Da sinistra Arne, Bruno e Tom Vanhove con la maglia della nazionale del Belgio di goalball, sopra Tom e Bruno in azione: i tre gemelli puntano a una medaglia
Da sinistra Arne, Bruno e Tom Vanhove con la maglia della nazionale del Belgio di goalball, sopra Tom e Bruno in azione: i tre gemelli puntano a una medaglia
di Doriano Rabotti Quella che state per leggere è una storia che soltanto le Paralimpiadi potevano regalare. Racconta di tre gemelli nati in Belgio trentotto anni fa e oggi riuniti nell’assalto a una medaglia: sarà decisiva la partita di stamattina contro la Lituania, nel torneo di goalball, per capire se il sogno di Arne, Bruno e Tom Vanhove potrà realizzarsi. Il goalball è uno sport che esiste solo alle Paralimpiadi, non ha un corrispettivo nelle Olimpiadi come invece capita a quasi tutte le altre discipline (l’unica altra eccezione è la boccia, una specie di curling con...

di Doriano Rabotti

Quella che state per leggere è una storia che soltanto le Paralimpiadi potevano regalare. Racconta di tre gemelli nati in Belgio trentotto anni fa e oggi riuniti nell’assalto a una medaglia: sarà decisiva la partita di stamattina contro la Lituania, nel torneo di goalball, per capire se il sogno di Arne, Bruno e Tom Vanhove potrà realizzarsi.

Il goalball è uno sport che esiste solo alle Paralimpiadi, non ha un corrispettivo nelle Olimpiadi come invece capita a quasi tutte le altre discipline (l’unica altra eccezione è la boccia, una specie di curling con sfere morbide di cuoio). Il goalball si gioca da sdraiati, con una palla che ha due sonagli all’interno perché gli atleti sono ciechi o ipovedenti, e indossano una mascherina a copertura degli occhi per competere nelle stesse condizioni, cercando di segnare in una porta larghissima o evitare i gol avversari.

I tre gemelli Vanhove in realtà sono sei, e ovviamente il parto sestuplo di Bruges, nell’agosto del 1983, attirò le attenzioni e i titoli di giornali e tv. Come in Italia avevano fatto, tre anni prima, i figli della signora Giannini, anche loro sei gemelli.

I figli dei Vanhove dovevano essere quattro, ma quando nacquero con due mesi di anticipo sulla data prevista i medici scoprirono che ce ne erano altri due. Gli altri tre non risentirono del parto eccezionale, una sofferenza di ossigeno invece provocò a Tom, Bruno e Arne una retinopatia con disabilità visiva fin dalla nascita.

Fino ai 12 anni, i tre fratelli giocarono solo nel giardino di casa. Nel 1995 la squadra locale propose ai ragazzi il Torball, antenato del goalball. Divenne una passione di famiglia, anche se solo Bruno, all’inizio, era riuscito ad arrivare alla nazionale.

Prese parte alle Olimpiadi di Pechino nel 2008, e dal suo esempio trasse ispirazione Tom, che lo ’raggiunse’ in nazionale ai giochi di Londra 2012. A Tokyo si è aggiunto anche Arne, che nel frattempo aveva preferito dedicarsi agli studi. "Ma non siamo stati portati in Giappone perché siamo fratelli, anche se consideriamo la squadra come una famiglia".

La pandemia, gli impegni familiari e il lavoro nel settore informatico hanno condizionato la preparazione: "Essere fratelli ci ha aiutato, lo sport è sempre stata la nostra passione. Sarà bello in futuro parlare di queste paralimpiadi a tavola, con tutta la famiglia. Vorremmo portare una medaglia storica al Belgio".

Su quello deciderà il campo, sull’altro obiettivo che uno dei tre gemelli si è posto, il verdetto spetterà agli altri atleti. Perché se Bruno è stato il portabandiera per il Belgio nella cerimonia inaugurale, Tom spera di ripartire come uno dei sei consiglieri in quota atleti dell’Ipc, il Cio paralimpico. Un po’ come la nostra Pellegrini: il voto si concluderà il 3 settembre, nello stesso giorno in cui saranno assegnate le medaglie del goalball.

Comunque vada, a casa Vanhove questi Giochi saranno ricordati.