizzera. Vettel era leader del mondiale e nella sua Germania stava vincendo il Gran Premio. Venne a piovere. Un solo pilota finì fuori strada sotto l’acqua. Lui, Seb. Considerato un re sul bagnato...

Può darsi che, anche senza quell’errore, il mondiale sarebbe comunque sfuggito al ferrarista. Può darsi. Ma l’immagine dell’autogol è rimasta, mentre intorno al tedesco la Scuderia si avvitava in una spirale autodistruttiva. Scomparso Marchionne, la crisi ha inghiottito tutto. E Seb non èstato capace di fare da argine. Il resto ha la faccia di Carletto Leclerc. Un compagno scomodo, un ragazzo rampante. Vettel ha impiegato un po’ a capire, ma alla fine, essendo onesto, ha accettato la realtà. Il ragazzo è più veloce di lui.

Cosa resta, allora? Rimangono 14 successi, in Ferrari più di lui nella storia hanno vinto solo Michael Schumacher e Niki Lauda, due leggende. Ma l’impresa più grande non è arrivata. Vettel non ce l’ha fatta.

Come Prost, come Alboreto, come Mansell e come Alonso. È in buona compagnia, ma che peccato.