di Leo Turrini Narra la leggenda che a lui, allora silenzioso ragazzo di Trafoi, si deve l’innamoramento italico per la neve. Gustavo Thoeni come papà della Settimana Bianca: era l’alba dei tumultuosi Anni Settanta e un paese tentato dal benessere scopriva il turismo invernale. Per merito di un campione, appunto Gustavo, venuto a rendere popolare ciò che prima era quasi un esercizio per iniziati, un rito riservato agli adoratori della montagna. Thoeni cambiò il modo di concepire lo sci alpino. Lo rese oggetto d’amore collettivo come il calcio. Un suo ideale antenato, Zeno Colò, aveva vinto Mondiali e Olimpiadi in discesa, ma usava attrezzi di...

di Leo Turrini

Narra la leggenda che a lui, allora silenzioso ragazzo di Trafoi, si deve l’innamoramento italico per la neve. Gustavo Thoeni come papà della Settimana Bianca: era l’alba dei tumultuosi Anni Settanta e un paese tentato dal benessere scopriva il turismo invernale. Per merito di un campione, appunto Gustavo, venuto a rendere popolare ciò che prima era quasi un esercizio per iniziati, un rito riservato agli adoratori della montagna.

Thoeni cambiò il modo di concepire lo sci alpino. Lo rese oggetto d’amore collettivo come il calcio. Un suo ideale antenato, Zeno Colò, aveva vinto Mondiali e Olimpiadi in discesa, ma usava attrezzi di legno e la gente lo vedeva come un mito irraggiungibile, un eroe non imitabile. E poi per Zeno, figlio dell’Abetone, ancora non erano pronte le dirette televisive.

Per Gustavo, sì. La potenza della tv avrebbe moltiplicato l’effetto delle sue imprese. Generando un circolo virtuoso, in un mix di gloria sportiva e interessi commerciali.

Oro olimpico in gigante a Sapporo nel 1972 (più l’argento nello slalom), il ragazzo di Trafoi si mise a collezionare Coppe del Mondo. 1971, 1972, 1973. Tre di seguito. Austriaci, svizzeri, francesi, nordici ed americani tutti costretti ad ammirare l’italiano silenzioso. Nel 1974, a Gustavo mancava soltanto la consacrazione iridata. Allora i mondiali di sci alpino venivano disputati ogni quattro anni. Nel 1970 la giovane età aveva tradito Thoeni, sul pendio della Val Gardena. Ma ormai aveva imparato a gestire le emozioni.

Saint Moritz, 1974. Uno stuolo di Vip a bordo pista, nell’incanto della Svizzera ricca e un po’ snob. Il silenzioso Gustavo Thoeni a cospetto della Storia. E che storia, poi.

Dominò subito il gigante, che sapeva interpretare come nessuno. Tra le porte larghe, Thoeni si muoveva con una eleganza che gli avversari, sbagliando!, talvolta prendevano per indolenza.

Ma il vero capolavoro Gustavo lo confezionò tra i paletti dello slalom. Era appena ottavo dopo la prima manche. Allora le norme che regolavano gli ordini di partenza erano diverse da oggi, non favorivano chi doveva azzardare una rimonta. Thoeni scese su una pista già segnata. E si inventò un ballo tribale destinato a restare nella memoria collettiva. Quella sua discesa incantò milioni di telespettatori e per anni, fino ai miracoli di Alberto Tomba, non a caso suo allievo prediletto!, è stata studiata come elogio della perfezione sugli sci.

Ad uno ad uno, i rivali, compreso il compagno azzurro Pierino Gros, furono risucchiati nel vortice. Gustavo diventò campione del mondo anche nello slalom. Non era Colò: era il simbolo di una Italia nuova e moderna, l’Italia della Settimana Bianca, del turismo invernale.

"Avessero dovuto pagarmi una percentuale per ogni paio di sci o di guanti che feci vedere, sarei diventato ricchissimo": così disse Thoeni una sera a tavola, ricordando con un sorriso l’epopea della sua giovinezza. A sigillo di una carriera unica, sarebbe poi venuta, nel 1975, la conquista della quarta ed ultima Coppa del Mondo, dopo uno spasmodico duello in parallelo con lo svedese Stenmark, il successore. Quel trionfo in Val Gardena inchiodò al televisore trenta milioni di italiani.

Tanti avevano comprato gli sci in nome suo. In nome di Gustavo Thoeni, l’idolo iridato di Saint Moritz 1974.