di Doriano Rabotti La forza di usare la prima persone plurale mentre sei al centro del mondo. Ci vogliono valori importanti per dire "abbiamo vinto", mentre capisci che la missione della tua vita è arrivata a compimento: "Non ci posso credere, credevo che mi scoppiasse il cuore. Ho sognato questo giorno da così tanto tempo...– spiegava Gianmarco Tamberi dopo aver centrato l’oro olimpico –. Ho passato ogni tipo di difficoltà pur di riuscirci, avevo questo sogno dentro da così tanto tempo e l’abbiamo realizzato. Dico abbiamo perché penso a tutte le persone che l’hanno condiviso con me, tutto il team sanitario, papà, Chiara che mi è stata a fianco, ha messo i miei obiettivi davanti alla sua vita: ce l’abbiamo fatta!". In quelle parole dette a...

di Doriano Rabotti

La forza di usare la prima persone plurale mentre sei al centro del mondo. Ci vogliono valori importanti per dire "abbiamo vinto", mentre capisci che la missione della tua vita è arrivata a compimento: "Non ci posso credere, credevo che mi scoppiasse il cuore. Ho sognato questo giorno da così tanto tempo...– spiegava Gianmarco Tamberi dopo aver centrato l’oro olimpico –. Ho passato ogni tipo di difficoltà pur di riuscirci, avevo questo sogno dentro da così tanto tempo e l’abbiamo realizzato. Dico abbiamo perché penso a tutte le persone che l’hanno condiviso con me, tutto il team sanitario, papà, Chiara che mi è stata a fianco, ha messo i miei obiettivi davanti alla sua vita: ce l’abbiamo fatta!".

In quelle parole dette a caldo, quando molte persone normali perderebbero la testa per la gioia, si legge in filigrana la vera forza del motore di Gimbo, la capacità di vivere uno sport individualista al massimo come il frutto di un lavoro di squadra. Di famiglia, visto che l’allenatore è papà Marco e anche la promessa sposa Chiara ha avuto un ruolo cruciale nel rimettere insieme i cocci del sogno infranto prima di Rio. "Non vedevo l’ora di fare questa finale, sapevo che qualcosa di magico sarebbe successo. È stato il punto fisso il giorno stesso che ho iniziato la riabilitazione, il mio mantra. Abbiamo vinto le Olimpiadi dopo aver passato un infortunio terribile: finalmente posso dire che ne è valsa la pena", racconta, confessando anche la gioia per la chiamata dal premier: "Draghi ci ha chiamati e ci ha fatto i complimenti, a me e Marcell. Ha detto che ci aspetta".

Aspettava anche il simbolo del ricordo, quel gesso che Tamberi ha mostrato dopo la vittoria: lo aveva alla caviglia sinistra infortunata poco prima di Rio. "Ho portato il gesso in pedana, non l’ho mai buttato perché per me significa tutto. Significa il giorno in cui ho deciso di provarci. Dopo l’infortunio ho passato una settimana a letto a piangere per tutti i sogni per cui ho lottato, per tutto il lavoro fatto. Un giorno ho deciso di riprovarci e quel giorno ho fatto scrivere da Chiara sul gesso Road do Tokyo: proviamoci perché se ci riesco sarà incredibile. Ed è successo".

Incredibile anche il modo, con due rivali che decidono di non spareggiare per loro e se lo prendono ex aequo. Barshim dice "Two is better than one", due è meglio di uno. Tamberi si allarga: "Non c`è una persona con cui avrei condiviso quella pedana, se non con chi ha avuto lo stesso infortunio. Lui, Barshim, è il saltatore più forte di tutti i tempi, ha dimostrato in questi anni di essere il numero uno assoluto, lo meritava. Per me non è uguale, è una cosa stratosferica, ho realizzato un pezzo di storia. Non vedo l’ora di raccontarlo ai miei figli quando li avrò, se li avrò, sennò lo racconterò ai suoi figli", e ride con Barshim al suo fianco. Barshim che spiega il momento dell’accordo muto: "Ci siamo guardati negli occhi e non è servito usare tante parole. Eravamo in gara da ore ed è uno dei miei migliori amici. È incredibile essere insieme sul tetto del mondo".

"Non proverò mai un’emozione simile nella mia vita, vorrei farvela provare a tutti perché è qualcosa di incredibile".

La prova, indirettamente, papà Marco, che di Gimbo è anche l’allenatore: "Una roba da matti, Gianmarco è stato molto bravo, ha gestito la gara nel miglior modo possibile, non si è fatto prendere dalla foga e dalla paura di vincere e non ha sbagliato niente. Nelle qualificazioni era andato male, alle 9 del mattino è facile far schifo e nelle qualifiche certi meccanismi non vengonofuori. Sapeva di dover saltare 2.28-2.30, aveva fatto 33 in allenamento 4 giorni prima, ma per quanto fosse una qualificazione olimpica non hai il pathos della finale".

No, niente poteva avere il pathos di una finale così.