Giovani tifose dell’Atalanta ieri sugli spalti al Mapei Stadium di Reggio Emilia
Giovani tifose dell’Atalanta ieri sugli spalti al Mapei Stadium di Reggio Emilia
di Gianmarco Marchini C’è un’immagine che più di ogni altra coglie il senso di Atalanta-Juventus per il calcio italiano. Mancano un paio d’ore alla finale, quando, fuori dal Mapei Stadium, un terzetto cattura l’attenzione generale: un tifoso con la gamba sinistra ingessata fin sotto il ginocchio viene portato sulle spalle da un amico, mentre un altro tiene le stampelle. Sono juventini, ma in quel momento rappresentano tutta Italia, ambasciatori di un sentimento di rinascita che ha resistito a mesi di paura e ora spinge per farsi spazio. Quei tre amici hanno nelle tasche un biglietto di ritorno alla normalità. Anche se...

di Gianmarco Marchini

C’è un’immagine che più di ogni altra coglie il senso di Atalanta-Juventus per il calcio italiano. Mancano un paio d’ore alla finale, quando, fuori dal Mapei Stadium, un terzetto cattura l’attenzione generale: un tifoso con la gamba sinistra ingessata fin sotto il ginocchio viene portato sulle spalle da un amico, mentre un altro tiene le stampelle.

Sono juventini, ma in quel momento rappresentano tutta Italia, ambasciatori di un sentimento di rinascita che ha resistito a mesi di paura e ora spinge per farsi spazio. Quei tre amici hanno nelle tasche un biglietto di ritorno alla normalità. Anche se per una serata, per novanta minuti, anche se con una mascherina e un referto di tampone negativo da esibire: chissene frega.

Un piccolo lusso senza prezzo. E, infatti, per il momento l’assaggio di normalità viene riservato solo ai quattromila di Reggio Emilia. Ma con loro si riapre una porta da cui si spera, presto, passeremo tutti.

Ma cosa si prova a tornare a respirare l’aria di uno stadio? “E’ come tornare a vivere”, dice un tifoso arrivato da Venezia. “Non mi interessa nemmeno il risultato: essere qui è già una vittoria”, esclama felice un anziano signore di Bergamo, capelli bianchi e sciarpa nerazzurra attorno al collo. A tutti chiediamo quale fosse l’ultima partita vista dal vivo e spesso i ricordi tradiscono, confusi dal troppo tempo trascorso e le tante cose successe. Molti bianconeri rammentano che c’era ancora Sarri e, sotto sotto, lo rimpiangono pure. Ma non è l’ora delle polemiche, c’è voglia solo di pallone. Si vede quando si arriva in una zona ristoro dietro la tribuna: magliette di Duvan e di CR7 a poca distanza (quella d’ordinanza anti-covid), la voglia di bersi una bibita e mangiare una piadina. Con quella leggerezza da sagra di paese.

Scherzano tra di loro, i bianconeri che cercano di contrattare con i bergamaschi: “Vi lasciamo la Coppa se battete il Milan domenica”. Gente che arriva da ogni angolo di Italia. Due amici saliti da San Cataldo, provincia di Caltanissetta, un fan club di Cercola, nel Napoletano, i ‘Lupi bianconeri’ da Chieti. A un tavolo, seduto da solo, c’è un simpatico sessantenne, con l’88 sulle spalle, quello di Pasalic. Viene da Torre Boldone, provincia di Bergamo, due chilometri nemmeno da Alzano Lombardo, uno degli epicentri del terremoto Covid. Ultima gara dal vivo Atalanta-Valencia, 4-1, a San Siro. Era il 19 febbraio 2020: la nostra vita era già andata in frantumi ma non lo sapevamo ancora. “Il suono delle ambulanze: continuo, senza sosta - dice mentre il sorriso si allenta -. Mi sembra di sentirlo ancora”. Ma non nella notte di Reggio Emilia dove la voce dei tifosi sovrasta il rumore dei brutti ricordi. Purtroppo nel treno verso la normalità c’è posto anche per una sessantina di ultras juventini, senza biglietto, che ha tentato di assaltare un gruppo di bergamaschi esplodendo pure un paio di bombe carta. Nel parapiglia anche qualche parola di troppo all’indirizzo di Totti e del figlio Cristian che passavano in quel momento con l’auto diretti allo stadio. Scene brutte che ci eravamo scordati. Putroppo nemmeno aver visto l’inferno cambia certa gente.