Roger Federer e Rafael Nadal (Ansa)
Roger Federer e Rafael Nadal (Ansa)

Wimbledon (Inghilterra), 11 luglio 2019 - Sono così inavvicinabili i grandi campioni dello sport? Certo lo sono rispetto a 30 anni fa quando non si frapponevano fra loro e noi giornalisti i manager, gli sponsor, gli organizzatori e – nel caso del tennis – i sindacati giocatori, Atp, Wta, con i loro media pr. È diventato molto più difficile lavorare e dare ai lettori roba di prima mano.

In realtà loro, i Federer, i Nadal, i Djokovic, campionissimi capaci di vincere 53 Slam degli ultimi 106, sarebbero molto più disponibili di quanto vorrebbero far credere i loro “guardiani” deputati a difendere ossessivamente la loro privacy.

Non sono più i tempi in cui chi scrive poteva andare a ballare al Jimmy’s di Montecarlo con Bjorn Borg e Adriano Panatta, appena un po’ più giovani del vostro cronista, o trovarsi con Ilie Nastase nella celebre pizzeria napoletana Santa Lucia, dopo un suo match per presentargli un’attrice mia ospite, Alexandra King, che lo avrebbe poi addirittura sposato (senza mai perdonarmi di averglielo presentato: Ilie ha divorziato 5 volte!), o scarrozzare sulla mia vecchia Honda usata un preoccupatissimo John McEnroe (con il quale avrei giocato anche a tennis a Forte dei Marmi) per approcciare una gioielleria del Ponte Vecchio dove comprò un braccialetto di rubini antichi, regalo di compleanno alla prima moglie Tatum O’Neal.
 
Ma il vantaggio di esercitare questo mestiere da quasi mezzo secolo, 151 Slam, 46 Wimbledon di fila, mi ha permesso di conoscere alcuni dei campioni di oggi, quando erano poco più che bambini e diventare per loro un sopportabile persecutore alle conferenze stampa. Questo aiuta.

Ho incrociato Roger Federer che aveva 16 anni e mezzo e vinceva il torneo giovanile Principe al Ct Firenze delle Cascine, aveva i capelli mesciati similpunk, un giorno gialli e l’altro verdi. Ero a Montecarlo quando un Rafa Nadal diciassettenne esordì battendo il campione del Roland Garros, Albert Costa, sotto la luce dei riflettori e non c’era più quasi nessuno perché allo Sporting Club c’era la tradizionale serata dei campioni. Ho incrociato per la prima volta Novak Djokovic quand’era un promettente ragazzino, unico teenager entrato fra i primi 100 del mondo quell’anno: si allenava con Riccardo Piatti, il quale però si occupava prioritariamente del suo pupillo adottivo Ivan Ljubicic (portato a numero 3 del mondo).

Così è capitato che Rafa Nadal vincendo Roma 2006 regalasse a mio figlio la canottiera gialla ma imbrattata di terra rossa: ci si era rotolato a terra dopo la rimonta in finale su Federer. Non è naturalmente mai stata lavata da allora, è appesa in una cornice di vetro in camera sua. Nel 2015 Djokovic gli avrebbe regalato la casacchina bianca, con tanto di firma, con cui aveva appena vinto il suo terzo Wimbledon.
 
Alla fine anche i campioni inavvicinabili sono ragazzi normalissimi cui piacerebbe ogni tanto, perfino nelle conferenze stampa più seriose, scherzare. Ed è più facile che ciò accada con chi hanno più confidenza. Con chi vedono dal loro primo Slam. E possono perfino accorgersi, come ha fatto Roger Federer l’altro giorno, se c’ero o non c’ero al torneo di Halle nel momento in cui gli dico di aver visto Berrettini esibirsi in quel torneo e Roger mi punzecchia: "L’avrai visto bello comodo, dal sofa della tua camera da letto, a Halle non c’eri". Per poi domandare ironico: "Pensi di cambiare mestiere?". 

C’è un video che mi concerne e sembra essere diventato virale su YouTube anche fuor di Svizzera e Italia, così come quello con Nadal all’Australian Open quando Rafa si accorse che, vittima del jet-lag e d’un viaggio di 25 ore, avevo chiuso gli occhi per qualche secondo e lui: "Questa conferenza stampa non è molto interessante, vero?". Eppoi puntandomi con gli occhi e la mano e chiamandomi per nome: "Ubaldo, lo so che stavi concentrandoti per la prossima domanda…". 

E quello con Djokovic in cui il numero 1 del mondo, dopo che gli avevo ricordato che aveva appena vinto 15 Slam e 7 Australian Open… "Yes, not too bad!" e scoppia in una risata irrefrenabile piegandosi sul tavolo. Qualche milione di visualizzazioni. Ora colleghi e tennisti non mi salutano più chiamandomi per nome ma dicono: "Ehi, not too bad!". Non male davvero.

Su www.ubitennis.com le interviste dei semifinalisti. E un’altra gag con Djokovic.